di Antonello Catani
Ora, che nel nostro caso ritrovamento e ritorno al passato non siano una mera finzione letteraria o l’arbitrio di una fantasia, per così dire, romantica, è provato, se non dallo sterco degli animali sopra citato, da certe inoppugnabili congruenze che, come vedremo, si rafforzeranno una con l’altra fino a dare alla nostra ricostruzione una plausibilità irresistibilmente vicina alla verità.
Ritornando quindi a quelle riunioni, la costante esclusione di “altri”, che pure per ognuno di loro separatamente esistevano e a cui in teoria avrebbe potuto essere estesa la partecipazione, conferma come “le cene”, o almeno quelle particolari “cene ristrette”, fossero in realtà la ripetizione di un rito: la replica dello stesso atto unico dove ognuno vedeva nella presenza dell’altro la conferma alla propria permanenza, così come era stata in principio, come se da allora nulla fosse cambiato. Più che l’apparente avidità con cui si gustavano la varietà e la qualità della cucina e dei vini, e nonostante occasionali malumori per la scarsa riuscita di tal piatto di pesce o la sincerità di tal bottiglia di vino, in fondo si trattava di pretesti, ancorchè dissimulati. La molla segreta di quegli incontri, come anche il loro successo, erano intimamente collegati al senso di conforto e, quasi, di sollievo, offerto dal reciproco inveire, pettegolare, malignare o anche solo dal tacito brindare a distanza, sommersi dalla confusione delle chiacchere e dal rumore di fondo degli altri tavoli. Perchè bisogna qui sottolineare come, a dispetto di ogni romantica idealizzazione circa le discussioni democratiche, ordinate o coerenti, che uno si attenderebbe fra amici di vecchia data, in realtà tutto si poteva dire di tali riunioni tranne che esse dessero luogo a quel genere di discussioni o, semplicemente, a discussioni. Se per brevi momenti queste erano possibili, e cioè finchè ci si limitava al commensale immediatamente vicino, coerenza, ordine del discorso e priorità degli interventi si sgretolavano e venivano inesorabilmente travolti man mano che i commensali si trovavano sempre più distanti fra loro. Era allora, che a disperazione di un immaginario direttore d’orchestra, quest’ultima – che nel nostro caso era appunto il gruppo di amici – si produceva in inarrestabili e contemporanee esecuzioni di duetti, trii o quartetti, ognuno slegato dall’altro, i cui vari suonatori non rimanevano gli stessi neanche per lo svolgimento di un singolo tema, ma capricciosamente e inopinatamente cambiavano partitura o si aggiungevano a chi ne stava eseguendo un’altra.
Antonello Catani
4. Continua





