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Il vino di Luca 6

di Antonello Catani

I ristoranti – plurale che suggerisce oscillazioni di gusti e gradimenti – non erano però l’unico teatro di simili riunioni. Spesso, infatti, soprattutto in primavera ma anche in autunno inoltrato e ancor più in inverno, queste avevano luogo nella casa di campagna di uno dei membri del gruppo, situata a non molta distanza dalla città. Il nome di costui era del resto propizio e augurale: Salvatore.

       I vantaggi pratici della scelta erano del resto pari, se non forse inferiori al fascino recondito che il luogo particolare offriva. Se c’era un modo per rendere ancora più intense simili riunioni, difficilmente esso avrebbe potuto essere favorito dall’isolamento, tranquillità e complicità che la casa col terreno circostante offrivano. L’incombenza delle montagne in lontananza, la varietà della vegetazione, la presenza docile ma attenta di certi cani dal pedigree incerto, la casa stessa con la sua disadorna accoglienza e il suo gigantesco camino conferivano alle riunioni un’atmosfera di gran lunga più intima e appagante di qualsiasi ristorante o del menù più stuzzicante. Non è esagerato dire che il loro insieme generava una sorta di aura mitica che ben si confaceva al rituale degli incontri, anzi, lo esaltava.

       A questa aura mitica e, per così dire, fuori dal tempo, contribuiva del resto la stessa figura e personalità dell’anfitrione. In un certo senso, egli ne era una sua manifestazione e, lungi dal mitigarne gli effetti, col suo modo di vivere non faceva che intensificarla. La letteratura, come la vita, sono pieni di stereotipi relativi al signore di campagna o, più modestamente, al contadino. In entrambi i casi, si tratta di figure prevedibili e univoche: per quanto vivano in campagna, essi sono però spesso immalinconiti dalla lontananza dalla città. Attratti dai suoi prodotti, dalle sue raffinatezze e dalla sua animazione e vedendo dunque in essa il luogo esemplare di ogni vivere civile, essi sono ansiosi di mettervi piede a ogni occasione propizia coltivando, quando possono, il progetto di farne il loro sospirato e futuro approdo. Nel caso del nostro anfitrione, le cose andavano invece nella direzione opposta. Per quanto vivesse in città, ogni giorno, ormai da anni, se ne andava a lavorare nel suo terreno in campagna per poi rientrare, a sera inoltrata, nei più banali ranghi dell’atmosfera familiare. 

       Questa giornaliera migrazione era del resto coerente a certe sue pacate o, più spesso, insofferenti ammissioni di essersi tanto spaesato dalla città da non conoscerne ormai molte delle sue nuove strade o edifici. In quanto poi alla sua curiosità verso tutto ciò che si estendeva oltre di essa e, soprattutto, oltre il suo terreno, non solo questa era praticamente inesistente ma la sua assenza non veniva in alcun modo da lui accusata come un’incresciosa e riprovevole lacuna.

23 maggio 2025

6. Continua