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Paolo Baroni, su La Stampa, ha pubblicato un interessante articolo sulle manovre daziarie trumpiane. Ecco la sintesi. Se i nuovi dazi del 30% rappresentano un colpo da “ko” tecnico, un vero disastro, per l’Unione europea (e soprattutto per noi italiani) quelli imposti da Trump a tanti altri Paesi non sono da meno e soprattutto confermano una tendenza che ormai da anni vede crescere in maniera esponenziale le misure di contrasto del commercio mondiale con gli Usa a farla sempre da padrone e la Cina a vestire i panni del primo capro espiatorio, seguito però subito dopo da Germania e Italia.
Con le lettere inviate la settimana scorsa a 22 Paesi, in prevalenza asiatici, l’amministrazione americana – come è noto – ha annunciato l’intenzione di imporre dazi anche più alti dei nostri, fino al 40%, che a partire dal 1° agosto colpirebbero una vasta gamma di beni se non verranno compiuti «progressi significativi» nei negoziati per ridurre gli squilibri commerciali con gli Stati Uniti.
Dopo quelli imposti in maniera orizzontale su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25 e del 50%, sulle automobili (25%) e più di recente sul rame (anche questo tassato al 50%), dopo il 35% applicato al Canada ed il 30% del Messico, con una sventagliata di lettere Trump ha messo in mora innanzitutto il Brasile. Al governo di Inàcio Lula il presidente americano contesta lo squilibrio della bilancia commerciale, che però non c’è (perché nel 2024 a fronte di 42,3 miliardi di merci esportate negli Usa il Brasile ne ha importato per 49,7), ma soprattutto la presunta persecuzione dell’ex presidente e suo alleato di ferro, Jair Bolsonaro, «un leader altamente rispettato nel mondo durante il suo primo mandato» che non andrebbe per questo processato.
Alle merci provenienti dal Brasile, innanzitutto carne, caffè e succo d’arancia, verrà applicato un dazio del 50%, che potrebbe salire al 60% nel caso Washington decidesse un dazio aggiuntivo del 10% con cui colpire gli altri Brics, su cui per ora ha deciso di usare la mano più leggera assegnando un dazio del 30% al Sudafrica e del 32% all’Indonesia. Per Myanmar e Laos l’asticella è invece fissata al 40%, al 36% per Cambogia e Thailandia, al 35% per le importazioni da Bosnia e Serbia, al 32% per il Bangladesh, al 30% per Algeria, Iraq, Libia, Sri Lanka, al 25% per Corea del Sud, Tunisia, Brunei e Kazakistan e Moldavia. Stessa aliquota del 25% anche per quattro paesi che presentano tra i surplus più alti nei confronti degli Usa come Giappone (68,5 miliardi di dollari di attivo commerciale), Corea del Sud (66 miliardi), Thailandia (45,6 miliardi) e Indonesia (17,9 miliardi).
Tolti questi quattro big, gran parte degli altri Paesi sanzionati non rappresentano però partner significativi per gli Stati Uniti e secondo gli esperti, nella maggior parte dei casi, hanno un vantaggio competitivo tale in termini di costi di produzione da poter comunque reggere il contraccolpo e continuare ad esportare negli Usa senza grossi problemi. Ovviamente chi è più esposte sta trattando con gli Usa per cercare di limitare i danni.
Impazzimento di Trump a parte non è però da oggi che le nazioni introducono misure restrittive degli scambi, siano essi nuovi dazi, tetti quantitativi all’importazione dei beni e delle merci, nuove norme di tipo igienico o sanitario. Complici le sanzioni adottate dai paesi Nato contro la Russia seguito dell’invasione dell’Ucraina rispetto al periodo pre-pandemico le misure restrittive del commercio internazionale sono infatti aumentate di 3,5 volte: solo nel 2024 si sono aggiunte 2.808 nuove misure protezionistiche facendo segnare una crescita esponenziale se si considera che solo dieci anni prima, nel 2014, erano state appena 380.
Secondo le elaborazioni fatte dal Centro studi di Confindustria sui dati raccolti da Global T rade Alert, centro indipendente che dal 2009 monitora le politiche commerciali a livello globale, sono gli Stati Uniti il Paese più di tutti gli altri ha prodotto norme di tipo discriminatorio arrivando ad accumularne sino ad oggi ben 11.527 e distaccando così di gran lunga sia la Cina (8.299) che il Brasile (7.9254). Alle spalle di questi tre Paesi poi nell’ordine si piazzano la Germania (4.200), il Canada (3.180), l’Italia (3.150), l’India (2.758), il Regno Unito (2.693), la Francia (2.553) e la Spagna (2.424).
E di tutto questo chi ne fa le spese, quali sono i Paesi più colpiti? Sempre secondo gli stessi dati del Gta al primo posto c’è la Cina bersaglio di ben 4.444 misure, seguita poi dalla Germania con 3.400 e dall’Italia con 3.131. Gli Stati Uniti, che come abbiamo visto sono il Paese che più di tutti intralcia gli scambi mondiali, si piazza solo al quarto posto con 3.054 norme che lo colpiscono rendendo quanto mai evidente lo squilibrio coi suoi partner commerciale tanto è grande il divario tra misure adottate e misure subite. Alle spalle degli Usa poi ci sono Francia e Regno Unito, rispettivamente con 3.036 e 3.018 misure a carico del loro export, quindi Olanda (2.926), Spagna (2.889), Corea (2.853) e Giappone (2.758).
Quest’anno sino a tutto l’11 luglio sono state ben 1.574 le misure discriminatorie adottate nel mondo bilanciate da appena 653 interventi sul fronte delle liberalizzazioni. Rispetto alle 1.805 del 2024 ed alle 1.848 dello stesso periodo del 2023 il calo è significativo ma può essere influenzato da una componente stagionale e comunque resta quasi doppio rispetto al 2020 quando ci si era fermati a 888.
In assenza di intese tra i vari paesi ora i danni per l’economia mondiale potrebbero essere notevoli. Secondo il Fondo monetario internazionale, a partire dalla guerra russo-ucraina, stiamo assistendo a una fase di instabilità del commercio mondiale molto simile a quella registrata nei primi anni della Guerra fredda. Con una differenza significativa: se all’inizio della Guerra fredda, il valore del commercio di beni sul Pil era del 16% ora siamo al 45% e questo determina rischi ben maggiori per la crescita globale che ora tutti i centri di ricerca stanno infatti rivedendo al ribasso.
15 luglio 2025





