Stalingrado

Era il 12 Settembre quando il generale Zukov venne convocato, insieme al capo di stato maggiore Vasil'evskij, nell'ufficio di Stalin. Le notizie dal fronte erano tutt'altro che buone e i due malcapitati temevano di dover affrontare l'ennesima sfuriata del "capo". Entrando, Zukov vide alle pareti due quadri mai visti prima. Evidentemente erano stati appesi di recente: il primo era un ritratto di Alexandr Suvorov, il flagello dei turchi, mentre il secondo raffigurava Michail Kutuzov, il più ostinato tra gli avversari di Napoleone. I due generali si scambiarono un'occhiata: niente di quanto succedeva tra le mura del Cremlino era casuale e quindi non poteva esserlo neppure la presenza di quei quadri. In un'atmosfera silenziosa, Zukov aveva dovuto spiegare cos'era andato storto nel corso di quella guerra, adducendo la carenza degli effettivi e l'insufficienza di artiglieria e carri armati. Stalin non disse nulla, chiese di poter vedere la carta con le riserve disponibili e si mise a studiarla da solo, alla sua scrivania. A quel punto i due generali si ritirarono in un angolo della stanza, borbottando tra loro. Georgij, disse Vasil'evskij, il capo oggi non pare di cattivo umore, e se tentassimo di proporgli quella nuova soluzione di cui abbiamo discusso in viaggio? Ma tu, tu sei matto, rispose il primo. Non fecero in tempo a concludere il discorso che Stalin, dotato di udito finissimo, gridò dalla parte opposta della stanza: quale sarebbe questa "nuova soluzione"? I due generali furono colti alla sprovvista, accennarono la loro idea che era assai fumosa e, per tutta risposta, si sentirono dire: andate allo stato maggiore e riflettete con molta attenzione su quello che si dovrebbe fare a Stalingrado. Poi, tornate qui, a riferire. Stalin non aveva dunque escluso la possibilità di attuare il loro piano.

I due generali passarono la notte e il giorno successivo a studiare la possibilità di creare nuove armate e corpi corazzati da utilizzare contro l'esercito tedesco. L'idea di Zukov era quella di accerchiare i tedeschi a Stalingrado, i quali avevano i fianchi deboli perché tutti i loro sforzi erano concentrati sulla conquista della città. La sesta armata di Von Paulus aveva infatti percorso migliaia di chilometri e dopo quella corsa, aveva lasciato un vuoto alle spalle. Si poteva attuare una manovra a tenaglia ma sarebbero servite ai russi abbondanti forze per circondare i tedeschi con un attacco in profondità. Con questo piano la sera successiva i due si ripresentarono a Stalin che chiese loro cosa avessero escogitato. Chi riferisce? Entrambi, fu la risposta, dato che siamo dello stesso parere. Inizialmente il dittatore sovietico apparve perplesso, temeva che in questo modo si potesse perdere Stalingrado, subendo così l'ennesima umiliazione ma, alla fine, diede pieno appoggio al piano. Mi raccomando però, disse congedando i due generali, occorre massima segretezza; nessuno, a parte noi tre, deve essere al corrente di tutto ciò. L'operazione era dunque progettata: il suo nome, sarebbe stato, Uranus.

Lo stesso giorno in cui Stalin era a colloquio coi suoi generali, Luigi Paleari si trovava a Voroscilovgrad. Era il 7 Settembre 1942. Il tempo era bello, la notte un po' fredda e lui, lui avrebbe desiderato passare una bella serata, in compagnia, con gli amici. Poi però, all'improvviso, arrivò un ordine, un ordine di partenza. Per dove, non si sapeva. Come conducente del 250esimo autoreparto pesante si mise alla testa di un convoglio che doveva consegnare un carico di munizioni ai tedeschi. Ci si domandava: ma qual è la nostra destinazione? Io non so, tu lo sai? Nessuno dei militari, proprio nessuno, conosceva la risposta. Poi, superata Millerovo, i mezzi erano rimasti senza benzina e l'intera colonna dovette fermarsi, pernottare, lontano dai centri abitati. Il rischio era di venire avvistati dal nemico, di essere attaccati dai partigiani. Fu una notte inquieta, e malinconica. Aerei russi passarono sulle loro teste ma non accadde nulla, forse erano di ritorno da una missione o, forse, avevano esaurito le munizioni. Chissà. I soldati fecero un respiro di sollievo. Per loro fortuna, alle 9 del mattino i rifornimenti finalmente arrivarono, si poteva ripartire: direzione Kalac, sul Don. L'autoreparto non si era mai spinto così in avanti, verso est, verso la terra di nessuno.

Luigi ripensava al giorno del suo arrivo in Russia, due mesi prima. Aveva visto pianure immense, in cui l'occhio si perdeva, qualche pezzo di terreno coltivato a segale e le case, case con pareti di fango e tetto di paglia. Quella sera, dopo aver accompagnato gli ufficiali in città con la sua Fiat 1100, era andato a teatro per vedere una compagnia italiana e ascoltare musica. La musica di casa. Quanta nostalgia suscitavano quelle note! Percorrevano leggere le strade che portano alla periferia del cuore e, da lì, lo accarezzavano, con parole dolci.

La prima grande città che aveva visto era stata Dniepropetrovsk. Era una metropoli dai grandi edifici, enormi complessi tutti uguali e poveri dal punto di vista architettonico. Interamente bombardati. Ne rimanevano scheletri, spettrali facciate costellate da finestre o, meglio dire, da buchi neri che trasmettevano un senso di inquietudine. La voce risuonava cavernosa al loro interno: c'è qualcuno, c'è qualcuno qui dentro? Veniva da pensare che quei casermoni non dovessero essere molto diversi prima dei bombardamenti. Quelle cattedrali, nel deserto dei sentimenti, erano naturalmente disabitate, la lugubre opera d'arte di un qualche scultore surrealista. Possibile, si chiedeva Luigi, che qualcuno avesse davvero vissuto là dentro?

A Kalac c'era un ponte. Lo passarono. Solo a quel punto la destinazione diventò, finalmente, chiara: Stalingrado! Quel ponte era l'ultimo. Lì, finiva il mondo. Il mondo era quella porzione di territorio che tedeschi, italiani, rumeni e ungheresi avevano conquistato, e trasformato: nel mondo c'erano magazzini, la sussistenza, case di tolleranza e nuove strade ferrate con binari, a scartamento ridotto. E il confine era il fiume, il Don. Oltre si apriva una landa, vasta, disabitata, al fondo della quale c'era il Volga, e Stalingrado, la città di Stalin, la città simbolo assediata, dalle truppe tedesche. In mezzo, nella terra tra i due fiumi, l'ignoto aveva le forme di un territorio che nessun esercito controllava veramente. Si sarebbe potuto incontrare chiunque. Chi è laggiù, che si avvicina? Amici, o nemici? Bisognava stare in guardia, sempre.

All'alba la colonna passò quel ponte e avanzò, verso mezzogiorno fece una sosta. Allora i soldati scesero dai camion per sgranchirsi le gambe, e fare qualche fotografia: c'erano molti carri armati in quel luogo, carcasse vuote, bruciate, un vero e proprio cimitero. Saliamo ragazzi, saliamo su quello! In un attimo tutti erano pronti per lo scatto e Luigi, mani sui fianchi, era più in alto di tutti. Quel T34, così era denominato quel tipo di carro, era una loro conquista.

Quando Luigi tornò verso la macchina, una gomma era a terra e, subito, si mise al lavoro per sostituirla. Ci riuscì in breve tempo. I militari avrebbero voluto sostare un po' a Kalac, quel villaggio aveva il sapore dei posti di frontiera, lontani baluardi di un mondo che solo la fantasia avrebbe saputo immaginare. Ma i tedeschi avevano necessità di munizioni e allora, allora si doveva proseguire, alla ricerca del luogo della consegna. A un certo punto si mise a piovere, era il 14 Settembre. Le piogge autunnali, in Russia, sono violente: le strade si trasformano in fiumi di fango, le ruote degli automezzi iniziano a slittare e gli autisti premono, disperati, sul'acceleratore. Le braccia che, con sforzo sovrumano, cercavano di far uscire i mezzi da quel pantano, erano inutili. Forse neppure un argano sarebbe stato sufficiente.

Sul far della sera, mentre il cielo non prometteva nulla di buono, Luigi raggiungeva con la sua auto il luogo stabilito. La macchina precedeva il grosso della colonna di qualche chilometro. Ma all'appuntamento non c'era nessuno e, quel che era peggio, neppure la colonna, rimasta attardata, compariva all'orizzonte. Gli unici tedeschi presenti laggiù facevano parte del piccolo reparto di una batteria antiaerea della Flak. Gli ufficiali italiani decisero allora di proseguire sulla Fiat, verso Stalingrado, per andare incontro ai tedeschi, che non potevano essere molto lontani. A un certo punto si fermarono: la città era lì, davanti ai loro occhi, distante non più di 20 chilometri. Quella città epica, simbolo della lotta del popolo russo e della sconfitta del nazifascismo, poteva essere raggiunta. Sarebbe bastato che un ufficiale dicesse, andiamo, andiamo avanti ancora un poco. Ma la pioggia, aumentava di intensità e non c'era da fidarsi, non c'era proprio da fidarsi, in quella terra di nessuno. Si decise allora di tornare indietro nel luogo dove le munizioni avrebbero dovuto essere consegnate ma, al sopraggiungere della sera nessuno era ancora arrivato: né i tedeschi, né la colonna dei camion italiani. Gli ufficiali avrebbero voluto consumare il rancio ma non potevano sapere che la colonna, con le cucine, era rimasta impantanata nel fango, laggiù, nella pianura. Cosa fare allora? Non rimaneva che chiedere ospitalità a quelli dell'antiaerea. Improvvisamente si scoprì che tra essi c'era un italiano, di Ortisei, che era stato chiamato alle armi proprio dai tedeschi. Venne accolto come un fratello, fu un grande abbraccio. Lui offrì del salame e del caffè, caldo. Chi avrebbe mai pensato di incontrare un italiano, laggiù, sul Volga. Chi sei? Come sei arrivato fin qui? I militari italiani, come bambini, avrebbero voluto sapere tutto di lui. Nel frattempo scendeva il buio. I tedeschi erano a loro volta meravigliati: quelli, erano i primi italiani a vedersi sul fronte di Stalingrado, i primi a passare il Don. Scendeva il buio e Stalingrado bruciava, in alto aeroplani andavano a bombardare la città. Scendeva il buio e c'era la necessità di pernottare. Dormirono in tre in una buca nel terreno, chiusa dal telo della tenda. Unica coperta: il cappotto militare, il cosiddetto pastrano. Non fu una notte tranquilla, il rumore degli aerei che andavano avanti e indietro da Stalingrado era continuo, incessante. E a mezzanotte, arrivò la pioggia. Le preoccupazioni di Luigi aumentarono: pioggia voleva dire macchine bloccate, in quel fango che tutto ricopriva. Ma poco dopo sentì arrivare il vento, un vento benedetto che avrebbe con ogni probabilità asciugato quel terreno melmoso. E, col vento, arrivò anche il sonno, un breve sonno durante il quale Luigi ritornò col pensiero a quei pochi mesi trascorsi nella terra dei girasoli.

Il primo contatto con la crudeltà della guerra era avvenuto il giorno che, tornando a Voroscilovgrad, aveva visto due soldati tedeschi, uno era morto e l'altro ferito gravemente. Per un incidente con la moto, si disse. Luigi li caricò e li portò a tutta velocità nel più vicino ospedale. Ma la guerra, la vera guerra, la vide il 25 Agosto del 1942. Era stato mandato in missione per consegnare munizioni ma arrivato nel luogo convenuto gli venne detto di proseguire verso la prima linea perché la divisione Sforzesca era da tre giorni sotto attacco e necessitavano rifornimenti. Luigi proseguì. Fu a quel punto che incontrò colonne di soldati dirigersi verso le retrovie: erano uomini distrutti, spezzati dalla guerra, alcuni avevano abbandonato le armi, le divise erano lacere. Quello spettacolo lo impressionò molto. Erano i giorni della cosiddetta "prima battaglia difensiva del Don", i russi avevano attaccato in forze per saggiare la consistenza delle difese italiane e quella divisione, composta per lo più da giovani inesperti, non aveva retto all'urto. Venne soprannominata "cikaj", che in lingua italiana significa "scappa". Quel nomignolo rimase come un marchio, una ferita, profonda, più profonda di quella di un'arma.

Ma oltre alla guerra, luigi aveva conosciuto anche l'ospitalità del popolo russo. Gli italiani erano ospiti graditi nelle case, spesso erano invitati a pranzo, le ragazze portavano il grammofono, si ascoltava musica e si ballava, oppure si stava seduti, a raccontare barzellette. 

Indelebile nel suo ricordo è il giorno 24 Giugno quando, dopo diciotto ore di viaggio percorsi a una media di 10 all'ora, l'autocolonna arrivò a Lumbj. Proprio nel momento del suo arrivo, duecentocinquanta tra partigiani, donne e bambini, erano stati giustiziati dai tedeschi: è una cosa che atterrisce il cuore a noi italiani, scriveva Luigi sul suo diario. E quel verbo "atterrire" porta dentro di sé un senso di sgomento che percorre inesorabile, oggi, ancora, le vie del cuore.

Davanti a Stalingrado il vento aveva veramente reso praticabile quel terreno insidioso e, al mattino, grazie a un pieno di benzina fornito dai tedeschi, la Fiat di Luigi poteva ripartire. Si tornava indietro, si lasciava quella di terra nessuno, il rumore degli aerei, le fiamme e, il buio. Si lasciava tutto questo. L'autocolonna che si era impantanata fu ritrovata nei pressi di Carpovka. Segnalata la posizione al comando germanico, le munizioni vennero scaricate nel corso di una giornata terribile per il vento freddo mentre continuava, incessante, il rumore degli aerei che andavano e venivano dalla città. Poi alla sera, giunto il momento del riposo, un'incursione aerea piombò sul reparto. Venne lanciato un razzo che illuminò il cielo a giorno, seguito da una bomba che tuttavia non provocò alcun danno alla colonna. Quella notte, Luigi non dormì, troppo alta era la tensione e la paura di non poter fare ritorno a casa. La mattina la colonna riprese il cammino e oltrepassò il Don, questa volta verso Ovest. Sulle strade vi erano molti morti. Fu un viaggio di ritorno travagliato. Mentre le sezioni del reparto rimanevano continuamente attardate per la cronica mancanza di benzina, la macchina guidata da Luigi arrivò a Voroscilovgrad dopo aver percorso oltre 600 chilometri. E poi c'erano i bambini, sempre, ovunque. Una fotografia mostra Luigi seduto accanto alla ruota anteriore della Fiat, al suo fianco un bambino desidera stargli vicino e si mette seduto, a gambe incrociate.

Da quel giorno iniziò una ritirata interminabile, si trattava di sfuggire all'accerchiamento russo, si trattava di tornare a casa. Il piano di Stalin e dei suoi due generali prevedeva ripetute manovre a tenaglia e ogni volta che gli italiani uscivano da un cerchio un altro, più grande, si stringeva su di loro. Una notte Luigi si svegliò, sentì degli spari in città e un freddo tale da aver la sensazione di non possedere più i piedi. Nella confusione più totale vide gli italiani sgombrare in fretta e mandare in malora un sacco di materiali che in altri tempi, sarebbero stati preziosi. Un giorno arrivò una brutta notizia, la strada che avrebbe dovuto essere percorsa era interrotta, un altro accerchiamento stava per chiudersi. Per uscire dall'ennesima sacca non rimaneva che una strada ancora aperta ma, all'intendenza, non c'era più benzina. Se non ci danno il rifornimento, qui ci rimaniamo tutti, pensò Luigi. Tutti. In serata, sotto le incursioni aree, la benzina fu finalmente trovata. La strada verso Mariupol è libera, ma bisogna far presto, presto, disse qualcuno. La carreggiata era però sconnessa e intasata da numerose colonne al punto che, per fare trenta chilometri, Luigi impiegò cinque ore. A mezzanotte venne raggiunto un anonimo villaggio. Di chilometri ne erano stati percorsi circa duecento e la stanchezza era tremenda. Dormirono per terra, su un po' di paglia. Fu un sonno inquieto, si riuscirà a passare? Il nuovo confine, quello tra la gioia della salvezza e la paura della prigionia, era ancora una volta un fiume, in questo caso il Dniepr. Furono momenti febbrili, una corsa contro il tempo. Avanti, sempre avanti, si ripeteva quando, dietro un costone, apparve all'improvviso un fiume e un ponte che, per la speranza che rappresentava, appariva bellissimo. In Italia non se ne erano mai visti così, pensò Luigi. Ma alla vista di quel ponte si sovrapponeva quella di un motociclista che si avvicinava, in una nuvola di polvere. Un italiano?Un russo? Lo guardarono come si guarda un fantasma, un fantasma che, però, parlava italiano: siete del 250esimo?, chiese. Sì, certo, certo, lo siamo. C'è della posta in arrivo per voi. Della posta? Da dove viene? Da dove viene, viene dall'Italia. Ormai, siete usciti dalla sacca. Prendete quella direzione, alla stazione di Kiev troverete un treno. Aspetta, solo, voi.

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore, Stresa

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Verbo, io sono nato verbo

Sono un verbo. Proprio così, un verbo! Non lo nascondo: avrei preferito nascere con altra identità, avrei sperato in qualcosa di meno impegnativo, non so, una congiunzione per esempio ma meglio ancora un piccolo segno di interpunzione, di quelli che normalmente passano inosservati. Quello del verbo infatti è un ruolo troppo impegnativo, carico all'inverosimile di responsabilità. Sì perché senza di lui non potremmo proferire parola, non esisterebbe linguaggio: potete togliere, cancellare, qualunque pezzo di una frase, ma non il verbo. Ci sono frasi prive di orpelli, frasi nude, che nulla lasciano alla nostra fantasia; ci sono frasi aride, nella loro secchezza, e di perentoria brevità; ci sono, infine, frasi spoglie come il tronco di un albero in autunno: "Piove!". Frasi dunque prive di tutto, perfino dell'onnipresente "soggetto", ma pur sempre con un verbo.

Certamente, qualcuno ha tentato di far scomparire anche il verbo, ma gli esiti non sono stati del tutto incoraggianti. Un giornale ligure infatti, dopo una bufera di neve così rara in quella regione, decise di esporre davanti a ogni edicola la seguente locandina:

                                      TORMENTA

                                      UN MORTO E

                                    CENTINAIA DI FERITI

Realmente ci si domandò chi fosse colui che, in quella notte tanto fredda, poteva avere avuto l'idea di andare in un cimitero a tormentare dei morti. Non potendo fare a meno del verbo, il nome aveva smesso di essere nome e aveva preso le sue sembianze, cambiando i connotati.

Ma quello che mi infastidisce maggiormente di questa verbale identità è (proprio a me, spirito indipendente!)  l'aver necessariamente a che fare con il nome che svolge la funzione di soggetto della frase. Quella del soggetto è parola di origine latina: sub-jectum è ciò che sta alle spalle, che sta dietro, nelle retrovie della mia esistenza. Come vorrei essere solo, e libero, per camminare a lungo nelle pieghe del nostro linguaggio! Ma ciò non è possibile: Alfredo Panzini aveva detto che "se il verbo è una luce, il soggetto è come una lampada e senza la luce, a cosa serve una lampada?". Non serve a nulla e, dunque, non mi resta che fare, di necessità, virtù. Accetterò quindi di relazionarmi con i nomi.

Da che parte cominciare? Dunque vediamo, la prima cosa che desidero consiste, è naturale credo, nel capire con chi ho a che fare, se

maschi o femmine per esempio. Ben diverso infatti è rappresentare un'azione fatta da una figura femminile rispetto a quella maschile: in quanto verbo, dovrò ingentilirmi all'occorrenza oppure essere più rude e sbrigativo. Ho avuto a che fare con scrittori e scrittri

ci e queste ultime avevano una sensibilità molto particolare e non sempre immediatamente percepibile per me che sono di genere maschile. "Attendere" è per esempio un verbo molto femminile: attendeva Penelope facendo e disfando la sua tela, attendono le "lavandare" pascoliane ("Quando partisti come sono rimasta!"), attendono le povere infelici di Carolina Invernizio così come, oggi, le nonne di Susanna Tamaro. Ma insomma sono alquanto duttile, ho capacità di adattamento e ritengo dunque superabili questi ostacoli. Sono perfino disposto a concedere, ma solo eccezionalmente, che mi si confonda con un nome, come è per il "lavandare" o le "lavandare" di Giovanni Pascoli.

Capisco di non aver però fatto i conti con l'oste (è un modo di dire, tutto è chiaro con osti e ostesse) quando incontro "nipote": chi saresti tu, fatti riconoscere, un nipote o una nipote? Un nome che non cambia se maschio o femmina è un bel grattacapo! A togliermi d'imbarazzo ci pensa però quello sgorbiolino irritante che, con voce flebile flebile, mi dice "sono una nipote": se avessi fatto attenzione all'articolo cui è abituata ad andare a braccetto mi sarei subito reso conto di aver a che fare con una nipote femmina. Buono a sapersi, ho pensato, dunque devo raddoppiare la mia attenzione: non devo guardare solo ai nomi ma ora anche a chi si accompagnano. La faccenda si complica ma non è il caso di scoraggiarsi, si sa, diceva sempre il mio insegnante, nella vita bisogna sempre essere ottimisti. Insegnante? L'insegnante? Aiuto, l'articolo manca della vocale che potrebbe aiutarmi nel riconoscimento, al suo posto infatti si trova un apostrofo. Nutro una profonda avversione per gli apostrofi che si permettono di oscurare il sesso dei miei interlocutori: se mi avessero detto ecco lo insegnante oppure la insegnante, tutto sarebbe stato chiaro, non avrei avuto problemi ma ora… Insomma, diciamo però che il mio insegnante di scuola me lo ricordo bene, era maschio senza ombra di dubbio (correva dietro a tutte le gonnelle che incontrava!).

La vita è dura: se fossi un ragioniere della parola potrei, sempre con gli stessi criteri, costruire frasi a mia immagine e somiglianza. In questa società così aziendalizzata, la spinta a formare ragionieri della lingua è senza dubbio forte ma, ogni volta che ci si prova, sembra sempre che un imprevedibile artista intervenga con il gioco delle tre carte, fino a scombinare i piani delle scienze oggettive. Nel linguaggio vi sono tante norme quante eccezioni. Artista, non mi inganni, dietro il paravento della tua arte si nasconde una donna ammaliante, la tua desinenza in "a" non lascia dubbi: le parole terminanti con "a" corrispondono a nomi di donna. Si è mai visto un Ugo donna o una Anna maschio? Anomalie sessuali a parte, direi di no. Eppure, artista, potresti essere uomo e diventare "un" artista. E non comprendo il perché di tutto questo.

Non posso nascondere che queste difficoltà mi hanno messo un po' in agitazione: all'inizio di questa storia ero allegro come un usignolo e ora sono ferocemente arrabbiato come un leopardo. Usignolo, leopardo, la usignolo, la leopardo, cosa sta succedendo, neppure gli articoli mi aiutano più? L'usignolo e il leopardo sono nomi maschili eppure, essendo animali, non vi è dubbio che debbano esistere entrambi i sessi. Vorrei proprio conoscere la volpe che ha inventato questa bizzarria che è il nostro linguaggio: la volpe, una femmina? Macché, se c'è la femmina ci sarà anche il maschio solo che… la nostra lingua non prevede tale eventualità, ecco tutto. Bel pasticcio. Ebbene, non si dica che non ho fatto il possibile per risolvere anche

questa situazione e coprire così le mancanze del nostro linguaggio: per quanto possa apparire macchinoso, integrerò l'insufficiente nome della volpe e parlerò di volpe maschio e la volpe femmina.

Mi pongo un fine: quello di dare una fine a questa diatriba e mettere una pezza a questo pezzo di scienza per non finire in un pozzo, profondo e senza uscita, e uscirne pazzo. Basta con i nomi maschili privi del femminile e viceversa, basta coi salti mortali, c'è una fine

per tutte le cose, c'è un fine e una fine ma… non sono la stessa cosa! Nella trasformazione di questa parola deve essere successo qualcosa, un incidente o anche peggio: è cambiato il significato. Un incidente di trasporto forse, un autocarro rovesciato sulla strada che dal maschile porta al femminile, un  involucro danneggiato: il fine è uno scopo, la fine è il termine di un'esperienza. Hanno dato uno scrollone alla parola "fine", hanno mosso i bussolotti, i conti non tornano più, neppure nella parola "conti". Chi guidava quell'autocarro? I conti delle Fiandre si ribellano, il loro singolare non é il conto, il conto è quello che deve pagare il responsabile del trasporto, i conti delle Fiandre non pagheranno un centesimo. Questa volta non sarà facile metterci una pezza, semplicemente perché essa non è il femminile di pezzo: la pezza è spesso di tessuto (anche di Fiandra, certamente, se lo usano i conti) mentre un pezzo è una parte di qualcosa. Siamo nel profondo di un pozzo che non é il maschile di pozza.

Sono un pazzo? Non scherziamo, io sono un verbo e quindi, casomai, impazzito. Vogliamo concludere questa vicenda della lingua e rassicurare chi sui banchi di scuola dovrà studiarla, vogliamo fare i conti? Ebbene io sarò allora il conte d'Albafiorita, e voi?

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore

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Il quaderno della vita

  • Pubblicato in Cultura

Il quaderno della vita:  un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini,  per non schiantarsi contro il bordo della pagina,  a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze,  un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere…

   Una sera di molti anni fa il mare di fronte a S.Giuliano d'Albaro era costellato di tante, piccole, luci di lampare che illuminavano i legni della barca e l'acqua intorno. C'era il caldo di un'estate che a Genova si prolunga fino a intralciare l'arrivo dell'autunno e la bonaccia, che zittiva il brontolio indisciplinato dell'acqua sugli scogli. Albaro è la collina di Genova, da lassù i Fieschi e i Doria, le famiglie che detenevano il potere, potevano guardare dall'alto le mura della città e l'ingresso di Porta Soprana illuminato da fuochi.

Quella sera,  chiunque fosse sceso per una crosa verso S.Giuliano, avrebbe di certo sentito una musica lontana e l'eco di una danza nell'aria e avrebbe rivolto lo sguardo verso un illuminato palazzotto, all'interno del quale Eleonora, moglie di Fiesco, era appena uscita dal ballo sbattendo rumorosamente la porta. Togliendosi la maschera che portava in viso, si era buttata su una sedia: diciottenne pallida e diafana, anche stavolta era vestita di nero. Rosa e Arabella, le sue cameriere, erano subito accorse, sconvolte: una civetta nota in tutta la città, una certa Giulia, aveva mostrato occhi suadenti al marito che, per tutta risposta, aveva baciato a lungo il suo braccio nudo. Del resto il Fiesco, conte di Lavagna, era un ventitreenne bello e amabilmente maestoso, dotato di una cortigiana arrendevolezza. Giulia invece, alta e formosa, superba e un po'  civetta, aveva un modo bizzarro di essere bella, una di quelle bellezze abbaglianti ma non seducenti, l'espressione del viso ironica e gli occhi maligni.

Giulia era consapevole dell'allettante lusinga che i suoi occhi potevano sprigionare e sapeva anche che il Fiesco ne avrebbe inteso il significato; avrebbe senza dubbio potuto rifiutare l'offerta e non baciare il suo braccio, ma l'avrebbe inteso. Chi invia un segno, sia questo un gesto o una parola, vive in esso, e Giulia viveva nei suoi sguardi e nelle sue parole.

"Conte buonasera…"

Il Fiesco, destinatario di quel segno, colpito da esso, si muoveva intontito, irrigidito come uomo in estasi, come se il mondo ai suoi occhi non esistesse più e lui, insieme a Giulia, nuotasse leggero nell'aria. Scaraventato in aria dalle parole, fluttuante nell'aria come un foglio di carta leggero, strappato al quaderno della vita: un quaderno a righe per chi ama correre e con i margini, per non schiantarsi contro il bordo della pagina, a quadretti per gli insicuri alla ricerca di forme e di certezze, un quaderno a pagine bianche per chi non vuole barriere. Se siamo nelle nostre parole, la nostra vita è in questo quaderno.

"Prendete la cosa per ciò che è effettivamente!... una galanteria." disse Rosa. "Galanteria?" - ribatté inviperita Eleonora - "E l'insistente occhieggiare di lei? E da parte di lui l'ansioso seguire le sue tracce? Eh, bimba mia, che non hai ancora amato, non venire a farmi distinzioni tra amore e galanteria!". Rosa si trovò a questo punto a cercar di dover rimediare alla situazione: "Tanto meglio, madonna! Perdere un marito vuol dire trovare dieci cicisbei." Il rimedio è peggiore del male e in questo caso  il linguaggio si rivela una medicina inefficace: Rosa non riesce ad attenuare la collera di Eleonora facendo slittare il significato di "amore" in quello di "galanteria" e neppure risulterà consolatoria la prospettiva di acquisire "dieci cicisbei". Infatti, il grado di irritazione di Eleonora aumentò: "Perdere? Chi parla di perdere? Un breve sussulto di sensualità e io già avrei perduto Fiesco, mio marito? Vattene, vipera! Non venirmi più davanti! Uno scherzo innocente, ecco... sì, una galanteria… Non è così, mia affettuosa Arabella?". "Sì, certamente è così." rispose quest'ultima. Arabella finisce così per confermare ad Eleonora che si tratta di una semplice "galanteria", la stessa spiegazione che quest'ultima aveva poco prima rifiutato a Rosa.

Le nostre parole non si portano dietro un significato come se questo fosse dato loro in prestito una volta per tutte. Rosa dice che quello tra Giulia e il Fiesco non é amore ma una galanteria? Ma… l'insistente occhieggiare di lei? Eleonora non è d'accordo, non può essere una semplice galanteria o forse sì, forse lo era, vero Arabella? Le parole fluttuano, trascinate dalla corrente del nostro pensiero, come su una dolce ile flottante, come la lettera di un'insegna al neon difettosa, che s'accende e si spegne. Ci capita di dover voltar pagina, per cercare nuove parole, che tuttavia non si assomiglieranno mai. Ogni parola è differente, siamo: differenti. Eleonora ha scrittura nervosa che riflette il suo carattere, il tratto della sua penna salta oltre i margini delle pagine del suo quaderno, Rosa e Arabella hanno invece una scrittura più timida, le vocali "a" e "o" contratte in piccoli, invisibili, cerchi.

"I miei domestici! Il postiglione!" Giulia uscì irritata dalla festa e Fiesco la inseguì, affannosamente: "Contessa dove volete andare? Che intendete fare? Capisco come sia stato imperdonabile il comportamento di mia moglie, andarsene così... buttando a terra la sedia e voltando la schiena a lei che sedeva a tavola…". Giulia abbozzò allora un sorriso compiaciuto: "E' forse colpa mia se il conte suo marito ha gli occhi?". "La grave colpa della vostra bellezza - rispose il conte - è che io non abbia occhi che per voi. Il mio amore è un eroe abbastanza ardito da rompere le barriere della gerarchia e da spiccare il volo verso il sole accecante della vostra maestà". "Niente complimenti, conte; tutte le bugie avanzano sulle stampelle zoppicando. La sua lingua infatti mi porta in cielo, mentre il suo cuore continua a palpitare per un'altra donna" rispose Giulia. A questo punto il Fiesco si strappò di dosso il ritratto di Eleonora che portava appeso ad un nastro azzurro e lo porse a Giulia dicendo: "Sarebbe meglio dire, madonna, che il mio cuore batte di malavoglia e non desidera che disfarsene; ponete su questa la vostra immagine e vi sarà facile distruggere l'idolo".  Giulia si nascose subito in seno l'immagine, molto lieta di questo fatto, e subito gli porse al collo la propria, cosa che fece infuocare l'animo del conte: " Giulia mi ama! Giulia! Non invidio più nessun immortale! Questa notte è una festa degna degli dei e la gioia deve celebrare il suo capolavoro. Il nettare scorra sui pavimenti, la musica svegli la mezzanotte dal suo plumbeo sonno, mille lampade accese offuschino il sole del mattino… Sia gioia universale e la bacchica danza faccia rovinare sotto il suo turbine il regno dei morti!".

Nel palazzo del Fiesco, chi quella sera avesse aperto la tenda centrale del salone avrebbe visto una gran sala illuminata e molte maschere danzanti. L'euforia del Fiesco nasce dalle parole di Giulia, le parole che portano in cielo. Sono le parole che si incidono in noi, che sentiamo sulla pelle, quelle dal gusto persistente, dal retrogusto insistente, le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo, che porteremo con noi in bauli pieni di quaderni, i quaderni della vita.

Ci sono tre anime nelle parole del Fiesco di Eleonora, in questa loro storia  tormentata: tre modi di essere, dolorosamente, nella vita e nella parola.

La prima anima unisce e divide, la fragilità dell'unione tra Eleonora e il Fiesco Eleonora è la stessa di due parole unite dal "senso comune": sulle nostre labbra ogni parola appare diversa. Ci disperiamo sempre per questo, vorremmo ogni volta ritrovarci in un mondo condiviso. Si battono i pugni sul tavolo, si strappano i capelli: perché non ci capiamo?

La seconda anima avvicina e allontana. Eleonora si avvicina ad Arabella solo perché ha confermato la supposizione secondo la quale il comportamento del marito altro non sarebbe che una banale galanteria: ci si incontra intorno al significato di una semplice parola, come intorno ad un tavolo, ci si stringe le mani.

La terza anima concorda e discorda. Il procedere in accordo può portare gioia, felicità, al contrario i disaccordi sono fatti di sofferenza. Nel primo caso le  parole saranno appassionate, come quelle che colpiscono e fanno volare il povero Fiesco.

Sono le parole che si incidono in noi,  che sentiamo sulla pelle,  quelle dal gusto persistente,  dal retrogusto insistente,  le parole che amiamo, da cui non ci stacchiamo,  che porteremo con noi, in baùli pieni di quaderni, i quaderni della vita…

Agistino Roncallo, insegnante e scrittore

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