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Donald, l’assalto a Powell (e perché ci riguarda)

Trump contro Powell: lo scontro sulla Federal Reserve e le implicazioni per l’Europa

L’articolo di Federico Fubini e Viviana Mazza sul “Corriere della Sera” analizza lo scontro tra Donald Trump e il presidente della Federal Reserve (Fed), Jerome Powell, e le significative implicazioni di questa tensione per gli interessi europei.

La pressione di Trump per un dollaro debole e tassi aassi

La Casa Bianca, guidata da Trump, mira a un dollaro più debole e a un taglio dei tassi d’interesse da parte della Fed. Nonostante la crescita del PIL USA superiore alle attese, Trump ha ripetutamente esortato la Fed a “tagliare i tassi”, accusando Powell di essere “sempre troppo in ritardo”. Questa pressione si è manifestata in modo eclatante il 15 luglio, quando una fonte anonima della Casa Bianca ha fatto trapelare una discussione di Trump sull’opportunità di licenziare Powell.


Le reazioni dei mercati e l’indipendenza della Fed

La notizia del possibile licenziamento di Powell ha provocato una reazione immediata sui mercati: il dollaro è crollato quasi dell’1%, i rendimenti del debito americano sono saliti e gli indici azionari di Wall Street hanno perso terreno. Questo episodio è stato interpretato come un “test” per valutare le conseguenze di un’eventuale presa di controllo della Fed da parte di Trump. L’articolo sottolinea che nessun presidente americano ha mai licenziato il capo della banca centrale, la cui indipendenza è sancita dalla legge. Powell stesso ha ribadito che il suo mandato scade a maggio e che Trump non può rimuoverlo prima.

Nonostante Trump abbia successivamente dichiarato “altamente improbabile” la defenestrazione di Powell, il New York Times ha rivelato l’esistenza di una bozza della lettera di licenziamento. Anche una visita di Trump a un cantiere della Fed, con accuse di costi eccessivi, viene interpretata come un pretesto per mettere pressione o trovare una “giusta causa” per il licenziamento.


La posta in gioco: il debito pubblico americano e l’inflazione

La vera posta in gioco non sono i costi di un cantiere, ma i 37 mila miliardi di dollari del debito pubblico americano, con rinnovi e nuove emissioni per circa 10 mila miliardi all’anno, pari al 30% del Pil USA (il più alto tra le democrazie avanzate dell’OCSE). Sia l’amministrazione Trump che quella Biden hanno accorciato le scadenze medie dei titoli emessi per ridurre il peso degli interessi, aumentando la necessità di trovare credito sul mercato.

Trump, per gestire questo debito, vorrebbe un controllo diretto della Fed con un suo fedelissimo, per tagliare i tassi, creare inflazione e comprare titoli, ignorando l’aumento del costo della vita. Gli autori paragonano questa strategia a quella dell’Italia negli anni ’70 o di certi regimi autocratici emergenti.


Le implicazioni per l’Europa

Questa vicenda ha un impatto diretto sull’Europa in due modi:

  • Competitività dell’export: i mercati hanno mostrato che una Fed sottomessa a Trump porterebbe a una ulteriore svalutazione del dollaro, penalizzando l’export europeo. L’accordo commerciale tra Trump e Ursula von der Leyen ha già portato a una svalutazione dell’euro di oltre il 2% sul dollaro, a causa delle aspettative di un’economia euro più debole e di tagli dei tassi da parte della BCE.
  • Esposizione degli investitori europei: una svalutazione del dollaro genererebbe perdite per centinaia di miliardi di euro sugli oltre 1.600 miliardi di dollari di debito pubblico americano detenuto nell’area euro. Per queste ragioni, l’articolo conclude che l’indipendenza della Fed conviene “molto” all’Europa 31 luglio 2025