L’articolo di Eleonora Camilli su La Stampa, intitolato “Il salasso del cpr in Albania. Spesi 114 mila euro al giorno”, denuncia l’elevato costo e l’inefficacia del protocollo migratorio tra Italia e Albania. Secondo un rapporto di ActionAid e dell’Università di Bari, l’iniziativa è stata definita “il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane”. I punti principali del rapporto sono: Costi Esagerati: la costruzione dei centri in Albania costata 75 milioni di euro. Il costo giornaliero di gestione è di 114 mila euro, con pagamenti all’ente gestore per 570 mila euro. Nello specifico, l’allestimento di ogni singolo posto nel CPR di Gjadër (400 posti totali) è costato oltre 153 mila euro, una cifra sproporzionata rispetto a strutture simili in Italia (es. Porto Empedocle, 21 mila euro a posto).
Sprechi e inefficacia: nonostante gli alti costi, i centri si sono rivelati in gran parte vuoti. Ad esempio, a Gjadër c’erano solo 26 persone al momento dell’indagine. Inoltre, il rapporto evidenzia che ci sono già 263 posti liberi nei centri per il rimpatrio in Italia, rendendo l’utilizzo del CPR di Gjadër “irrazionale e illogico”. Mancanza di effetto deterrenza: nel 2024, solo il 10,4% delle persone con provvedimento di allontanamento sono state rimpatriate dai CPR italiani, il minimo storico dal 2014, dimostrando l’inefficacia della detenzione come strumento di deterrenza.
Critiche politiche: i dati hanno suscitato indignazione nel centro-sinistra. Elly Schlein (PD) ha accusato il governo Meloni di “sperperare cifre astronomiche” e di violare i diritti dei migranti, mentre Alfonso Colucci (M5S) ha parlato di “spreco di denaro pubblico conclamato e certificato”. Altri esponenti politici, come Riccardo Magi (+Europa) e Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (AVS), hanno criticato l’operazione come “sperpero di risorse” e “scelta ideologica e propagandistica”.
Dall’entrata in vigore del protocollo, solo 206 persone sono state trasferite in Albania, la maggior parte delle quali è stata poi subito liberata o riportata in Italia, rendendo l’operazione una “presa in giro” secondo la deputata Rachele Scarpa.
La Lampedusa greca
Una decina di barconi abbandonati lungo la riva, copertoni sgonfi usati come salvagente, vestiti, scarpe e documenti, sparsi tra i sassi. La traccia della nuova rotta dei migranti nel Mediterraneo è in questa distesa di resti del viaggio, che si apre allo sguardo una volta arrivati alla spiaggia di Tripiti, nell’isola greca di Gavdos, 70 chilometri sotto Creta. Il monumento di una sedia gigantesca ricorda che questo è il punto più a Sud di tutta Europa, in pieno mar Libico, a 150 miglia nautiche da Tobruk. Ed è proprio dalla Cirenaica che partono i barconi per approdare in quest’isola incontaminata, uno scoglio in mezzo al mare, che conta appena 100 abitanti: l’ombelico del Meditarraneo cantato da Omero nell’Odissea. Secondo diversi grecisti è da collocarsi qui Ogigia, dimora della ninfa Calipso che voleva trattenere Ulisse offrendo in dono l’immortalità. In questo luogo remoto e incontaminato la rotta dalla Libia si è aperta lo scorso anno ma è solo negli ultimi mesi che gli arrivi si sono fatti più numerosi e costanti. Stando ai dati della Guardia Costiera ellenica, sui 20 mila sbarchi totali registrati in Grecia 7.336 hanno riguardato Creta e Gavdos nella prima metà del 2025. Quasi 2.000 solo nella prima settimana di luglio, segnando un aumento del 350% rispetto al 2024. Numeri non allarmanti e lontani da quelli registrati nel 2015 durante la crisi dei rifugiati, ma che sono bastati al governo greco per chiamare lo stato di emergenza e sospendere le domande d’asilo per tre mesi. «Per noi è una situazione totalmente nuova, non siamo preparati». Seduto nella veranda della sua taverna di fronte alla spiaggia di Sarakiniko, Manolis Vailakakis, uno dei due pescatori dell’isola, non nasconde il suo sconcerto: ogni sera esce con la sua barca a pescare. E sempre più spesso vede in acqua le carrette del mare. «Nelle ultime settimane ne ho incontrati tanti: a volte riescono a sbarcare sulla costa, altre volte vengono fermati dalle autorità» racconta. Nella piccola Gavdos da anni la comunità resiste alla turistificazione di massa, così le strutture ricettive restano limitate. I pochi turisti che ogni anno scelgono quest’isola lontana possono contare su qualche affittacamere o sul campeggio libero nella spiaggia hippie di Agios Ioannis. Poche sono anche le attrazioni. Le serate si passano nelle taverne ascoltando il rebetiko o in spiaggia se c’è la luna piena. I servizi sanitari sono limitati: un unico centro medico fa da ambulatorio e farmacia. Ed è anche questo che preoccupa gli abitanti. «Qui non è Lampedusa – aggiunge Manolis – non siamo in grado di gestire i migranti».
Per contrastare gli arrivi, soprattutto persone originarie di Egitto, Sudan e Bangladesh, il governo greco ha rafforzato il pattugliamento intorno alle coste, con l’ausilio di Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, che proprio in Grecia è finita al centro di alcuni casi di respingimenti illegali. Parlando con i turisti all’inizio del percorso che via terra porta alla spiaggia di Tripiti (quattro chilometri tra le montagne), uno degli agenti di Frontex dice che il bel tempo porterà nuovi arrivi.
Intanto sulla spiaggia degli sbarchi, l’unico gesto di umanità e accoglienza è una cassa d’acqua che qualcuno ha lasciato sotto un albero all’ombra. Un cartello indica che è a disposizione e che si può bere. Lungo la battigia, invece, sparsi tra gli oggetti si intravedono fogli scritti in arabo, corrosi dall’acqua. Li hanno lasciati degli attivisti per spiegare ai migranti cosa fare appena arrivati. «Crediamo che ogni persona debba vivere liberamente, ovunque scelga di farlo – si legge -. Se sei appena arrivato cerca di ottenere assistenza legale. Non sei solo, hai dei diritti». Il documento elenca, poi, come fare la richiesta
d’asilo.
«Mi sento a disagio a camminare tra gli effetti personali di chi deve aver passato l’inferno» confida Rasmus Hjelm. L’uomo è venuto qui in vacanza dalla Svezia con moglie e i figli. «In acqua i bambini hanno trovato il passaporto di Adam, nato in Sudan nel 2002, ha poco più di vent’anni. Spero solo che sia arrivato vivo – dice -. Quando la sera siamo andati a mangiare souvlaki, ero così grato nel vedere i miei figli al sicuro. Non smetto di chiedermi: se fosse capitato a noi di fare il viaggio al contrario?».
Tema costante neidiscorsi, i migranti sull’isola sono una presenza invisibile. Quando riescono ad approdare vengono subito fermati dalla guardia costiera, imbarcati sul primo traghetto che fa la spola con Creta e portati nel centro di accoglienza dell’isola. L’esecutivo di Kyriakos Mitsotakis sta pensando di creare una nuova struttura, ma la misura potrebbe rivelarsi impopolare. Soprattutto dopo che sono state annunciate altre ancora più restrittive verso i migranti.
Nessuno però pensa realmente che limitare l’asilo o evocare il carcere possa servire da deterrente. La posta in gioco ancora una volta sembra essere un’altra e ha a che fare coi rapporti tra il generale Haftar e i Paesi europei. Il picco degli arrivi di luglio è coinciso con i giorni della visita in Libia del commissario Ue per le migrazioni Magnus Brunner e dei ministri degli stati che si affacciano sul Mediterraneo: l’italiano Matteo Piantedosi, il greco Thanos Plevris e il maltese Byron Camilleri. Fallita poi a Bengasi con quello che ormai è considerato “lo schiaffo di Benina”.
Anche verso le nostre coste gli arrivi dalla Libia sono cresciuti negli ultimi giorni: dal 20 al 24 luglio sono arrivate oltre 1700 persone. «Quando chiediamo ai Paesi al di là del Mediterraneo di controllare per noi i confini gli diamo un’enorme arma di ricatto – sottolinea Virginie Collombier, esperta di Libia e docente all’università Luiss Guido Carli -. C’è una questione di riconoscimento: Haftar vuol far vedere di essere l’unico a poter gestire i flussi. In tutto questo i migranti sono ancora una volta merce di scambio in un gioco di potere paradossale che abbiamo creato noi».
25 luglio 2025





