Gli Stati Uniti d'Europa non decollano e l'Italia è sempre più ignorante

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L’insegnamento della lingua materna resta prioritario. Ma il dato più preoccupante riguarda la popolazione adulta. Anche in Germania o nei Paesi del Nord (e persino negli Stati Uniti) più della metà della popolazione ha gravi difficoltà nel leggere e capire un testo semplice o nell’adoperare banali strumenti di calcolo. In Giappone e in Finlandia si arriva al 38%, in Italia si supera il 70. Direi che è un dato costante l’alto tasso di problemi nell’uso completo delle lingue materne: appena uscite dalla scuola, le persone finiscono per perdere ogni capacità. Così Paolo Di Stefano in un'intervista al prof. Tullio De Mauro. 

Dopo l'euro, ci sarà l'inglese come lingua europea?

 

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Giscel, si incrociano le lame

Nel 1989 ero insegnante a Stresa.

Stresa è una località del Lago Maggiore che conserva un'atmosfera che confina con la memoria, quella del turismo  primonovecentesco. A quel tempo erano i russi a trovare ristoro sulle sdraio degli eleganti "Les Iles Borromées" e "Regina Palace". La rivoluzione d'Ottobre era ancora lontana. Ma Stresa è anche una località famosa per il suo centro congressi e fu così che mi inventai promotore di un incontro italo-francese di sociolinguistica e, un anno dopo, del convegno nazionale del Giscel sul parlato e l'ascolto. Quella del Giscel è una sigla che, ai più, evoca il nome di una crema per le mani ma che, nella realtà, significa qualcosa di molto più impegnativo: Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica! Io ne ero entrato a far parte nel 1983, quando ancora ero studente universitario. Erano tempi di grande entusiasmo: sulla pelle bruciava ancora un'educazione liceale fondata sulle fumosità dei Sapegno, dei Salinari, dei Pazzaglia. Si sentiva la necessità di pragmatismo, di analisi più immanenti al discorso letterario: si cercava, in altre parole, la testualità. E le "10 Tesi" sull'educazione linguistica elaborate da Tullio De Mauro, e divenute poi fondamento del Giscel, parevano ben assecondare questo desiderio. Ricordo un fatto curioso e nello stesso tempo significativo: ero entrato a far parte della segreteria nazionale dell'associazione e nessuno, neppure il sottoscritto, se ne era accorto! Tanto forte era la voglia di "fare", quanto scarsa l'attenzione alle cariche e alla burocrazia.

Torniamo dunque a Stresa. Dopo i due convegni sopra citati era successo un fatto: un gruppo di docenti di Verbania aveva espresso il desiderio di approfondire il tema del linguaggio. Le riunioni avvenivano nella biblioteca di Villa Olimpia, gentilmente messa a disposizione dal Comune: nasceva così il Giscel Piemonte. I primi anni di storia del gruppo erano fatti di ricerche, partecipazione a convegni e seminari, accesi dibattiti. Dell'équipe facevano parte anche Davide Scalmani e Martino Beltrani che avevano contribuito al lavoro di riflessione introducendo temi di carattere filosofico e antropologico, soprattutto in riferimento all'epistemologia della complessità. Per molti di noi, me compreso, fu una scoperta: la possibilità di considerare il linguaggio non solo da un punto di vista strumentale e funzionale ma anche come espressione dell'essere umano, ci affascinava. "Noi non usiamo il linguaggio, viviamo nel linguaggio": con queste parole amavamo riassumere il nostro pensiero.

La strada intrapresa permetteva di vedere la realtà da una nuova angolazione, un punto di vista che impietosamente metteva a fuoco le debolezza del nostro sistema educativo: nel neopuritanesimo dilagante delle certificazioni di qualità e della deriva aziendalista della scuola italiana, il linguaggio appariva qualcosa di freddo, asettico nella sua oggettività. Potevamo constatare come non vi fosse alcun spazio per gli sguardi e le parole con cui ciascuno di noi, soggettivamente, vede il mondo e interagisce con esso. Scrivemmo allora un articolo dal titolo "Le riforme che stritolano il linguaggio" nel quale si affermava che l'alternanza delle compagini governative lasciava pressoché immutati i problemi dell'educazione al linguaggio, sempre più compressi da logiche imprenditoriali e soffocati dal pernicioso meccanismo prerequisiti-interventi "in entrata"-prestazioni "in uscita". Con orrore vedevamo i nostri studenti trasformarsi in quelle "macchine banali" di cui parlava Heinz Von Foerster. Naturalmente quell'articolo  non poteva accontentare i riformisti e neppure i conservatori: le critiche arrivavano da ogni parte.

Il nostro gruppo iniziava ad essere visto con preoccupazione e quando pubblicammo un articolo per analizzare criticamente le "10 tesi" di De Mauro a trent'anni di distanza dalla loro pubblicazione, le cose peggiorarono drasticamente. In quell'articolo, elaborato da un gruppo di nove persone, si cercava di evidenziare i meriti storici di quel documento ma si diceva anche che, dopo trent'anni, la scuola era cambiata e che, conseguentemente, alcune di quelle "tesi" andavano riviste. L'articolo uscì nonostante il tentativo, da parte di ignoti, di bloccarne la pubblicazione; alcuni mesi dopo, il direttore della rivista responsabile del misfatto mi informò che, avendo ricevuto pressioni "dall'esterno", non avrebbe in futuro potuto pubblicare più nulla che ci appartenesse.

Era logico chiedersi cosa potesse creare tanto imbarazzo: considerare la soggettività nel linguaggio significa mettere in correlazione gli studi linguistici con quelli antropologici, fatto che si scontra con l'analiticità disciplinare e l'attuale separazione degli studi universitari. Non solo: la frammentazione degli insegnamenti corrisponde ormai oggi ad aree di privilegio (potere, gestione di appalti e commissioni, visibilità, ecc.) che vengono difese tenacemente. Ma in quanti educatori che si pongono come unico obiettivo quello di migliorare la condizione dei ragazzi che studiano, non potevamo tenere in considerazione tutto questo. E ancora oggi, che abbiamo fondato il Centro di Ricerche sul Linguaggio e l'Educazione, riteniamo sia stato giusto così: contribuire senza condizionamenti a far sì che i giovani abbiano una migliore educazione, è questo un buon obiettivo per cui impegnarsi.

Questo libro comprende una serie di racconti-saggio la cui coerenza è assicurata da quella visione antropologica del linguaggio che in tanti anni abbiamo costruito: parlano, questi racconti, delle parole della vita ma anche di come si possa vivere dentro le parole.

Agostino Roncallo

                                                                   Il quaderno della vita

Il quaderno della vita: un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini, per non schiantarsi contro il bordo della pagina, a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze, un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere...

Una sera di molti anni fa il mare di fronte a S.Giuliano d'Albaro era costellato di tante, piccole, luci di lampare che illuminavano i legni della barca e l'acqua intorno. C'era il caldo di un'estate che a Genova si prolunga fino a intralciare l'arrivo dell'autunno e la bonaccia, che zittiva il brontolio indisciplinato dell'acqua sugli scogli. Albaro è la collina di Genova, da lassù i Fieschi e i Doria, le famiglie che detenevano il potere, potevano guardare dall'alto le mura della città e l'ingresso di Porta Soprana illuminato da fuochi.

Quella sera, chiunque fosse sceso per una crosa verso S.Giuliano, avrebbe di certo sentito una musica lontana e l'eco di una danza nell'aria e avrebbe rivolto lo sguardo verso un illuminato palazzotto, all'interno del quale Eleonora, moglie di Fiesco, era appena uscita dal ballo sbattendo rumorosamente la porta. Togliendosi la maschera che portava in viso, si era buttata su una sedia: diciottenne pallida e diafana, anche stavolta era vestita di nero. Rosa e Arabella, le sue cameriere, erano subito accorse, sconvolte: una civetta nota in tutta la città, una certa Giulia, aveva mostrato occhi suadenti al marito che, per tutta risposta, aveva baciato a lungo il suo braccio nudo. Del resto il Fiesco, conte di Lavagna, era un ventitreenne bello e amabilmente maestoso, dotato di una cortigiana arrendevolezza. Giulia invece, alta e formosa, superba e un po' civetta, aveva un modo bizzarro di essere bella, una di quelle bellezze abbaglianti ma non seducenti, l'espressione del viso ironica e gli occhi maligni.

Giulia era consapevole dell'allettante lusinga che i suoi occhi potevano sprigionare e sapeva anche che il Fiesco ne avrebbe inteso il significato; avrebbe senza dubbio potuto rifiutare l'offerta e non baciare il suo braccio, ma l'avrebbe inteso. Chi invia un segno, sia questo un gesto o una parola, vive in esso, e Giulia viveva nei suoi sguardi e nelle sue parole.

"Conte buonasera..."

Il Fiesco, destinatario di quel segno, colpito da esso, si muoveva intontito, irrigidito come uomo in estasi, come se il mondo ai suoi occhi non esistesse più e lui, insieme a Giulia, nuotasse leggero nell'aria. Scaraventato in aria dalle parole, fluttuante nell'aria come un foglio di carta leggero, strappato al quaderno della vita: un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini, per non schiantarsi contro il bordo della pagina, a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze, un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere. Se siamo nelle nostre parole, la nostra vita è in questo quaderno.

"Prendete la cosa per ciò che è effettivamente!... una galanteria." disse Rosa. "Galanteria?" - ribatté inviperita Eleonora - "E l'insistente occhieggiare di lei? E da parte di lui l'ansioso seguire le sue tracce? Eh, bimba mia, che non hai ancora amato, non venire a farmi distinzioni tra amore e galanteria!". Rosa si trovò a questo punto a cercar di dover rimediare alla situazione: "Tanto meglio, madonna! Perdere un marito vuol dire trovare dieci cicisbei." Il rimedio è peggiore del male e in questo caso il linguaggio si rivela una medicina inefficace: Rosa non riesce ad attenuare la collera di Eleonora facendo slittare il significato di "amore" in quello di "galanteria" e neppure risulterà consolatoria la prospettiva di acquisire "dieci cicisbei". Infatti, il grado di irritazione di Eleonora aumentò: "Perdere? Chi parla di perdere? Un breve sussulto di sensualità e io già avrei perduto Fiesco, mio marito? Vattene, vipera! Non venirmi più davanti! Uno scherzo innocente, ecco... sì, una galanteria... Non è così, mia affettuosa Arabella?". "Sì, certamente è così." rispose quest'ultima. Arabella finisce così per confermare ad Eleonora che si tratta di una semplice "galanteria", la stessa spiegazione che quest'ultima aveva poco prima rifiutato a Rosa.

Le nostre parole non si portano dietro un significato come se questo fosse dato loro in prestito una volta per tutte. Rosa dice che quello tra Giulia e il Fiesco non é amore ma una galanteria? Ma... l'insistente occhieggiare di lei? Eleonora non è d'accordo, non può essere una semplice galanteria o forse sì, forse lo era, vero Arabella? Le parole fluttuano, trascinate dalla corrente del nostro pensiero, come su una dolce ile flottante, come la lettera di un'insegna al neon difettosa, che s'accende e si spegne. Ci capita di dover voltar pagina, per cercare nuove parole, che tuttavia non si assomiglieranno mai. Ogni parola è differente, siamo: differenti. Eleonora ha scrittura nervosa che riflette il suo carattere, il tratto della sua penna salta oltre i margini delle pagine del suo quaderno, Rosa e Arabella hanno invece una scrittura più timida, le vocali "a" e "o" contratte in piccoli, invisibili, cerchi.

"I miei domestici! Il postiglione!" Giulia uscì irritata dalla festa e Fiesco la inseguì, affannosamente: "Contessa dove volete andare? Che intendete fare? Capisco come sia stato imperdonabile il comportamento di mia moglie, andarsene così... buttando a terra la sedia e voltando la schiena a lei che sedeva a tavola...". Giulia abbozzò allora un sorriso compiaciuto: "E' forse colpa mia se il conte suo marito ha gli occhi?". "La grave colpa della vostra bellezza - rispose il conte - è che io non abbia occhi che per voi. Il mio amore è un eroe abbastanza ardito da rompere le barriere della gerarchia e da spiccare il volo verso il sole accecante della vostra maestà". "Niente complimenti, conte; tutte le bugie avanzano sulle stampelle zoppicando. La sua lingua infatti mi porta in cielo, mentre il suo cuore continua a palpitare per un'altra donna" rispose Giulia. A questo punto il Fiesco si strappò di dosso il ritratto di Eleonora che portava appeso ad un nastro azzurro e lo porse a Giulia dicendo: "Sarebbe meglio dire, madonna, che il mio cuore batte di malavoglia e non desidera che disfarsene; ponete su questa la vostra immagine e vi sarà facile distruggere l'idolo". Giulia si nascose subito in seno l'immagine, molto lieta di questo fatto, e subito gli porse al collo la propria, cosa che fece infuocare l'animo del conte: " Giulia mi ama! Giulia! Non invidio più nessun immortale! Questa notte è una festa degna degli dei e la gioia deve celebrare il suo capolavoro. Il nettare scorra sui pavimenti, la musica svegli la mezzanotte dal suo plumbeo sonno, mille lampade accese offuschino il sole del mattino... Sia gioia universale e la bacchica danza faccia rovinare sotto il suo turbine il regno dei morti!".

Nel palazzo del Fiesco, chi quella sera avesse aperto la tenda centrale del salone avrebbe visto una gran sala illuminata e molte maschere danzanti. L'euforia del Fiesco nasce dalle parole di Giulia, le parole che portano in cielo. Sono le parole che si incidono in noi, che sentiamo sulla pelle, quelle dal gusto persistente, dal retrogusto insistente, le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo, che porteremo con noi in bauli pieni di quaderni, i quaderni della vita.

Ci sono tre anime nelle parole del Fiesco di Eleonora, in questa loro storia tormentata: tre modi di essere, dolorosamente, nella vita e nella parola.

La prima anima unisce e divide, la fragilità dell'unione tra Eleonora e il Fiesco Eleonora è la stessa di due parole unite dal "senso comune": sulle nostre labbra ogni parola appare diversa. Ci disperiamo sempre per questo, vorremmo ogni volta ritrovarci in un mondo condiviso. Si battono i pugni sul tavolo, si strappano i capelli: perché non ci capiamo?

La seconda anima avvicina e allontana. Eleonora si avvicina ad Arabella solo perché ha confermato la supposizione secondo la quale il comportamento del marito altro non sarebbe che una banale galanteria: ci si incontra intorno al significato di una semplice parola, come intorno ad un tavolo, ci si stringe le mani.

La terza anima concorda e discorda. Il procedere in accordo può portare gioia, felicità, al contrario i disaccordi sono fatti di sofferenza. Nel primo caso le parole saranno appassionate, come quelle che colpiscono e fanno volare il povero Fiesco.

Sono le parole che si incidono in noi, che sentiamo sulla pelle, quelle dal gusto persistente, dal retrogusto insistente, le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo,

che porteremo con noi, in baùli pieni di quaderni, i quaderni della vita...

Agostino Roncallo

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