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Analisi della Nuova Milano
Michele Serra descrive una città profondamente trasformata, con un nuovo skyline e una vivace scena turistica e commerciale post-Expo, che ha però portato a fenomeni come la gentrificazione e l’esclusione sociale. Serra mette in contrasto questa ‘nuova Milano’ con quella del passato, evidenziando le sue riflessioni personali e i giudizi etici e politici.
Confronto con Mani Pulite
Un punto centrale dell’articolo è il confronto tra l’attuale inchiesta milanese e Mani Pulite. Serra sottolinea le differenze tra i due contesti, in particolare la natura delle accuse e il dibattito tra garantisti e giustizialisti e auspica che il dibattito attuale si concentri sulla materia dell’inchiesta senza cadere in nostalgie mal riposte.
Critica alla politica e visione futura
Si può sintetizzare la critica di Serra alla politica, che viene descritta come un ‘dopo’ che si interroga sull’accaduto piuttosto che un ‘prima’ che progetta il futuro. L’autore lamenta la mancanza di una visione alternativa e la crescente influenza della finanza nella progettazione delle città e delle ab abitudini umane, evidenziando come questo sia un problema non solo milanese ma globale.
Michele Serra, stimato giornalista e scrittore per Repubblica, offre nel suo articolo “Milano luccicante puntando al cielo ha perso la strada” un commento incisivo sulla società italiana contemporanea. Questo pezzo non si limita a una semplice cronaca, ma si configura come una profonda analisi socio-politica che utilizza la recente inchiesta giudiziaria a Milano come punto di partenza per esplorare trasformazioni urbane più ampie, i mutamenti sociali che le accompagnano e la percepita erosione dell’agency politica. Il titolo stesso racchiude la tesi centrale di Serra: il successo esteriore e la modernità abbagliante di Milano, simboleggiati dalla sua “ascesa luccicante” verso il cielo, potrebbero celare una più profonda perdita di direzione, soprattutto nel suo tessuto sociale e nel suo scopo politico.
Il presente rapporto si propone di sintetizzare e analizzare criticamente gli argomenti poliedrici di Serra. L’obiettivo è andare oltre un mera riassunto per dissezionare le implicazioni socio-politiche del “secondo boom” di Milano, il confronto sfumato con l’era di “Mani Pulite”, il problema pervasivo della gentrificazione e la critica generale di Serra al disimpegno politico. L’analisi metterà in luce le intricate connessioni tra pianificazione urbana, forze economiche, equità sociale e il ruolo evolutivo della governance in un mondo globalizzato, così come articolate da Serra.
II. Il “Secondo Grande Boom”: La trasformazione radicale di Milano
Dalla capitale industriale alla metropoli globale: un nuovo tessuto urbano
Serra sottolinea che Milano ha subito “la più rapida e profonda trasformazione della sua storia bimillenaria” negli ultimi trentatré anni, in particolare dall’era di “Mani Pulite”. Questo cambiamento radicale ha reso il suo skyline “irriconoscibile”, ora “irto e scintillante degli acciai e dei vetri di grattacieli sorti a decine”. Questa trasformazione segna un passaggio definitivo dalla sua identità storica di centro industriale e “vetero-borghese”, come descritto da Giorgio Bocca nel suo fondamentale libro “Il Provinciale”, a una città post-industriale, orientata ai servizi e integrata globalmente.
L’autore osserva che questa trasformazione, per certi versi, è stata “scelta” da Milano, un’affermazione che merita un’attenta considerazione. Sebbene la città abbia abbracciato attivamente il suo sviluppo, la natura di questa “scelta” appare complessa. L’analisi suggerisce che, in un contesto in cui Serra critica successivamente l’impotenza politica, la “scelta” è stata meno il risultato di una deliberazione politica democratica e più una conseguenza delle potenti forze economiche – finanza e sviluppatori immobiliari – che hanno di fatto assunto il ruolo di decisori. Questo indica una profonda riorganizzazione del potere decisionale, dove le logiche di mercato e l’accumulazione di capitale hanno guidato la traiettoria della città, sotto le spoglie del progresso o della necessità. Si delinea così una sfida fondamentale alla responsabilità democratica nello sviluppo urbano altamente finanziarizzato, dove gli imperativi economici spesso prevalgono o assorbono le tradizionali funzioni decisionali politiche.
Lo Skyline scintillante: trasformazione estetica e i suoi motori
L’articolo descrive vividamente il mutamento estetico, con nuovi quartieri che emergono da aree un tempo “modeste e rattoppate”, portando a un “enorme rimbalzo sui prezzi delle case”. Questa trasformazione fisica è alimentata da una potente confluenza di investimenti finanziari e da un “metodo consolidato, molto disinvolto, molto discusso ma alla luce del sole, di facilitazione/accelerazione delle pratiche edilizie”, mirato a una rapida costruzione.
Il “Salone del Mobile” viene citato come un “modello endemico e permanente” per la città. Questa metafora suggerisce che la funzione principale di Milano si è spostata dall’industria produttiva a una continua, performativa esposizione di attività commerciali e ricreative. L’intera struttura urbana sembra permeata da una logica da showroom, consumistica e orientata agli eventi, dove persino i “portoni delle case sembrano intrusi tra le vetrine e i dehors che li assediano”. Questo indica che la città è sempre più progettata per il consumo transitorio e lo spettacolo piuttosto che per una vita stabile e orientata alla comunità. La sfocatura dei confini tra esposizione, commercio e vita quotidiana denota una commercializzazione pervasiva che può sopraffare le funzioni residenziali tradizionali e gli spazi comunitari, contribuendo all’idea che Milano, nonostante la sua facciata “luccicante”, abbia “perso la strada” dando priorità all’attività economica transitoria rispetto alla sostenibilità sociale a lungo termine.
Cambiamenti economici: Turismo, servizi e finanza come forze dominanti
Serra rileva la “vera e propria esplosione turistica, commerciale e ricreativa seguita all’Expo”, che ha sostituito la “futile e poco sostanziosa” ostentazione degli anni ’80. La città ora brulica di attività commerciali e ricreative continue. La finanza è esplicitamente identificata come detentrice di “immensi poteri anche quello di progettare le città, e il mondo, e le abitudini degli umani”, con uffici “impilati nei grattacieli” e attività finanziarie “nell’alto dei cieli”, a significare la sua influenza elevata e distaccata.
Questa descrizione del potere finanziario nel “progettare le città” è cruciale. La gentrificazione, con il suo “enorme rimbalzo sui prezzi delle case” e il conseguente spostamento delle classi meno abbienti, non è semplicemente un esito naturale del mercato, ma appare come un risultato sociale “progettato” di un urbanismo finanziarizzato. L’ascesa “luccicante” non è solo una scelta estetica, ma una strategia economica che intrinsecamente privilegia il profitto e i residenti ad alto reddito, rimodellando attivamente la demografia sociale della città. Questo suggerisce una forma di ingegneria sociale, forse non sempre intenzionale, attuata attraverso mezzi economici, in cui la città è plasmata per una specifica, benestante demografia. Ciò solleva interrogativi su come lo sviluppo urbano contemporaneo, guidato dal capitale globale, possa esacerbare la disuguaglianza sociale, creando città economicamente vivaci per alcuni ma sempre più esclusive e insostenibili per altri, portando a frammentazione sociale e all’erosione di comunità urbane diverse.
III. Giustizia e politica: uno scontro ricorrente?
Echi di Mani Pulite: La divisione tra “argantisti” e “giustizialisti”
Serra inquadra immediatamente l’attuale inchiesta milanese nel contesto storico di “Mani Pulite”, notando che lo “scontro tra garantisti e giustizialisti” è “di nuovo” presente. Questo dibattito ricorrente è un tema centrale, che evidenzia una tensione persistente nella cultura politica italiana riguardo al ruolo e ai limiti del potere giudiziario. L’autore riconosce l'”emozione enorme” e le “tifoserie tutt’ora attive” generate da Mani Pulite, sottolineando il suo duraturo impatto psicologico e politico sulla coscienza collettiva.
Distinguere l’inchiesta attuale: “Facilitazione” vs. corruzione sistemica
Tuttavia, Serra distingue in modo cruciale la situazione attuale da Mani Pulite. Afferma che “niente, a partire dalle carte della Procura, rimanda a quel terremoto che rase al suolo il potere dei partiti della prima Repubblica”. Mani Pulite mise a nudo un “sistema di simbiosi strutturale tra partiti e imprenditori, fondato sulla corruzione”, che era “da moltissimi conosciuto ma da tutti taciuto per l’evidente ragione che era illegale. Conveniente e illegale”.
Al contrario, le accuse attuali riguardano un “metodo consolidato, molto disinvolto, molto discusso ma alla luce del sole, di facilitazione/accelerazione delle pratiche edilizie”. I presunti reati coinvolgono “ambiguità di ruolo tra le parti in causa” che gli inquirenti ritengono illegali. Questa distinzione tra la corruzione sistemica e clandestina di Mani Pulite e la “facilitazione” “alla luce del sole” dell’inchiesta attuale suggerisce un’evoluzione nella natura delle pratiche discutibili. Questo evidenzia un passaggio da un’attività criminale clandestina a pratiche che, sebbene potenzialmente illecite, operano con un certo grado di visibilità pubblica e forse persino di accettazione o normalizzazione sociale. Ciò implica uno spostamento in una zona etica e legale più ambigua. La natura “disinvolta” dei metodi attuali suggerisce una desensibilizzazione o un abbassamento delle soglie etiche nella vita pubblica, dove la convenienza e la velocità nello sviluppo potrebbero essere prioritarie rispetto alla stretta aderenza ai regolamenti, anche se i metodi non sono segreti. Questo solleva interrogativi sull’erosione di confini chiari tra legale e illegale, ed etico e non etico, quando le pratiche diventano ampiamente conosciute ma rimangono problematiche.
Il pericolo dell’eccesso giudiziario e dell’abdicazione politica
Serra lancia un forte avvertimento contro il fare affidamento sulla magistratura per risolvere problemi politici: “contare sulla magistratura per cambiare le classi dirigenti significa, sostanzialmente, rinunciare a fare politica; o disimparare a farla”. Questo è un commento politico centrale. Egli auspica che il dibattito rimanga incentrato sulla “materia dell’inchiesta” e eviti un “remake nostalgico” del passato, sottolineando che il contesto e la natura delle questioni sono diversi.
La persistenza del dibattito “garantisti vs. giustizialisti”, nonostante il diverso contesto dei presunti reati, indica una profonda tendenza sociale in Italia (e forse altrove) a esternalizzare i problemi politici alla magistratura. Ciò suggerisce una crisi di legittimità o efficacia politica, dove cittadini e persino attori politici stessi cercano nell’azione legale, piuttosto che nell’azione politica (es. riforma delle politiche, cambiamento elettorale, dibattito pubblico), la soluzione a problemi sistemici. Questa “abdicazione” della politica crea un vuoto che la magistratura è implicitamente o esplicitamente attesa di colmare, potenzialmente portando a un eccesso di potere o a un dirottamento dell’energia sociale lontano da soluzioni politiche fondamentali. Questo è un commento critico sulla salute delle istituzioni democratiche: quando i sistemi politici non riescono ad affrontare efficacemente la corruzione percepita o i problemi sistemici attraverso mezzi legislativi o elettorali, la magistratura diventa un’arena predefinita per il conflitto sociale e politico, potenzialmente minando il corretto funzionamento di entrambi i rami e ostacolando una vera riforma politica.
IV. Il costo sociale del progresso: gentrificazione ed esclusione. Spostamento delle Classi Medie e Basse: I “Milanesi centrifugati”
Serra affronta direttamente le conseguenze sociali del rapido sviluppo di Milano, identificando la “gentrificazione” come un processo chiave. Questo significa: “via quelli di reddito basso, che non possono più permettersi di abitare lì e saranno rimpiazzati dai benestanti”. Egli evidenzia l’esclusione non solo dei “poveri”, ma anche del “ceto medio, gli artigiani e i bottegai, gli impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti non figli di ricchi” per i quali una casa a Milano non è più abbordabile “se non per via ereditaria, a patto si possa poi mantenerla”. Questi residenti sfollati sono descritti come “ex milanesi centrifugati” che si sono spostati nell'”immenso hinterland”, catturando vividamente la migrazione forzata verso l’esterno.
L’erosione dell’identità e della comunità milanese tradizionale
L’articolo dipinge un quadro di una città in cui i “portoni delle case sembrano intrusi tra le vetrine e i dehors che li assediano”, suggerendo una perdita del carattere residenziale e della privacy a favore della commercializzazione. Il “fracasso, chiacchiere in strada, musica, luci accese fino all’alba, molto alcol e una palpabile circolazione di polverine e pastiglie” descrivono una vita notturna che sopraffà la vita residenziale tradizionale, lasciando “i residenti con i tappi nelle orecchie”. Questa nuova Milano è “lontana anni luce dall’antropologia impiegatizia, operaia, vetero-borghese e nuovo-ricca della Milano ‘classica’”, indicando una profonda rottura culturale e sociale.
Difese sociali vs. forze economiche incontrollate: Una battaglia sproporzionata
Serra mette in discussione l’adeguatezza delle politiche sociali: “Le politiche sociali del Comune – che pure hanno, a Milano, l’antica tradizione del socialismo filantropico – sono sembrate un argine generoso ma minimo”. Egli evidenzia la “sproporzione annichilente tra l’onda gigantesca degli affari e dello sviluppo edilizio e la fragilità delle difese sociali”. Questo squilibrio è un punto critico della sua critica, suggerendo che le misure sociali sono sopraffatte dalla scala e dalla velocità della trasformazione economica.
Questa “sproporzione annichilente” indica un fallimento fondamentale della governance nel bilanciare gli imperativi economici con il benessere sociale. Non si tratta solo di politiche deboli, ma della velocità e della scala dello sviluppo finanziario e edilizio che sono così travolgenti da rendere i meccanismi politici tradizionali quasi irrilevanti. Questo suggerisce uno squilibrio di potere in cui le forze economiche operano con tale velocità e autonomia che le istituzioni politiche faticano persino a reagire, per non parlare di plasmare proattivamente i risultati. Ciò implica una de facto priorità della crescita economica sulla coesione e la giustizia sociale, non necessariamente per politica esplicita, ma per la pura forza delle dinamiche di mercato. Questo scenario riflette una sfida globale in cui il ritmo dello sviluppo capitalistico supera la capacità della governance democratica di garantire una distribuzione equa dei benefici e degli oneri, portando a una percepita impotenza di fronte a forze economiche soverchianti e a un divario crescente tra prosperità economica e benessere sociale.
La politica come “specchietto retrovisore”: Reagire, non plasmare il futuro
Questa è forse la critica più profonda di Serra. Egli lamenta che “la politica è diventata, nella migliore delle ipotesi, un “dopo” che rimugina sul già accaduto, mai un “prima” che progetta il futuro come se potesse davvero plasmarlo”. Questo descrive una classe politica che è perpetuamente reattiva, incapace di anticipare o dirigere le potenti forze del cambiamento economico e sociale, cedendo così il controllo sul destino della città. Questa descrizione di una politica reattiva, che non riesce a immaginare e implementare futuri diversi, porta a un senso di impotenza. La “morte conclamata di ogni visione diversa delle cose, e della vita” che Serra menziona, suggerisce che il paradigma economico dominante (crescita trainata dalla finanza) è diventato così egemonico da soffocare qualsiasi tentativo di concepire modelli sociali ed economici alternativi. Ciò non è solo una debolezza politica, ma una cattura ideologica, dove la logica del mercato è vista come l’unica via praticabile, rendendo obsoleto il dibattito politico su scelte sociali fondamentali. Questo porta a una forma di determinismo economico in cui il futuro è plasmato dalle forze di mercato, non dalla volontà politica collettiva o dalla deliberazione democratica.
Serra afferma esplicitamente che “la finanza corre veloce, accumula tra i suoi immensi poteri anche quello di progettare le città, e il mondo, e le abitudini degli umani”. Questa è un’accusa diretta di come il potere economico abbia usurpato le funzioni politiche tradizionali. L’immagine del dito di Cattelan davanti alla Borsa, che punta “lassù”, è interpretata come un simbolo di dove risiede “il vero potere economico”, distaccato ed elevato dalla città quotidiana, rafforzando la sua influenza pervasiva ma invisibile.
La ricerca di alternative: Una sfida nazionale e globale
Serra allarga il campo, affermando che il problema della sproporzione e della mancanza di agency politica “non è un problema “milanese”, è un problema nazionale e mondiale”. Egli identifica la questione centrale come “la mancanza di una alternativa, per dirla semplice; di altri modelli economici e sociali che nessuno sembra avere il tempo di progettare, forse nemmeno di pensare”. Questo evidenzia un vuoto ideologico pervasivo, dove la traiettoria attuale sembra essere l’unica possibile.
In questo contesto, Serra nota anche che “la diffusione capillare di un vero e proprio personal work (ogni persona uno smartphone, ogni smartphone un’azienda) ha sbriciolato il tempo e lo ha reso disponibile a qualunque uso”. Questa frammentazione del tempo e l’ascesa del lavoro individualizzato hanno un impatto diretto sull’impegno politico collettivo. Se il tempo è “sbriciolato” e costantemente disponibile per attività economiche individuali o per il consumo, diventa più difficile dedicare tempo all’azione collettiva, alla deliberazione politica o alla pianificazione a lungo termine che la politica richiede. Ciò contribuisce alla “minoranza assediata” che ancora “timbra il cartellino”, suggerendo un cambiamento sociale che mina le forme tradizionali di organizzazione collettiva e partecipazione politica, indebolendo ulteriormente l’agency politica e contribuendo alla “perdita della strada”. Questo mette in luce come i cambiamenti nei modelli di lavoro e nella tecnologia possano avere impatti profondi, spesso trascurati, sull’impegno civico e sulla capacità di una società di affrontare collettivamente sfide complesse.
VI. Riflessioni conclusive e approfondimenti. Nostalgia personale vs. osservazione oggettiva: L’Agency politica mancante
Serra chiarisce i suoi sentimenti personali: non rimpiange il passato fisico di Milano (ad esempio, “piazza Gae Aulenti è cento volte più bella, pulita e socievole delle sterpaglie e dei marciapiedi scassati”). Egli apprezza la nuova vivacità, diversità e i miglioramenti estetici. Il suo unico rimpianto è l'”antica, diffusa certezza che la politica avesse gambe e testa quante ne bastavano per governare il domani”. Questa è una distinzione cruciale: la sua nostalgia non è per l’estetica o le norme sociali di un’epoca passata, ma per un senso perduto di efficacia e lungimiranza politica, per un tempo in cui la politica sembrava capace di plasmare il futuro. Questa “nostalgia per l’agency” suggerisce che la vera “perdita della strada” per Milano (e, per estensione, altre città globali) non risiede nella sua trasformazione fisica, ma nell’erosione della capacità collettiva di dirigere tale trasformazione verso fini socialmente equi. Implica che il progresso senza una guida politica porta a conseguenze sociali indesiderate, e che la città moderna, nonostante il suo luccichio, si sente meno governata dai suoi cittadini e più da forze astratte e potenti come la finanza. Questa è una potente critica ai modelli di governance contemporanei che privilegiano la crescita economica rispetto al controllo democratico e alla giustizia sociale.
Aspirazioni giovanili: Il fascino della ricchezza e della cultura degli influencer
La conversazione con il rapper Marracash rivela un disarmante cambiamento nelle aspirazioni giovanili. L'”unico sogno residuo dei ragazzi del suo quartiere è diventare uguali ai ricchi”. Essi “adorano certi influencer che solo vent’anni fa avrebbero mangiato vivi”, significando un profondo cambiamento nei valori e nei modelli di riferimento, dove la ricchezza materiale e l’influenza superficiale soppiantano le forme tradizionali di impegno sociale o politico e di pensiero critico. Questo spostamento suggerisce una profonda conseguenza sociale del boom economico incontrollato e della “morte della visione” in politica. Se l’unica via visibile al successo è attraverso l’accumulo di ricchezza e l’influenza superficiale, e se le alternative politiche o gli ideali sociali collettivi sono assenti, allora l’aspirazione a “diventare come i ricchi” diventa una risposta razionale, sebbene scoraggiante, a un sistema che offre poche altre vie per la percepita mobilità ascendente o il riconoscimento. Il commento sull’ “mangiare vivi” implica una passata coscienza critica o un sentimento anti-establishment che è stato eroso, sostituito da un’accettazione acritica di ideali consumistici e incentrati sulla ricchezza.
La domanda: ne è valsa la pena?
Serra pone domande etiche e politiche fondamentali: “Ne è valsa la pena? È meglio adesso di prima? Quale prezzo è stato fatto pagare ai deboli?”. Egli osserva che il “giudizio etico” e il “giudizio politico” sono controversi e distinti dal ruolo della magistratura, che è unicamente quello di individuare reati. Questo evidenzia il divario tra la responsabilità legale e la più ampia responsabilità sociale.
VII. Conclusione: Milano come microcosmo delle sfide globali
L’articolo di Serra utilizza magistralmente il “secondo boom” di Milano come lente per esaminare la complessa interazione di una rapida trasformazione urbana, la natura evolutiva della legalità e dell’etica nello sviluppo, la persistente tensione tra sfera giudiziaria e politica e i profondi costi sociali di una crescita economica incontrollata. La sua critica centrale ruota attorno alla percepita abdicazione dell’agency e della visione politica di fronte a forze finanziarie soverchianti. Milano, nonostante la sua abbagliante nuova facciata, ha “perso la strada” permettendo alle dinamiche di mercato di dettare la sua evoluzione sociale e spaziale, portando all’esclusione e a una diminuita capacità di autodeterminazione collettiva.
Le questioni sollevate da Serra non sono uniche a Milano, ma risuonano a livello globale: le sfide della gentrificazione, la finanziarizzazione dello spazio urbano, l’erosione dei servizi pubblici, la lotta delle istituzioni politiche per tenere il passo con il rapido cambiamento economico e le implicazioni sociali di una cultura consumistica dominante. La sua analisi serve da potente monito sul delicato equilibrio richiesto tra dinamismo economico ed equità sociale, e sul ruolo critico di una robusta visione politica nel plasmare città veramente inclusive e sostenibili.
Il messaggio duraturo di Serra è che, sebbene la trasformazione fisica possa essere impressionante, una città “perde la strada” quando la sua volontà politica di plasmare un futuro giusto ed equo è diminuita, lasciando il suo destino determinato unicamente dalle correnti della finanza e del consumo. La “strada persa” non riguarda solo una direzione fisica, ma una crisi di scopo morale e politico. Implica una disconnessione tra prosperità esteriore e benessere o direzione interna, suggerendo che la traiettoria della città non è più guidata da una visione condivisa del bene sociale o da un’intenzionalità politica, ma principalmente dall’accumulazione di capitale e dalla logica del consumo. La “strada” che si è persa è il percorso verso un futuro urbano più giusto, inclusivo e democraticamente governato, sostituito da un’accettazione acritica dello sviluppo finanziarizzato. L’articolo è un appello a un rinnovato impegno politico e a una riaffermazione dell’agency collettiva, una supplica per un ritorno a una “politica del ‘prima’”, capace di immaginare e costruire attivamente un domani diverso, piuttosto che limitarsi a reagire alle conseguenze di forze già in atto.
20 luglio 2025





