L’articolo di Anna Zafesova, intitolato “Compagno Lavrov”, pubblicato sul quotidiano La Stampa, analizza il simbolismo dietro l’immagine del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e il suo recente ruolo nella politica del Cremlino.
Il ritorno di Lavrov
Secondo l’autrice, Lavrov, dopo essere stato relegato a un ruolo più propagandistico e aver visto il suo ministero escluso da importanti negoziati, è tornato al centro della scena diplomatica russa. Il presidente Putin lo ha recuperato come suo fedelissimo, affidandogli il compito di rispondere alle iniziative di Washington e di frenare l’entusiasmo per un vertice tra Stati Uniti e Ucraina. Questo smentisce le voci su sue possibili dimissioni e lo riporta a una posizione di primo piano.
La felpa “CCCP” come dichiarazione politica
Durante un vertice in Alaska, Lavrov ha indossato una felpa con la scritta “CCCP” (URSS). Questo capo di abbigliamento, prodotto da un marchio russo chiamato SelSovet, ha riscosso un successo inaspettato. Più che un semplice gesto di moda, l’articolo lo interpreta come una chiara dichiarazione politica. Non si tratta di un’improvvisazione, ma di un messaggio voluto: il giornalista moscovita Georgy Bovt e il politologo Sergey Medvedev concordano nel ritenere che la felpa simboleggi la volontà del putinismo di ripristinare l’antica influenza e la potenza dell’Unione Sovietica, con i suoi confini, la sua capacità di incutere paura e di trattare alla pari con l’America. Indossare un simbolo di un Paese non più esistente è un modo per rivendicarne lo stile e le ambizioni.
La ricerca di un’identità e il ritorno al passato
L’articolo mette in relazione il look di Lavrov con la più ampia ricerca di identità da parte della Russia, visibile anche in altre manifestazioni culturali, come la serie TV “Il sovrano”. Questa produzione, che riscrive il mito dello zar Pietro I in chiave nazionalista, mostra un sovrano che ammira la tecnologia occidentale ma disprezza gli europei. L’autore sottolinea che questa rappresentazione, con lo zar che decapita i traditori “per il bene dello Stato”, riecheggia la versione staliniana del 1937, familiare alla generazione di Putin e Lavrov.
L’articolo si conclude con una riflessione inquietante: la Russia di oggi, tra le purghe contro governatori e imprenditori e l’allungarsi della lista degli “agenti stranieri”, sta sempre più assomigliando all’Unione Sovietica originale. In questa lista, che un tempo includeva solo dissidenti, sono ora compresi anche propagandisti del regime, a dimostrazione che neanche i fedelissimi sono più al sicuro.
24 agosto 2025





