Donne in trincea 1

I benefici dello spirito di squadra. Il direttore sanitario in Italia è, per definizione, un dirigente medico che deve garantire la guida, la supervisione e la qualità della struttura sanitaria. Compiti che richiedono intelligenza e dedizione. Ho scelto di intervistare una donna, Chiara Bovo, di origini padovane, che ricopre tale carica nella città scaligera perché rappresenta un buon esempio di determinazione e di volontà, ingredienti entrambi vitali in un’Italia che ha bisogno di ritornare a credere senza paura in se stessa, come dopo una malattia che ha lasciato strascichi nel corpo e nell’anima. Le sue sono parole che innervano e vivificano, come un fil rouge, le fatiche di una missione, quella del medico, che se vogliamo, si accosta, quasi con naturalezza, all’idea che tutti abbiamo della donna che si dedica alla cura delle persone.

Per iniziare le chiediamo di narrarci in un breve excursus, il suo percorso professionale: inizi e motivazioni.

Il mio percorso professionale inizia nell’ambito della ricerca biomedica e soprattutto della patologia clinica per poi scegliere l’igiene e la medicina preventiva che mi hanno portato prima alla direzione di ospedali e successivamente alla Direzione sanitaria. Ho svolto vari incarichi, dapprima come dirigente medico, poi dal 2001 al di Chioggia ed in seguito, fino al 2008, come Direttore medico dei presidi ospedalieri e come Responsabile unico della funzione ospedaliera dell’Azienda Sanitaria ULSS n. 17 di Monselice-Este. Dal 2008 al 2010 mi sono occupata invece della Direzione della struttura complessa per la realizzazione della programmazione ospedaliera, integrazione ospedale e territorio, e interaziendale dell’ULSS n. 20 di Verona. Ho ricoperto poi il ruolo di Direttore di Dipartimento Interdirezionale per l’Area sanitaria e, dal 2010 al 2015, ho svolto due incarichi consecutivi come Direttore Sanitario presso l’Azienda sanitaria ULSS N. 20 di Verona. Dal 1° febbraio 2015 porto invece avanti con onore e dedizione il mio compito di Direttore Sanitario dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona.

Potresti, per calare le tue mansioni in un contesto ben preciso, fare una breve presentazione degli ospedali che rappresenti?

L’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, comprendente i due presidi ospedalieri di Borgo Trento e di Borgo Roma, per un totale di circa 1400 posti letto, è una realtà riconosciuta come Centro di servizi sanitari di rilievo nazionale e di alta specializzazione. Ogni giorno garantiamo attività di ricovero e di specialistica ambulatoriale. Le prestazioni in regime di urgenza e di emergenza sono erogate 24 ore su 24 con numeri importanti. Per darvi un’idea, ad esempio, abbiamo circa 360 accessi in Pronto Soccorso ogni giorno; effettuiamo quasi 40.000 interventi chirurgici in un anno; ogni giorno abbiamo più di 1000 ricoverati in regime di degenza ordinaria e 200 in regime di ricovero programmato, in Day Hospital. La nostra Azienda è sede di 40 Centri di riferimento regionale e di numerosissime attività d’eccellenza, fra cui tutte le chirurgie specialistiche, la Breast Unit, l’oncoematologia e i trapianti d’organo e di tessuti. È stato eseguito il primo trapianto di rene nel 1968. La presenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Verona, fa sì che assistenza, didattica e ricerca siano inscindibili ed i processi diagnostici e terapeutici siano costantemente aggiornati. L’impegno assistenziale è inoltre da sempre svolto ponendo al centro dell’organizzazione il malato, al quale il personale assicura le prestazioni promuovendo lo spirito solidaristico ed umanitario che contraddistingue la relazione paziente-operatore. Insomma, l’AOUI di Verona è un’Azienda importante, solida, spinta all’innovazione e con un capitale umano straordinario: medici, infermieri, amministrativi, tecnici e specializzandi, circa 7000 persone di grandissimo valore, ed io sono veramente onorata di dirigere questa azienda.

Cosa faresti emergere di positivo nei contesti dove operi?

Il senso del dovere. Ognuno ha dato tutto quel che poteva dare. Ci siamo reinventati il lavoro, l’organizzazione dell’ospedale, i rapporti personali. Abbiamo lavorato in fretta e siamo riusciti a dare ai cittadini le risorse di cui avevano bisogno. Ci siamo presi cura del nostro personale attivando fin da subito una sorveglianza a loro dedicata.

Cosa si poteva fare meglio … sempre nel tuo luogo di lavoro nella lotta al Coronavirus?

Ci è mancata la possibilità di anticipare, di pianificare prima, di avere le informazioni utili a prevedere e ad organizzare per tempo questa battaglia.

In futuro riusciremo ad essere pronti per eventuali emergenze?

L’esperienza in medicina è un elemento fondante tanto quanto il debriefing e l’analisi di ciò che è accaduto.  Negli anni abbiamo reso la politica per la qualità un nostro modus operandi che ci permette di raccogliere il buono dagli eventi che affrontiamo come persone e come azienda e di identificare i settori di miglioramento. Questa emergenza ha toccato da vicino ognuno di noi, esperienze così imponenti lasciano sempre un segno ed un insegnamento da applicare.

Errori da evitare … in generale.

L’indecisione: i ruoli di responsabilità richiedono presenza, coraggio e ricerca delle evidenze disponibili. In contesti come quello che abbiamo vissuto, in mancanza di dati certi e di precedenti da analizzare è possibile commettere errori. Tuttavia, ritengo che l’errore più grave e meno perdonabile sia l’indecisione. Penso che non scegliere, non dare indicazioni, non sporcarsi le mani sia una resa a tavolino. Un altro errore da evitare è l’agire in solitudine. In emergenza la squadra fa la differenza. Avere la possibilità di avere più punti di vista e più professionalità attorno ad un tavolo ci ha sempre aiutato a distinguerci per efficienza e performance.

La ricerca scientifica: obiettivi e priorità …

Ritengo che gli obiettivi della ricerca dovrebbero essere quelli di poter mantenere in salute il maggior numero di persone possibile. Ancor prima di studiare nuovi farmaci od attrezzature più performanti è importante spiegare alla popolazione i pilastri della salute e della prevenzione. Avremmo più persone consapevoli e più salute.

Quanto e come si dovrebbe investire nella ricerca? Quali mete? È solo un problema di denaro?

La ricerca, per definizione, non può sempre garantire risultati tangibili a breve giro. Essa necessita di tempo, persone motivate e risorse

Patrizia Lazzarin. 27 maggio 2020

(continua)

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Cambio di rotta: nasce a Bologna il Nuovo Forno del Pane.

  • Pubblicato in Cultura

Un mare in tempesta, con lampi accecanti e tuoni che risuonano nelle orecchie,  piccole barche e grandi transatlantici che si muovono sulle onde, metafore essi stessi di nazioni più o meno potenti, più o meno deboli, entrambi in balia,  oscillando sui marosi  che fanno temere il peggio, mentre le luci della costa, non così lontana, sembrano rinfrancare il cuore con la speranza di una salvezza, e fanno puntare il timone del marinaio verso  la meta vicina. Un cambio di rotta, la nuova destinazione del MAMbo di Bologna, come l’ha definita Lorenzo Balbi, il responsabile dell’Area Arte Moderna e Contemporanea del Museo, che si trasforma ora in centro di produzione d’arte unendola a quella consueta di luogo d’esposizione di espressioni artistiche contemporanee. Un percorsodiverso che nella sua trasformazione diventa àncora di salvezza. Una risposta puntuale all’emergenza del coronavirus, che a partire dal quattro maggio, con l’inizio della fase 2 in Italia, si confronta con la nuova ripresa delle attività nel paese. Risulta vitale ripensare il ruolo del museo, precisa sempre il direttore, la ripresa non può essere uguale a prima. Lo sguardo è rivolto alla futura riapertura degli spazi museali. Gli artisti sono stati colpiti in maniera particolare dall’emergenza sanitaria e per questo il MAMbo mette  a loro disposizione i suoi spazi: la sala delle Ciminiere e parte della gallerie fino alla fine del 2020. Il logo dell’iniziativa, disegnato dall’artista Aldo Giannotti, si ricollega alle origini di questa istituzione museale che era nata come Forno del pane, nel corso della prima guerra mondiale per rispondere ai bisogni della gente. Ora ritorna ad essere luogo di produzione: di idee stavolta, di pensieri che interpretano il nostro vivere quotidiano. A maggio l’Istituzione Bologna Musei lancerà una open call rivolta agli artisti, che sono domiciliati nella città di Bologna e che sono privi di uno spazio dove operare. Il numero delle assegnazioni dipenderà naturalmente anche dagli standard richiesti dall’emergenza sanitaria attuale. Gli artisti  che hanno già uno studio invece, ossia i professionisti, sempre di Bologna, potranno se lo vorranno partecipare a progetti dove spendere e valorizzare  le loro competenze. Il loro intervento potrebbe riguardare: una sala di registrazione/montaggio video, un laboratorio fotografico e una camera oscura, una piccola stamperia, un laboratorio di falegnameria, un'emittente radiofonica, uno spazio per l'editoria artistica, una sala musica, un'area performativa e una dedicata a reading group … Il momento storico apre a nuovi spazi di riflessione e a relazioni diverse anche fra gli artisti, che in quegli spazi del MAMbo si ritroveranno a coesistere. Continueranno comunque le mostre temporanee con riguardo anche all’esposizione  di opere ora  attualmente nei magazzini del museo e perciò poco o per nulla conosciute. Il 4 maggio nasce la volontà di costruire anche una nuova idea di città, come ha spiegato l’assessore alla Cultura e Promozione del Comune di Bologna, Matteo Lepore, in un mondo di realtà culturali che si intersecano, e di cui si vuole far emergere la produttività, come è accaduto anche con il Teatro Comunale, senza procedere a licenziamenti  nel settore museale  come è avvenuto in altri Stati. Senza dubbio si tratta di valorizzare  tutto quel capitale umano che appartiene  al MAMbo, come ha precisato  il presidente dell’ Istituzione Bologna Musei, Roberto Grandi. Si prevede   un incremento della ricerca scientifica e della produzione di schede delle opere, destinato sia a piattaforme digitali e App sia  a nuove produzioni editoriali. Verrà superato il sistema consueto di fruizione delle opere da parte del visitatore con la presenza del guardasala   e in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti e dell’Università di Bologna si sta studiando per formare degli operatori museali qualificati in grande di interagire in modo differente con il pubblico. L’obiettivo è quello di sperimentare una museologia più radicale dove come nei laboratori l’attenzione non sarà rivolta solo all’opera finita ma anche al processo di creazione mentre si cercherà di sviluppare l’attività relazionale propria del museo anche con giornate di open studio con gli artisti.

Patrizia Lazzarin, 5 maggio 2020

Cenni storici sulla nascita, a Bologna, del Forno del Pane

<p dir="ltr">Nel 1914, quando fu eletto, il sindaco Francesco Zanardi si trovò a fronteggiare una situazione difficile sul piano economico. La maggior parte della popolazione del centro della città viveva alle soglie della povertà. Per assolvere al crescente bisogno e rendere un servizio alle fasce più deboli, furono creati gli spacci comunali, formalizzati in seguito nell'Ente Autonomi dei Consumi, dove la merce veniva venduta a prezzi agevolati. L'Ufficio Tecnico comunale rese operativo il progetto del panificio comunale sotto la guida dell'ingegnere Rienzo Bedetti. L' edificio di pianta rettangolare, di sessanta metri per ventisei, fu costruito nello spazio antistante l'attuale in via Don Giovanni Minzoni e con l'entrata posta in via Marghera (ora via Fratelli Rosselli). La costruzione, interamente a mattoni con grandi vetrate, presentava esternamente decori cementizi disegnati dal professore Roberto Cacciari. Internamente, al centro dello stabile, furono disposti dieci forni a vapore di dodici metri quadri ciascuno. Dalla data di inaugurazione, 1 febbraio 1917, il forno fu attivo diciassette ore al giorno con squadre di lavoro di un centinaio di lavoratori, divisi su due turni.

pdir="ltr">Nel 1927 fu ampliata la struttura del Forno del Pane, tramutata ora in l'Ente Autonomo dei Consumi, e modificata la destinazione d'uso: da semplice forno diventò centro di produzione e di conservazione di diverse categorie alimentari. Il progetto, curato dall'ingegner Carlo Tornelli, aumentò la superficie dell'edificio sia verso ovest che verso est. La facciata di via Don Minzoni, che arrivò a misurare 105 metri, fu sormontata nella parte superiore da un frontone centrale e protetta nella parte inferiore dall'ampio porticato. Internamente il fabbricato venne così modificato: nel piano sotterraneo furono disposte le celle frigorifere e i depositi del vino; al piano terra i forni del pane vennero affiancati da celle frigorifere per la conservazione delle carni (lavorate in alcuni locali sempre al pian terreno); al primo piano furono allestiti il pastificio e i locali per la lavorazione dei derivati del latte; l'ultimo piano fu destinato interamente agli uffici dell'Ente. Il nuovo complesso, inaugurato il 28 ottobre 1930, fu attivo fino al 1936, anno del fallimento dell'Ente. La produzione del pane venne quindi affidata alla Cooperativa bolognese di consumo.</p> <p dir="ltr">Du"ante la seconda guerra mondiale l'edificio fu svuotato e parzialmente danneggiato all'angolo tra via Marghera e via Del Porto. Nel periodo post bellico venne rifondato l'Ente Autonomo dei Consumi che, sotto la diretta guida di Zanardi, riprese ad occupare la sede dal 1946 al 1958 (anche se non venne ripristinata la parte produttiva del pane). Negli anni successivi l'edificio venne utilizzato dal Comune di Bologna per vari usi: divenne sede di scuole medie, ospitò l'officina dell'Istituto Professionale Fioravanti (tuttora sulla via Don Minzoni di fornte allo stabile) e si offrì come dimora di alcuni uffici comunali. Successivamente, non più utilizzato dall'amministrazione comunale, venne dato in affitto a diverse attività private. La trasformazione e la conversione del vecchio panificio nella nuova sede del MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna prende avvio nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso. Il progetto di recupero si attua attraverso il rispetto e la valorizzazione delle caratteristiche architettoniche preesistenti. Il restauro è progettato da Aldo Rossi e realizzato dal Comune di Bologna tramite la società Finanziaria Bologna Metropolitana, con la collaborazione dello Studio Arassociati di Milano. A restauro ultimato l'Ex forno del Pane vede una distribuzione su tre piani. Nell'ampio ingresso al pian terreno si affacciano il Foyer e la Sala delle Ciminiere, completa degli originari camini del vecchio panificio, ora adibita a spazio per le esposizioni temporanee. La Biblioteca-emeroteca d’arte contemporanea è raggiungibile al piano amezzato. L'intero primo piano è riservato alle sale espositive della Collezione Permanente del MAMbo e di Museo Morandi.

Il MAMbo è collegato esternamente al complesso della Manifattura delle Arti attraverso il giardino del Cavaticcio (Parco 11 settembre 2001).</p>"

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Anna Paolini, la forza della natura e delle donne

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Fiori dai mille colori  nascono in questa stagione sui prati e nei giardini  con intorno api e farfalle  posate sui petali profumati, file di piccole e grandi lumache  e di  formiche camminano ondeggiando sulla terra  ed intorno ai nostri occhi vediamo  tanta luce ed il sole. La primavera ci ha restituito  l’immagine  della stella madre  che riscalda e fa nascere la vita. In quest’epoca speciale della storia dell’uomo dove lo spauracchio della malattia ridisegna le relazioni e ci insegna ad inventare nuovi modi per percepire la bellezza della stessa natura, ho voluto dar voce ad una donna, ad una giovane artista bolognese, Anna Paolini, che restituisce nelle sue creazioni ed, in particolare nelle illustrazioni dei suoi libri, la forza e l’energia del mondo naturale.

Come nasce la tua passione per la natura? Ricordi un’occasione?

“Ho sempre amato osservare e godere della natura. I miei genitori mi hanno insegnato a farlo. Quando ero piccola mamma e papà usavano scrivere sul muro, dietro la porta della cucina, alcune frasi importanti che consideravamo come promemoria di emozioni ed intenzioni. Una frase era questa “L’Anna da grande vuole fare la fioraia in Florida”. Amavo i fiori”.

Anna Paolini ha pubblicato nel 2019 due libri che contengono le sue illustrazioni e sono dedicati a due figure importanti della storia dell’arte, declinata al femminile: Maria Sibylla Meriam e Giovanna Garzoni. Sybilla Meriam era una pittrice fiamminga, ma soprattutto si dedicava alla botanica e alla zoologia e aveva pubblicato nel 1705 due opere monumentali come La meravigliosa trasformazione delle farfalle ed il loro singolare nutrimento dalle piante e Metamorfosi degli insetti del  Suriname, a seguito di un viaggio di due anni nella colonia olandese del Suriname, compiuto con il sostegno economico della potente città di Amsterdam. Giovanna Garzoni nata nel  1600 ad Ascoli Piceno, era molto brava a dipingere, a guazzo su pergamena, composizioni con fiori e frutta paragonabili a studi di botanica. Molto apprezzata dai suoi contemporanei, faceva parte dell’Accademia romana  di San Luca, privilegio riservato a quell’epoca a poche donne.

Nel mese scorso si sarebbe dovuta aprire a Palazzo Pitti a Firenze una mostra su Giovanna Garzoni. Anna ne era naturalmente al corrente e aveva già comprato i biglietti.

Come è caduta la  scelta sulle artiste delle sue pubblicazioni edite da Logosedizioni:

“La collana a cui appartengono i libri di Maria Sibylla Meriam e Giovanna Garzoni nasce proprio dalla volontà di rendere omaggio a grandi donne che hanno affrontato difficoltà in tempi molto più bui, infrangendo regole e riscattando il diritto di essere, esistere, attraverso l’arte  ed ognuna con le proprie peculiarità. La scelta di Sibylla è stata la prima perché quando la mia editor mi fece conoscere i suoi libri e le sue meravigliose tavole ne rimasi folgorata. Il tema della natura era già nelle mie corde  e leggendo la sua affascinante vita me ne innamorai. Sei mesi dopo le proposi una storia che parlava di lei. E partimmo con entusiasmo con l’idea di questa collana. Giovanna Garzoni è un’altra donna che dedicò la sua vita all’arte. Fu forte, determinata, sensibilissima. Di lei si sa poco, ma penso che le sue opere parlino per lei”.

Cosa si potrebbe fare per il “mondo delle donne”. Pensi che la tua arte potrebbe essere utile?

“Questo è un argomento ampio. Sono molto sensibile al tema che purtroppo rimane sempre attuale. Dico, purtroppo, perché sarebbe bellissimo non doversene occupare. Sarebbe bellissimo avere una società che ripudia il patriarcato e che esistesse una reale parità di genere. Desidererei che noi donne ci liberassimo da stereotipi  e da aspettative altrui, che ci sentissimo veramente libere di essere individui senza etichette sociali o di genere. E’ una cosa, a dire il vero, che desidererei per tutti”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

“Sempre per la collana Logosedizioni uscirà a breve un nuovo volume dedicato ad un’altra grandissima donna del mondo dell’arte. E sto lavorando ad altri volumi di cui non posso svelare nulla”.

L’universo simbolico delle tue immagini qual’è?

“Direi che la dimensione generale che accoglie il mio immaginario è caratterizzata da immobilità e silenzio. Miro molto ad una comunicazione empatica. Le mani e gli occhi, grandi e fermi che sfuggono o incontrano lo sguardo, hanno un ruolo fondamentale nella mia narrazione, così come le composizioni floreali che la accompagnano e la addolciscono”.

Quali valori vuoi trasmettere considerando che ti rivolgi soprattutto ai bambini?

“In realtà il mio modo d’illustrare si rivolge ad un’ampia fascia di età. Non nasco come illustratrice per l’infanzia. Il fine è, almeno per i libri di cui sono anche autrice, una comunicazione accessibile a tutti con temi ampi ed introspettivi. Se ti basi sull’empatia quell’immagine arriverà a tutti”.

Sei riuscita a lavorare in questa prigione “dorata”, in cui ci ritroviamo un po’ tutti rinchiusi, o senti la tua ispirazione tarpata come una farfalla senza ali?

“In realtà, come persona sono piuttosto propensa, quando lavoro, ad immergermi in maniera totale. Perciò in pratica, ad essere sinceri, poco è cambiato in fatto di reclusione. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi porta lontano ogni volta che mi siedo al tavolo da disegno.

Il coronavirus ti ha suggerito qualche idea per la tua attività artistica?”

Molte, tantissime riflessioni, soprattutto sulle relazioni, sull’ambiente e sulla resilienza.

Patrizia Lazzarin, 6 aprile 2020

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