Gustave Courbet come Giacomo Leopardi

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I suoi paesaggi sono una geografia dell'anima. La ricca esposizione al Palazzo dei Diamanti di Ferrara fino al 6 gennaio 2019. La natura nei paesaggi di Gustave Courbet, nato a Ornans nel 1819 e considerato uno degli esponenti principali  del realismo in pittura, ci affascina per il senso di forza e d’esuberanza che si respirano al suo interno,  ma essa non  ha un carattere  protettivo. Vi è  una naturale similitudine  della sua pittura con  la poesia di Giacomo Leopardi  in cui l’universo   spesso non si rivela amico. L’esposizione Courbet e la Natura, apertasi a Ferrara a Palazzo dei Diamanti e che si protrarrà fino al 6 gennaio mette in luce  finalmente le qualità del pittore francese nel genere del paesaggio. Passeggiare sulla nuda terra e  toccare le  dure e spigolose pietre che sporgono  dalle pareti rocciose, percepire la loro  consistenza gessosa e interpretare tutto questo sulla tela  diventa il percorso intimo del pittore  alla ricerca della verità nascosta dei fenomeni naturali. La  natura dipinta è spesso aspra e selvaggia, raramente arricchita dai  mille colori dei fiori e  dei frutti e colta nei suoi elementi essenziali che la rendono preziosa al pittore francese che la conosce dall’infanzia. Sono  i paesaggi della Franca Contea a cui è legato sentimentalmente per esservi nato. Una terra dove i fiumi hanno scavato l’altopiano calcareo creando valli profonde su cui s’ innalzano rocce spoglie che contrastano con la verde vegetazione del sottobosco,  in cui l’ombra spesso contende la supremazia alla luce.   Sono luoghi  reali e al tempo stesso appartengono al  cuore: essi diventano  protagonisti in tele a volte monumentali.  Le montagne  si stagliano con forza contro un cielo plumbeo  e  le sorgenti d’acqua   fuoriescono    dalle grotte scorrendo come i pensieri e le emozioni dell’artista. Courbet è un pittore rivoluzionario  nella scelta delle dimensioni del quadro di paesaggio che secondo le regole accademiche vigenti non doveva  avere misure  pari  a  quelle del quadro storico o mitologico. Il suo  viaggio di formazione sarà non in Italia ma  nei Paesi Bassi dove farà propria, in parte, la lezione dei paesaggisti olandesi come Hobbema  e Ruisdael che guardavano ad una realtà semplice e concreta, priva di spunti narrativi.  Dopo i sentieri, le valli e i ruscelli della sua amata Ornans egli colse nei suoi quadri la bellezza energica di  paesaggi privi di aspetti pittoreschi come  la foresta di Fontainebleau e la Normandia. L’interesse del pittore per le rocce fu alimentata dalla sua amicizia con il paleontologo e geologo Jules Marcou per il quale dipinse la Roccia sgretolata.  Qui la pittura si consolida come quando  il magma si trasforma in pietra dai contorni definiti,  dove il  marrone  vira a volte al  rosso, poi al giallo ocra fino a diventare  a volte grigio, rivelando così la durezza della pietra e  della vita. La luce in Gustave Courbet    permette l’emersione di un mondo che altrimenti giacerebbe in un fondo  oscuro. Il pittore  dipinge  i suoi soggetti  sollevandoli dal buio con un movimento del  pennello paragonabile al suo cammino durante le   passeggiate nella notte,  mentre si  districava nella vegetazione,  guadando ruscelli  su tavole di fortuna, buttate sull’acqua per ritrovare la strada di casa. Emozioni irripetibili che rivelano la fatica  e il piacere dell’esistenza che egli vede racchiusa in un cerchio dove il bene e il male mutano posizione e sembrano confondere le carte. Una lezione di vita racchiusa nelle scene di caccia, che egli innova, anche per le grandi misure degli animali.  Nel cacciatore, un uomo a cavallo procede sulla superficie innevata dove  le orme macchiate  di rosso di un animale ferito tingono il manto candido.

Il freddo del ghiaccio avvolge  lo sguardo malinconico del cavaliere immerso nei pensieri sulla sorte  dell’animale  e forse anche   sulla fragilità della vita, dove cacciatori e prede possono scambiarsi i  ruoli.  In un altro dipinto una famigliola di caprioli seduta fra gli alberi, dove il biancore della neve e i marroni dei tronchi sembrano avvilupparli e  così proteggerli, rivela la pace della natura e la bellezza dell’amore.  E’ un’epifania che si svela.  La felicità in quel momento è reale.  Un momento stupendo  di serenità che  scompare  nella tela gigantesca dell’ultima sala dell’esposizione dove un cervo cerca invano la salvezza nel fiume.  Le corna dell’animale si frantumano nel movimento scomposto  e la vibrazione che sembra risuonare fa eco a quello dello sparo che lo abbatte. Il genere della caccia appassionava Courbet, che era un abile cacciatore  e diventava un’occasione per mostrare le sue capacità non solo  nella resa degli animali ma anche  della neve con le sue sfumature di colore che facevano  risaltare anche gli altri soggetti conferendo loro, come nella Volpe nella neve del 1860,  una forte vitalità. La neve  imbiancando  ogni cosa, pianta o sasso o roccia, si confonde con gli oggetti che copre assumendo la loro consistenza e mentre si trasforma in ghiaccio od acqua prende le sfumature di colore dei luoghi dove si appoggia. Ecco allora le striature e le fosforescenze che brillano nei quadri di Gustave Courbet e che ci incantano. Negli anni dell’esilio in Svizzera, seguito alla sua condanna per il coinvolgimento nel governo della Comune di Parigi e in particolare per avere causato l’abbattimento della colonna Vendome, simbolo del potere imperiale, il suo sguardo cambia i soggetti e la maniera di dipingerli. Nel Tramonto sul lago Lemano  non ci sono più le onde  marine che l’artista vedeva infrangersi sulla spiaggia  dalla finestra della sua casa in Normandia e dipingeva restituendone una consistenza paragonabile alle rocce di Ornans. La spatola in luogo del pennello, stracci, dita e polpastrelli non volevano raccontare ma esprimere sinteticamente i gemiti del mondo marino in burrasca. Qui la visione apparentemente pacata si colora  ora di nostalgia della sua terra che non può rivedere. Davanti a quel lago di Lemano che egli guarda nelle varie ore del giorno e in cui si tuffa sempre con immenso piacere egli scopre il variare della luce nel passare delle ore del giorno, tema che sarà il campo di sperimentazione degli impressionisti e in particolare di Claude Monet. La bellezza sintetica dei laghi e dei monti come nel dipinto Panorama delle Alpi concentra le nuove emozioni dell’artista e arricchisce nel variare dei crepuscoli e dei tramonti la sua  tavolozza cromatica che apre nuove visioni.  E’ l’immenso, lo spazio che non ha fine  che egli cerca in tantissimi suoi paesaggi. In una lettera  al suo amico pittore James Whistler egli scriveva: Mi trovo in un paese delizioso, il più bello al mondo, sul lago Lemano, attorniato da gigantesche montagne. Qui davvero lo spazio vi piacerebbe perché da un lato c’è il mare e il suo orizzonte  … E’ lo sguardo sulle montagne,  su quell’orizzonte infinito dello stesso colore rosato del Panorama delle Alpi che dipingerà a distanza di poco tempo. 

Patrizia Lazzarin, 23 ottobre 2018

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Come un punto sopra una "I" gigante

C'è una famiglia un po' particolare di cui vale la pena di parlare. Qualcuno la chiama la famiglia  dei "the vocalist", infatti ognuno dei suoi componenti ama gorgheggiare tutto il giorno aerei suoni. C'è una e una sola parola nella nostra lingua che contiene tutti i suoi membri: aiuole. Eppure non tutti i suoi cinque componenti amano la vita all'aria aperta: Ombretta  e Ugo sono tutto sommato tipi alquanto ombrosi, uggiosi, e preferiscono, al sole d'un giorno d'estate, le grigie serate autunnali. Al contrario Anna e Ester sono aperte, solari e radiose nella loro giovinezza, e per questo sono solite riconoscersi nei versi di una poesia famosa:

"Silvia, ricordi ancora quel tempo della tua vita mortale quando beltà splendea…"

Quanta luce in quell'incipit! Anna e Ester ne parlano spesso, amano la solarità di quel verso leopardiano. Anna dice:

"Che inizio luminoso! Mi piacerebbe che Silvia fosse il mio secondo nome. Quella vocale finale, quel nome isolato tra due pause del nostro linguaggio…"

"Quali pause?" - chiede Ester.

"Mi riferisco alla virgola che segue il nome e, prima ancora, allo spazio bianco di una pagina non ancora iniziata. Dicevo, quel nome isolato… è come un sasso lanciato in uno stagno. I cerchi concentrici che si formano sull'acqua sono come le parole di quella poesia che, lentamente, si impossessano di noi e ci portano a riflettere sul dolore nel mondo. Vorrei allora fermarmi a quel nome, Silvia, che finisce nello stesso modo in cui io comincio".

"Io sono invece invaghita di quel "splendea" - risponde Ester - ma ancor più, in generale, del verbo "splendere". E' il mio amore segreto. Mi ritrovo tre volte in lui, sembra fatto a mia immagine e somiglianza. E se fosse proprio quel verbo ad assumere quelle sembianze per far colpo su di me? Comunque sia, non c'è solo luce in quella parola ma qualcosa di più, un riflesso di bellezza, accecante bellezza. Il sole splende e pure la bellezza risplende, quest'ultima non è dunque cosa terrena…"

Ma lasciamo Anna e Ester ai loro discorsi, non di loro vogliamo parlare, come neppure delle ombrosità di Ombretta e Ugo. Colui di cui vogliamo parlare, è un individuo un po' speciale: isolato, non integrato, irritabile facilmente: Ivano. Vi sono diversi motivi per cui egli non va d'accordo con gli altri quattro suoi compagni di aiuole, ma uno dei principali è senza dubbio la sua puntigliosità, la pignoleria con cui affronta tutte le cose. In ogni cosa di cui si parli lui interviene per puntualizzare, senza il punto non esisterebbe.

Quando Anna e Ester fanno qualcuno dei loro discorsi ariosi, lui dice subito: "mettiamo i puntini sulle "I". Se poi, nelle tenebre della sera, Ombretta e Ugo si sentono più a loro agio al punto da fare gli amiconi con lui…"mettiamo i puntini sulle "I", lui risponde ancora. Insomma, questo Ivano è davvero un tipo alquanto irritante.

Ciò che più colpisce l'attenzione non è tuttavia attinente a queste note caratteriali ma , casomai, al suo "non essere": non è aperto né chiuso, non luminoso né buio, non allegro né triste. Ivano vive sul confine, nella "terra di nessuno", nelle zone morte del linguaggio: è penombra della sera, è spiraglio di una porta socchiusa.

Gli scrittori, i poeti in particolare, fanno scelte radicali e usano vocali aperte e chiuse con consapevolezza: sanno che, in entrambi casi,  otterranno gli effetti desiderati: il sussulto e il tumulto della notte pascoliana sono simbolo di tragedia così come la leopardiana beltà, che splendea nelle vie dorate, rappresenta una seppur provvisoria felicità. Ma a Ivano, al suo suono intermedio e insignificante, nessuno presta la benché minima attenzione. Sì, viene certamente utilizzato in molte parole, la lingua non potrebbe fare a meno di lui ma, alla domanda "perché?", nessuno saprebbe trovare risposta.

Immaginate Leopardi seduto al suo tavolo di lavoro. Di Ester, per esempio, non potrebbe fare a meno, benedice anzi la sua esistenza: Ester è un vento che porta con sé "le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei". "Ma Ivano - si domanda Giacomo - che cosa mi rappresenti!? Io non ti immagino nemmeno nel verso della gallina sulla via!".

Eppure.

Eppure Ivano per qualcuno conta. Per chi? Per chi cerca di avvicinarsi al confine, per chi al tangibile preferisce il sensibile. Non è, il nostro, un tipo vanitoso, non di facili entusiasmi, ma provate per un attimo a mettervi al suo posto: come vi sentireste leggendo una poesia che inizia con le seguenti parole?

"… cri… i … i … i …i … icch"

Sei volte all'inizio di questo testo gozzaniano. Sei volte! Sei grande, Ivano! Tu sei in quel tempo sospeso, sul patinoire del laghetto del Valentino, a Torino. Quell'incrinatura sul ghiaccio è viva  e stridula nello stesso tempo e tu sei nelle crepe, le  tante crepe che nella nostra vita creano arabeschi su quel piano delle certezze, che vorremmo sempre levigato.

"Resta, se tu m'ami", la donna che è vicina a te intreccia con le tue dita vivi legami. I vostri pattini disegnano larghi cerchi sul ghiaccio. Siete soli, ora, pieni d'immensità, sordi ai richiami. Resta Ivano, è quella la vita!

Per chi non lo sapesse, e svelerò ora questo segreto, Ivano, tu sei il cavaliere Diseredato di Walter Scott: so che ricorderai a lungo quei minuti di silenzio profondo, quel tempo sospeso e quel pubblico che, dopo aver agitato le sciarpe e i fazzoletti, era ora ammutolito e tratteneva il respiro. Il nitrito del tuo cavallo spezzava l'attesa del suono della nuova carica. Davanti a te intravedevi, tra il sole e la polvere, il cavaliere normanno con cui stavi per incrociare la lancia.

Ivano non è giorno né notte, non luce né buio. Ma non dimenticate che il giorno può essere oscurato da nubi e la notte illuminata dalla luna.  Alfred De Musset scrive:

C'era, nella notte scura

Sul campanile antico (jauni),

la luna,

come un punto su una "I"

Mettere un dito contro il cielo e socchiudere gli occhi, fare in modo che la punta del dito venga  trovarsi in posizione sottostante il sole, o la luna. Socchiudere gli occhi serve per schiacciare la prospettiva e vedere così compirsi il miracolo.

Nacque così il linguaggio.

Agostino Roncallo

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