di Antonello Catani
In un certo senso, dunque, fatti là, gli incontri si tramutavano in scampagnate, e queste avevano un pò il sapore di un’avventura…Avventure senza comparse femminili, si dirà. Questo è vero, com’è altrettanto vero che, da che mondo è mondo, cibi gustosi e libagioni abbondanti risvegliano a loro volta anche altri appetiti.
In quel caso, però, e non si tratta certo di ipocriti occultamenti, su quell’assenza e su quegli appetiti sembrava prendere il sopravvento lo spirito del gruppo e, su di esso, quello del luogo. Del resto, le loro donne, amanti o mogli che fossero, convenientemente in attesa del loro rientro, facevano parte di quella realtà da essi momentaneamente abbandonata appena varcavano il cancello del rustico. Qualsiasi cosa ognuna di esse rappresentasse per i partecipanti alle riunioni, quel qualcosa apparteneva a un’altra sfera, non necessariamente insignificante o meno importante, ma pur sempre un’altra sfera, in qualche modo meno antica o simbolica di quella che i membri del gruppo rappresentavano.
Ovviamente, tutto ciò non significa che l’argomento non scivolasse nelle conversazioni e non spuntasse all’improvviso nell’ispirazione di un bicchiere di vino o della superficie ormai stillante della coscia dell’animale sacrificato allo spiedo. Ma esso vi scivolava in modi, per così dire, poetici. Poetici, beninteso, non nel senso romantico e sentimentale del termine ma in quello della celebrazione ludica e della provocazione espressiva. Al mò dei bardi, infatti, c’era allora uno dei rari cacciatori del gruppo, che si produceva in descrizioni e situazioni da fare invidia ai Priapea di antica memoria ma anche alle illustrazioni di certi settecenteschi libelli clandestini. Mollemente disteso sulla sedia, con la cintura allargata su una pancia generosa ma non floscia e con l’occhio illuminato dallo splendore delle proprie descrizioni – che in certi casi erano dei veri e propri resoconti di vita vissuta – egli poteva evocare, di fronte ai commensali che non lo interrompevano, non solo visioni di animaleschi amplessi o liberatori tripudi di accoppiamenti multipli ma proprio quasi gli odori e i sapori di quei corpi, come se li stesse nuovamente assaporando in quel momento, imitandone e ricreandone gli strattoni, i movimenti e i gemiti, e tutto questo sempre col superiore distacco dell’uomo che sa di cosa parla, perchè tutte quelle situazioni le ha vissute.
In qualche modo, queste evocazioni di trionfali oscenità sembravano avere anch’esse una funzione liberatoria che faceva rispuntare l’eterno adolescente alla scoperta del mondo. Così come per certe popolazioni primitive anche l’orgia più sfrenata fa parte di un rituale di rinnovamento e rinascita, anche quelle orge, seppure solo verbali, servivano a esorcizzare la sessualità distratta e apatica che sembra essere il quasi immancabile risultato di lunghe convivenze coniugali. Sarebbe d’altra parte errato immaginare che, a causa di tali vincoli, che bene o male gravavano sulla maggioranza di quel consesso, i presenti fossero poi degli stinchi di santo. Tuttaltro! Fatte salve alcune eccezioni, che confermano la regola e che non sappiamo quanto dovute a delle
sincere fedeltà o semplicemente alla mancanza di più facili opportunità, la maggior parte di essi, come era del resto da spettarsi, non si negava o non si era negate trasgressioni a quei vincoli. C’era chi se ne gloriava apertamente
con gli amici, e c’era chi invece le dissimulava con la massima spudoratezza, per motivi di prudenza o di carattere.
Ma il fatto che se ne gloriassero o le dissimulassero non impediva che si trattasse appunto di trasgressioni, furti da consumare in segreto e magari con qualche preoccupazione. Insomma, per quanto godibile, quel modo di trasgredire ben poco aveva della gloriosa libertà e traboccante vitalità che le evocazioni sopra citate suggerivano invece ai presenti. Non crediamo di arzigogolare troppo o di essere paradossali, ma anzi crediamo di rendere loro
giustizia se, anzichè attribuire banalmente quelle improvvisazioni licenziose e scurrili a fissazioni maniacali, le interpretiamo invece come una salutare esigenza di richiamare una purezza perduta, un vigile monito a non dimenticare che il segreto e la natura dell’eros sono costituiti proprio dalla sua più sfrenata libertà. Ora, non si può dire che quest’ultima sia la caratteristica di fondo della civiltà, o comunque di quel mondo in cui abitualmente i nostri amici vivevano.
Così, sarà incidentalmente, sarà in forme comiche o scherzose, ma intanto anche quelle anarchiche oscenità diventavano parte integrante del rito consumato in quegli incontri e che era incomparabilmente meno ovvio e più elusivo di quanto la tavola imbandita o l’animale sacrificato sullo spiedo non suggerissero.





