I giorni del virus raccontati ad una bambina

Clotilde è una bambina sensibile.

Nella mia città, ieri

ci siamo affacciati alla finestra

molte finestre, di fronte alla nostra

erano accese e, se non lo erano

torce e cellulari in mano,

tutti cantavano l’Inno di Mameli.

E bandiere, tante bandiere sono comparse fuori

chissà da dove.

Clotilde mi guarda, e dice:

ma tutti quelli che cantano “siam pronti alla morte!”

non è per davvero!

No Clotilde, non è per davvero.

Non c’è niente di vero

neppure in quello striscione, laggiù

lo vedi?

Ha i colori dell’Italia e una scritta:

“La vinciamo noi”.

Cosa vinciamo?

Non so cosa vinciamo, forse si parla della guerra

della guerra contro il virus

e non so, se a vincerla

sono gli autori della scritta,

se così fosse, sarebbero proprio pochi.

E noi non vinciamo?

Forse sì, anche noi Clotilde

vedi, lo sfondo della frase è bianco, rosso verde

e questo vuol dire che siamo anche noi

tutti noi italiani, a vincere.

Che bello! E quando?

Quando, è difficile da dire

ci vorrà ancora del tempo, sai

e anche molta pazienza, tu hai pazienza?

Ma lì c’è scritto “vinciamo”, non è subito?

No, non è subito

e neppure è sicuro che vinciamo.

Ma chi lo ha scritto è, sicuro!

Se ha delle ragioni per esserlo, sì.

Dovremmo chiederglielo:

senti, ci spieghi come mai vinciamo?

Da dove viene la tua sicurezza?

Vorremmo saperlo e, così

essere felici e contenti,

euforici!

Oh gioia, e tripudio, per favore, spiegaci

sì, spiegaci l’origine di tanta certezza!

Ma forse non ci risponderebbe

non potrebbe, rispondere

se non ha la risposta.

Nel frattempo, sul tetto di un palazzo

un DJ improvvisato accende gli altoparlanti

e si rivolge ai residenti:

"Siete pronti? Dai ragazzi che, per due minuti

ci prendiamo una boccata d'aria sul balcone!”.

“Siii...”, rispondono gridando gli abitanti del quartiere

"E allora signori lo possiamo fare tutti insieme,

la mano sul petto, io resto a casa

ma ve la canto sul balcone, e forza con l'inno di Mameli,

Fratelli d'Italia . . . “.

Ma se uno non è sicuro di ciò che dice

perché lo dice?

Hai ragione Clotilde, è vero

forse invece di “La vinciamo noi”

avrebbe potuto dire “Speriamo di non perderla”.

E poi, poi c’è un precedente poco incoraggiante

la guerra precedente l’abbiamo persa.

E dovevamo vincere anche quella?

Sì anche quella, pensa che chi l’ha annunciata

si è affacciato a un balcone

proprio come noi, qui, questa sera

era un uomo dalla grande mascella

che ha detto a tutti: vinceremo!

Anche a lui avremmo potuto chiedere:

ne è proprio sicuro?

Ma in fondo lui fu più prudente

ha usato un verbo futuro, non un presente

come a voler dire:

non vinciamo subito, no

ma, state tranquilli

che vinceremo,

sicuramente vinceremo.

Oggi invece, quella frase

dice che vinciamo subito,

perché si raccontano bugie?

Ah, questo lo so Clotilde

e ti rispondo dicendo che, noi

delle bugie abbiamo bisogno

non potremmo vivere senza,

la vita è una grande bugia e, per star bene

inventiamo cose non vere

come le fiabe

che si raccontano ai bambini perché tutti, sai

siamo bambini.

Vuoi sapere la bugia più grossa?

È la bugia della nazione

chi appartiene alla “nazione” si sente forte

è uno spaccone che crede di potere tutto

di avere tutto e di vincere, tutto

perché è “italiano”;

per lui gli italiani sono pochi e uguali

chi è diverso, non è italiano

è un nemico:

lo vedi Ymer, il nostro vicino che viene dal Sudan?

Anche lui è sul balcone, come noi ora

e neppure lui, come noi, ha la bandiera

ma noi non siamo trattati male, lui sì

perché non canta neppure l’inno

e in questi giorni nessuno gli parla

nessuno gli chiede: ciao come stai?

In questi giorni del virus

la parola “italiani” è una parola vuota, una bugia

come quella di tutti i prepotenti che si sentono invincibili

se hanno una bandiera o un inno.

La paura diventa fanatismo.

E questa loro nazione non è l’Italia

l’Italia è un’altra cosa,

questo è un gruppo di bulli

cui piace gridare “vinciamo”.

Vedi Clotilde, so forse di essere complicato

se ti dico che c’è un altro modo di essere italiani,

molto più semplice e più umile

quello di riconoscersi nelle leggi dello stato

che a tutti garantiscono la libertà

perché questo stato si chiama “democratico”.

Quindi noi due siamo italiani perché amiamo le libertà?

Ecco sì, è proprio così.

E gli altri italiani cosa amano?

Amano la pasta e l’altare della Patria

i santi e le Alpi

la mamma e le feste patronali

la pizza e Cavour

e poi Coppi e Bartali

e Mussolini e l’Autostrada del Sole

il Piave e Pinocchio…

Pinocchio?

Certo anche Pinocchio perché, tu lo sai

Pinocchio è un burattino e, se lo è

deve esistere anche un burattinaio.

Geppetto?

Non proprio, Geppetto è un falegname

lui l’ha costruito,

hai mai visto uno spettacolo di burattini?

Ma sì certo!

E chi muove i burattini?

Qualcuno, con i fili.

Proprio così, e chi li muove si chiama burattinaio.

Ma nel libro non c’è un burattinaio!

Appunto, per questo piace

il burattino vuole fare di testa sua

non è un bambino ma non diventerà mai adulto

e gli italiani che vogliono vincere non saranno mai adulti

quando hanno paura, e solo allora

cercheranno un burattinaio, un padre

che dia loro il permesso di uccidere i propri fratelli

attraverso la guerra.

Perché uccidiamo i nostri fratelli?

Forse perché la nostra storia è iniziata così

quando Romolo ha ucciso il fratello Remo

non te l’ho mai raccontata?

E poi, Pinocchio

aveva il naso lungo perché era bugiardo

anche lui raccontava bugie

proprio come quelli che dicevano “vinceremo”

e che dicono, “vinciamo”.

Allora, non si vince niente?

No Clotilde, non si vince niente

ma voglio dirti

che quando questo pericolo finirà

gli esseri umani si ritroveranno

certo, saranno addolorati per i morti

ma faranno nuove scelte

avranno nuovi sogni

creeranno nuovi modi di vivere
e guariranno completamente la terra
così come erano guariti loro.

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore

Baveno, 21 marzo 2020

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Vinciamo o vinceremo?

In occasione di ogni nuova battaglia che sia essa culturale o, come in questi giorni, sanitaria, ricompare con puntualità un revanscismo nazionalista che, in quanto fortemente identitario, è totalmente acritico: Come dire: si possono esprimere dubbi su Dio, sul Papa, sul capo del governo ma non sull’italianità.
Mi è sembrato in questo senso particolarmente interessante questo striscione apparso in una cittadina delle Puglie.
La prima considerazione che si può fare riguarda il sottinteso relativo all'uso di un pronome (La) non preceduto da alcun nome. A cosa si riferisce? Data la situazione di emergenza in cui viviamo si può intuire come il riferimento vada alla "GUERRA CONTRO IL VIRUS" attualmente in circolazione.
Ma c'è un secondo sottinteso insito nel pronome (Noi) che conclude la frase: Noi chi? Noi che abitiamo qui? Noi che abbiamo scritto questa frase? Tutti noi? Se consideriamo che lo sfondo della frase è il tricolore, siamo evidentemente NOI ITALIANI a vincere questa guerra.
Arriviamo dunque al verbo (Vinciamo). All’estensore del testo la prima cosa che verrebbe da chiedere è: cosa te lo fa pensare? Ammetto che mi piacerebbe ascoltare la risposta.
Considerato il precedente storico, implicito per l’autore della frase, sarebbe stato forse più prudente scrivere: CERCHIAMO DI NON PERDERLA. E invece no, è certo che questa guerra la vinciamo.
Ne era altrettanto sicuro l’oratore che da Palazzo Venezia annunciò la vittoria ma con il prudente accorgimento, in quel caso, di usare il verbo “vincere” al futuro: Come dire: non è che vinciamo subito ma, insomma, state tranquilli che vinceremo.
Nel nostro caso invece non c’è neppure il futuro, c’è un presente certo e immediato: vinciamo oggi, subito, senza eccezioni.
Come spiegare tanta sicumera? Oggi come allora l’affermazione non ha neppure bisogno di una motivazione, così come un assioma non necessita di dimostrazione.
Il fatto è che qui non parliamo di scienze esatte ma di ipotesi, siamo di fronte a un futuro quantomai incerto verso il quale pernicioso sarebbe avere apodittiche certezze.
A conti fatti, considerato il passaggio che ha portato il verbo dal futuro al presente, l’autore del testo avrebbe potuto scegliere una terza possibilità e scrivere ABBIAMO VINTO NOI.
Sarebbe stata la stessa cosa: in tutti e tre i casi non sono ammesse richieste di spiegazione, la richiesta di un “perché” non è prevista.
Se avessi incontrato il duce nei corridoi di Palazzo Venezia, avrei voluto chiedergli: ma ne è proprio sicuro? Sì, avrebbe potuto rispondermi, perché abbiamo l’esercito più forte. Certo, mi avrebbe raccontato una bugia colossale, ma avrebbe comunque fornito una motivazione.
Qui, invece, data l’incertezza della situazione, neppure possiamo fare ricorso a una qualche bugia, non aggrapparsi all’ottimismo, niente.
Occorre dunque prendere in considerazione altre possibili soluzioni interpretative: la frase in questione potrebbe semplicemente sottintendere una PROMESSA di vittoria.
Ma, se così fosse, il pulpito dalla quale proviene dovrebbe essere autorevole.
Il capitano di una nota squadra di calcio, scrisse in una sua autobiografia le seguenti parole: «Quando sei un Capitano, dire “Forza ragazzi, oggi vinciamo” è molto semplice. Ti viene istintivo. La frase è di una banalità disarmante, però molto spesso non c’è altro da aggiungere. Il problema è che se sbagli il modo di dirla, i tuoi compagni nemmeno la sentono. Se invece sai pronunciare quelle parole, se ti sei messo nella condizione giusta, allora cambia tutto. Quel “Forza ragazzi” diventa una formula magica, una specie di battesimo del fuoco, e quel “oggi vinciamo” una promessa».
Ma in questo caso da quale autorevole pulpito verrebbe la promessa? Da nessuno, visto che l’autore della frase è ignoto.
Sorge allora un dubbio: LA VINCIAMO NOI non nasconde forse un artificio retorico di matrice risorgimentale? In altre parole, il riferimento potrebbe essere all’unità degli italiani, avvalorato dallo sfondo tricolore sul quale la scritta campeggia.
Non possiamo dimenticare che “A noi!” fu grido d’incitamento e di raccolta adottato dai reparti di arditi durante la prima guerra mondiale (1917), poi dai legionarî fiumani (1919), e divenne infine (dal 1933) saluto ed esortazione ad agire e lottare in uso nel periodo fascista. Fu reso celebre a Fiume da D'Annunzio, durante la Festa di San Sebastiano, nel gennaio 1920, in risposta alle acclamazioni dei legionari che lo circondavano.
Oggi come un tempo sembra che una “guerra” necessiti di un meccanismo identitario, euforico e autoesaltante, che non deve lasciare spazio a dubbi o ripensamenti.

Agostino Roncallo, 15 mazo 2020

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La stella polare

Abbiamo superato l’86° parallelo, mai nessuno era arrivato fin qui.  Le provviste sono ormai finite e non ci sono animali né volatili, su questo deserto di ghiaccio. Cosa fare? Andare avanti ancora? Sarebbe la morte di tutti. Il polo è, la morte. Le nostre vesti sono uno strato di ghiaccio e gli stivali sono diventati così duri che, per levarli, bisognerebbe farli a pezzi. Forse, se il nostro procedere non fosse stato così lento, ora saremmo laggiù: meno di trecento miglia ci separano da quel punto della terra chiamato “polo”. Ma a ogni istante le slitte si rovesciano, le corde si spezzano, casse e cassette cadono nella neve costringendoci a rifare il carico. I cani poi corrono impazziti finendo sistematicamente in qualche crepaccio. Il capitano Cagni ha deciso  allora di piantare la bandiera italiana su questo terreno, che nessuno ha mai calpestato. Non andremo oltre. Dobbiamo abbandonare l’idea di arrivare alla meta e affrettarci, rientrare. Non prima però di aver consumato un pasto: c’è anche una bottiglia di champagne che, religiosamente, era stata conservata per il polo. Si brinda. Si brinda al re, alla regina, al Duca, all’Italia e i ghiacci del polo ripetono le nostre parole, questi icebergs secolari ascoltano per la prima volta voci umane e le riecheggiano, meravigliati.

Allora ripenso a un prato verde della mia infanzia, di fronte a una vecchia villa, Villa Verzetti, mi pare. Avevo otto anni. Quel prato era il mio mondo, lo percorrevo in tutta la sua estensione fino a una staccionata che lo separava da un campo incolto. Oltre quel campo una grande strada carraia era percorsa da veloci destrieri e da carrozze. Arrivavo a quel limite e guardavo oltre, là dove l’erba cresceva alta, dove avrei voluto andare e nessuno era mai stato. Se avessi potuto, avrei superato quella barriera per calpestare quel terreno vergine e arrivare laggiù, dove  di nascosto avrei potuto vedere passare i cavalli. Tuttavia temevo quel passo, ne avevo paura, avevo sgomento di tutte le proibizioni. Da quel prato e da quella villa uscii invece, attraverso il cancello principale, il giorno in cui mia madre mi disse di seguirla in bicicletta, sull’asfalto di quell’estate. Mia nonna e la sorellina ci avevano preceduti, a piedi. Quando li incontrammo, dissero di fermarmi e scendere, forse per non suscitare le invidie di mia sorella. Partii invece, a tutta velocità e con l’angoscia dentro, verso il mondo che non conoscevo. Raggiunsi dopo qualche chilometro il villaggio di Serravalle Scrivia e mi nascosi in un sottopasso ferroviario, con il cuore che batteva forte. C’era in me il conflitto tra la possibilità di conoscere e i suoi limiti. Ogni bambino teme le prescrizioni. Ma alla paura si accompagnava un senso di euforia e anche quando, dopo alcuni minuti, vidi la nonna avvicinarsi alla mia ricerca, rimasi nascosto, non mi rivelai: quella fuga non poteva durare a lungo e per questo volevo respirare ancora qualche minuto di quel mondo nuovo. Poi inforcai allora la bicicletta e ricercai la strada di casa. La ritrovai, non so come. Ho rimosso i rimproveri del ritorno, sicuramente veementi, la mente ha voluto conservare solo l’emozionante libertà di quei momenti, il suo grido interiore.

Anche questa dal polo sarà una fuga affannosa, troppo pochi sono i viveri disponibili e troppo grande la distanza che ci separa dai nostri compagni, in attesa nella baia di Tepliz. Anche in questo caso, come nei giorni di Serravalle, spero di ritrovare la strada di casa. Riposeremo solo un poco prima di riprendere la corsa tra le nevi, le bufere, le nebbie, i venti gelati. Fosse per me, proseguirei questo cammino su un terreno vergine, consapevole dell’impossibilità di un ritorno, ubriaco di infinito. Razionalmente comprendo però che, vivendo, avrò altre possibilità, il ricordo della mia infanzia mi aiuta, troverò altre biciclette da inforcare. Lascerò dunque questo mondo dove ogni passo è scoperta, per tornare in quello dell’ignoranza, dove ogni dato è noto, risaputo. L’ignorante non è affatto colui che non sa, bensì colui che sa troppe cose per poterne conoscere di nuove. In un certo senso, al ritorno mi piacerebbe diventare un contrabbandiere che usa le certezze come merce di scambio: un elemento certo in cambio di uno ignoto. Ciò che so in cambio di ciò che non so. Tutti crederanno di fare affari con me, l’ignoto non è molto considerato dalle nostre parti. Nei porti delle città europee, ormai densamente abitate, affluiscono di continuo nuove merci, gli abitanti acquistano spezie e chiedono notizie di mondi lontani. Nel porto di Genova, la mia città, potrei parlare con i marinai in partenza, dire loro: udite, sono tornato dal polo con un po’ di conoscenze nuove! Le vogliamo sapere anche noi, ci saranno molto utili, cosa possiamo offrirti in cambio di ciò che dirai? Mi basterebbe sapere qualcosa che non sapete. Accettereste? Accetteremmo.

Il nostro viaggio era iniziato a Oslo il 12 Giugno 1899 con lo scopo di arrivare in nave nel luogo più settentrionale possibile, per poi procedere con le slitte e i cani verso il polo. A questo fine, il Duca degli Abruzzi aveva acquistato sui mercati norvegesi la migliore nave possibile, la Jason, una baleniera a tre alberi che serviva per la caccia delle foche. Questa nave, che fu da noi ribattezzata Stella Polare, era lunga 48,50 metri e larga 8,75, alta 9 metri circa, aveva un pescaggio dai 5 ai 5,5 metri, una portata di 600 tonnellate e una macchina da 60 HP nominali che permettevano una velocità di 6-7 miglia.

Lavorammo a lungo per apportare a quella baleniera tutte le modifiche necessarie alla nostra spedizione, per esempio costruimmo gli alloggi dell'equipaggio accanto alla caldaia della sala macchine, in modo da poterne sfruttarne il calore. Per i centoventi cani necessari alla spedizione, che erano stati acquistati in Siberia, furono costruite contro le murate due file di gabbie sovrapposte, divise l'una dall'altra da paratie in legno.

Fu proprio in quei giorni trascorsi a Oslo che ebbi occasione di parlare con il nostromo Andresen, norvegese, autentico lupo di mare. Volevo capire a cosa saremo andati incontro:

- Credevo che la Norvegia, così vicina all'artico, avesse un clima più rigido. Respiro invece un'aria mite, quasi primaverile.

- Aspetta di arrivare sulle coste settentrionali e vedrai che brividi!

- Mi hanno detto che sui quei mari si possono incontrare montagne galleggianti!

- Eccome, si chiamano icebergs e molti hanno dimensioni davvero enormi.

- Immagino che rappresentino un grosso pericolo per le navi!

- Un pericolo tremendo. Una volta la nave sui cui viaggiavo entrò in collisione con uno di quei colossi di ghiaccio!

- E venne distrutta?

- No, ma ci scaricò in coperta una dozzina di orsi bianchi, affamati e ferocissimi!

- Questa poi! Non immaginavo che gli orsi amassero attraversare il mare a bordo di zattere di ghiaccio! - dissi con tono ironico.

- Non è certo loro intenzione farlo! Accade che nei giorni del disgelo, verso la fine di Giugno, grandi banchi di ghiaccio si stacchino dal pack e alcuni di questi orsi vi rimangano intrappolati.

Il pensiero tornava a quegli orsi intrappolati, mi domandavo da dove venissero e quante miglia marine avessero percorso a bordo di quei ghiacci, che finivano per sciogliersi nella loro deriva verso sud, quando la temperatura superava lo zero. Giungevano nel mondo abitato così come un messaggio dentro una bottiglia si arena su una spiaggia, proveniente da chissà dove. Avevo come l'impressione che essi fossero segnali, o emissari provenienti dal mondo che ambivo raggiungere, e che fossero latori di tutte le proibizioni, gli avvertimenti e le minacce, che precludono il passo alle nuove scoperte.

Il Duca degli Abruzzi era solito non lasciare nulla al caso, era un uomo dal carattere energico, grande esploratore, uno dei migliori allievi dell'Accademia Reale di Livorno. Gli agi e lo splendore della vita di corte gli andavano stretti, detestava la sfaccendata ritualità mondana e nei giorni dell'ozio sognava tempeste e paesi lontani.

Il carico della nave avveniva rapidamente, davanti agli occhi del Duca e a quelli di una folla curiosa. Occorreva affrettarsi perché alcuni cacciatori di balene, provenienti dal nord, avevano detto di aver incontrato pochi ghiacci perché il clima, quell'anno, era più mite del solito. Partire subito significava dunque trovare acque navigabili, ritardare di qualche settimana avrebbe potuto rivelarsi fatale. Quando tutto fu pronto per la partenza, notammo che una folla immensa si era radunata sulle banchine. I marinai delle navi ancorate nel porto erano saliti sui pennoni, sulle coffe, sulle crocette, per gridare il loro saluto; ultimo a salire sulla nave fu il Duca che arrivò a bordo di una scialuppa dopo aver ricevuto i saluti delle autorità locali. Era il momento degli addii e della commozione. Conservo gelosamente una fotografia scattata nei giorni precedenti la partenza, al momento dell'imbarco dei cani. Io sono il primo sulla destra, ho una mano in tasca e ostento sicurezza dietro quei baffi che da poco tempo avevo deciso di lasciar crescere. Accanto a me ci sono il giovane Quercini e il corpulento capitano Cagni.

Le ore che precedevano la partenza erano cariche di emozioni. Ci attendevano luoghi inesplorati e l'attesa era la stessa di tutte le esplorazioni della mia infanzia, quando abitavo in Albaro. Albaro è la collina di Genova, da lassù i Fieschi e i Doria, le famiglie che detenevano il potere, potevano guardare dall'alto le mura della città e l'ingresso di Porta Soprana illuminato da fuochi. Si partiva verso il Nord, con l'obiettivo di raggiungere la Terra di Francesco Giuseppe e, lì, svernare. Il destino della Stella Polare era di rimanere imprigionata dai ghiacci in quell'inverno, e di dover aspettare la primavera successiva prima di riprendere il largo. Si trattava di raggiungere il punto più a nord possibile prima di rimanere prigionieri e poi, quando il tempo l'avrebbe permesso, andare in direzione del polo con i cani e le slitte. L'idea era di scaglionare sulla terraferma depositi di viveri, in modo da assicurarsi il ritorno. Nessuno avrebbe potuto danneggiarli, non c'erano abitanti su quelle terre, non c'era nessuno. Nessuno, come in quella villa di Albaro dove noi, bambini andavamo a giocare a calcio. Si chiamava Villa Bombrini. Un tempo doveva appartenere a qualche famiglia nobile ma, verso la fine del secolo, era stata abbandonata. Un giorno arrivarono degli operai che lungo il perimetro di quell'antica abitazione sistemarono uno steccato per impedire agli estranei di avvicinarsi: da lì a poco sarebbero iniziati i lavori di ristrutturazione e quell'antica villa sarebbe diventata un conservatorio. In breve tempo trovai il passaggio, uno dei legni era allentato e non fu difficile penetrare all'interno. Mi trovai di fronte a una casa spettrale, porte e finestre aperte, vuote le stanze. Mi affacciai alle grate panciute, logore, contorte, e guardai all'interno. Mi colpì una piccola cappella privata, c'era un altare, il tabernacolo e un ostensorio abbandonato. Come se gli abitanti fossero fuggiti improvvisamente e avessero abbandonato la casa, le cose. Mi pareva di vederle così, come erano state lasciate al momento di quella fuga precipitosa.

Nel corso del viaggio verso il mare del nord vedemmo in lontananza apparire qualche veliero, alcuni delfini di grosse dimensioni cavalcavano di tanto in tanto le onde. Giunti sulle coste settentrionali della Norvegia vidi il colore del mare farsi più scuro. Sono più scure di quelle dello Skagerrak, una qualche tempesta deve averle sconvolte, mi disse Andresen. Una tempesta? Sì sì, ma lontanissima, scoppiata probabilmente nell'oceano artico. Le onde quando non trovano sulla loro via terre di grandi dimensioni si propagano a distanze immense.

Non capivo bene quale nesso logico unisse la tempesta al colore dell'acqua, avevo tuttavia l'impressione che quel buio fosse solo un'anticipazione di quella lunga notte polare che poco tempo dopo avrebbe avvolto la spedizione. Pensavo a questo e osservavo le coste norvegesi, frastagliatissime. Il mare aveva scavato insenature profondissime, chiamate fijords, "fiordi" nella nostra lingua. In certi punti sembrava che le acque penetrassero nel cuore di quelle regioni e l'occhio, ingannato dalla prospettiva, vedesse vascelli navigare tra i boschi come se, invece di scendere verso il mare, cercassero di raggiungere la cima di quelle montagne. Avevo cattivi presagi e la sensazione che, da quel mondo inesplorato, qualcuno ci inviasse dei messaggi di pericolo o, meglio dire, degli avvertimenti. Dopo gli orsi su zattere di ghiaccio, provenienti da chissà dove, ecco ora le acque dalla tinta scura, spinte fino a noi da lontane correnti, come se qualcuno laggiù avesse versato nei mari una specie di inchiostro sapendo bene che sarebbe giunto fino a noi. Ma non furono questi gli unici segnali. Un giorno un piccione viaggiatore si posò sull'albero maestro e venne immediatamente catturato: legato a una zampa aveva un piccolo tubo chiuso all'estremità superiore con un po' di cera. All'interno vi era un messaggio di cui ricordo benissimo l'intestazione: "Dalla spedizione polare Andrée al giornale Aftombladet di Stoccolma". La spedizione Andrée era partita due anni prima della nostra e di essa non si seppe più nulla, era come scomparsa, inghiottita dai ghiacci. Il testo del messaggio recitava: "13 Luglio, ore 12 e 30 minuti, latitudine 82° 2', longitudine 15° 5', rotta verso Est, tutto bene a bordo". Per quanto sembrasse impossibile, pensai inizialmente che quel piccione avesse volato per due anni in lungo e in largo con quel messaggio ma c'era anche la possibilità che qualcuno della spedizione fosse ancora vivo. Se avesse trovato una terra abitabile in quel "di là" inesplorato? Se così fosse avrebbe potuto continuare a inviare messaggi verso il mondo dei viventi, con la speranza che da qualcuno fossero raccolti.

Tra queste riflessioni, che accompagnavano quel viaggio e ingannavano il tempo in quelle interminabili giornate, la Stella Polare superò Capo Nord, entrò nel Mar Bianco per dirigersi verso il porto di Arcangelo, una delle più importanti città dell'impero russo. Da lì piegò decisamente verso settentrione. Lungo il percorso incontrammo terre non registrate sulle carte: a volte erano grosse rocce coperte di neve, in altri casi erano vere e proprie isole che si aprivano agli sguardi meravigliati di noi naviganti. Quante saranno quelle ancora da scoprire? Difficile dirlo. I ghiacci le nascondono gelosamente, come se volessero proteggerle dagli occhi indagatori dei marinai. Il polo non si lascia derubare e si direbbe che nel suo bianco regno ammetta solo uccelli marini, orsi bianchi, foche, balene gigantesche. Non gli esseri umani. Ai nostri sguardi iniziavano ad apparire vere e proprie barriere di ghiaccio compatto, irto di montagne spaventose che premevano le une sulle altre, fino a urtarsi e a crollare con esplosioni paragonabili alla detonazione simultanea di centinaia di cannoni. Mille urla salgono allora dai crepacci, mille cupi boati corrono sulle croste glaciali. Difficile è descrivere un simile spettacolo. Era come se una forza misteriosa muovesse quei banchi.

Quando arrivammo vicino alla Terra di Francesco Giuseppe la nave aveva rallentato la marcia perché la nebbia si era alzata e il rischio di urtare qualche iceberg non era remoto. Tutti allora salimmo in coperta cercando di spingere lo sguardo attraverso quei vapori crescenti. Sopra la nave passavano, come ombre, uccelli marini perduti nel nebbione. Andresen, che conosceva bene quelle regioni, percepiva l'avvicinarsi dei ghiacci:

- Non devono essere lontani, ci vengono incontro!

- Si tratta di un banco?

- Sì.

- E non potremo passare?

- Forse ci sarà qualche canale ma con questa nebbia non sarà facile trovarlo. Se poi lo troviamo potrebbe risultare chiuso e i ghiacci potrebbero poi richiudersi intorno a noi.

- Forse potremo trovare una baia in cui svernare!

Fu così che la nostra nave riuscì a raggiungere la baia di Tepliz. Lì i ghiacci circondarono lo scafo, sollevandolo. Un grosso blocco in particolare si era incastrato sotto la chiglia e teneva la nave sollevata, impedendole di riacquistare il suo normale assetto. Tutto l'equipaggio faticava a tenersi in piedi. Decidemmo di farlo saltare con una carica esplosiva per permettere alla nave di riacquistare la posizione originaria: rimanendo così inclinata, sarebbe stata sufficiente una nuova pressione dei ghiacci per distruggere le murate e il fasciame. Polvere e dinamite non mancavano a bordo. La dinamite in particolare si rivelò efficace, sgretolò quel ghiaccio e permise alla Stella polare di ritrovare, almeno parzialmente, la sua posizione originaria. Fu così possibile scaricare dalla stiva tutti gli attrezzi necessari per preparare gli attendamenti e porsi al riparo dai primi geli. Svernare a terra era infatti preferibile: nuove pressioni del ghiaccio avrebbero potuto danneggiare la Stella Polare in modo irreparabile.

Il Duca aveva previsto tutto: aveva dotato la spedizione di ampie tende, capaci di sopportare il freddo invernale. Una in particolare era talmente vasta da diventare un vero e proprio quartier generale. Di quei giorni conservo una fotografia che mostra il grande tendone, appena eretto, e una serie di casse ammonticchiate le une sulle altre: dopo averle svuotate, le avevamo utilizzate come rifugi per i cani. In breve fummo pronti per affrontare la notte polare con tutti i suoi orrori: non più albe, non più crepuscoli, non più tramonti. Una notte nera, impenetrabile, cadeva su quelle regioni, le terre diventavano invisibili e i campi di ghiaccio proiettavano sulle nuvole una luce sinistra, cadaverica, che i marinai chiamavano "ice blink". Con il sopraggiungere delle nebbie, tutto sarebbe scomparso: sarebbe rimasto il buio, e l'immensità delle sue tenebre. Mi sentivo pronto al grande salto.

L'attendamento e l'allestimento dei magazzini destinati a conservare i viveri durarono alcuni giorni ma alla fine tutto fu pronto. Le tende erano confortevoli, i letti erano formati da sacconi di pelle d'orso ed erano disposti ordinatamente, le stufe avevano un buon tiraggio. Avevamo inoltre sedie, tavoli e scaffali personali. Nella tenda maggiore c'era perfino una piccola biblioteca di libri d'avventura. Lessi in quei lunghi giorni le "memorie di Napoleone Bonaparte": era un personaggio che mi affascinava, non tanto per le sue conquiste o per il suo carisma, quanto per la capacità di ignorare i limiti della razionalità e spingersi oltre, alla conquista dell'impero russo per esempio, in quell'inverno del 1812. Non importava che la Grande Armée fosse uscita con le ossa rotte dalla battaglia di Borodino: si proseguiva, avanti ancora, oggi come allora, verso la steppa e verso l'inverno.

L'inverno fu terribile. I vestiti e le coperte si irrigidivano, gli stivali non si piegavano più, gli occhi poi si coprivano di ghiaccioli mentre le mani e il naso correvano il rischio di congelare. Inoltre a 50 gradi sotto zero avevo la sensazione di perdere energie, ero in preda a una sonnolenza continua, come se il cervello fosse intorpidito e la volontà annientata. Sulla fronte un cerchio di ferro soffocava i miei pensieri. Il petrolio, il vino e perfino l'acquavite, diventavano blocchi di ghiaccio ed era pericoloso avvicinare le labbra a un bicchiere, c'era il rischio che la pelle vi rimanesse attaccata. Per tali motivi fu proibito l'uso di oggetti di metallo e di bicchieri di vetro.

Ma un giorno, sarà stata la metà di Gennaio, un barlume di luce era apparso all'orizzonte, una luce scialba, un semplice riverbero. Era buon segno, nei giorni seguenti questa luce aumentò gradatamente fino a mantenersi più a lungo all'orizzonte e a diffondersi nel cielo. Era giunto il momento di prepararsi, la marcia verso il polo poteva iniziare, la lunga notte polare era terminata. Si attrezzarono allora le slitte, scegliendo con cura i viveri, le armi e il vestiario più idoneo a resistere ai rigori del freddo. Il Duca sorvegliava tutte le operazioni ed era prodigo di consigli; sul suo volto chiunque poteva leggere una tristezza infinita: in quell'inverno gli furono amputate due dita della mano per evitare il rischio della cancrena e, per tale ragione, non sarebbe partito con noi. Sarebbe rimasto lì, nel quartier generale, ad attendere il nostro ritorno. Quando tutto fu pronto, passò in rivista gli uomini, i cani e le slitte, e diede con voce commossa il segnale di partenza. Le mani si strinsero, gli abbracci furono convulsi, si partiva, finalmente. Era il 13 Marzo.

Ora, siamo qui, l'86° parallelo è superato e la spedizione si appresta al ritorno. Forse, se gli ostacoli fossero stati minori e la marcia più spedita, avremmo potuto raggiungere il polo. Ma il viaggio è stato difficilissimo, il vento ha reso penosa la marcia sollevando nevischio che impediva la vista e screpolava il viso, la rifrazione ha ingannato gli occhi riducendo o ampliando le distanze, inoltre icebergs e piramidi di ghiaccio hanno sbarrato di continuo la strada. Con i picconi abbiamo cercato di rompere quei blocchi ma, superato un ostacolo, un altro ancor più insuperabile si presentava davanti a noi. Spesso siamo sprofondati nella neve, altre volte abbiamo dovuto scaricare e ricaricare le slitte in prossimità di cedevoli ponti di ghiaccio. Tutto ciò ha rallentato la marcia e già dieci giorni dopo la partenza ci si siamo chiesti se i viveri sarebbero stati sufficienti. Oggi è il 26 Aprile e i calcoli non ci concedono ulteriori deroghe: ogni ora che passa può diventare un giorno di fame ed è necessario fare subito ritorno alla baia di Tepliz. Sarà un ritorno rapido, affannoso, ma sarà un ritorno.

Prima di riprendere il cammino voglio però respirare questo silenzio, in questa terra di nessuno. Non mi negherò nulla di questa esperienza, per il tempo che mi è concesso, forse minuti o forse solo secondi. Ora so, e vivo sapendo di sapere. Non pensavo a un calore tanto forte, alle ustioni dell'esperienza conoscitiva. Al mio ritorno tutti vorranno sapere ma a quel punto la conoscenza sarà già fredda e io, mi sentirò morire. Una morte sospesa nell'attesa di un nuovo viaggio, e della vita. Parenti e amici mi chiederanno se ho sofferto il freddo e non so, al momento, come farò a spiegare tanto calore. Qualcosa, mi inventerò. Pazientemente, attenderò una prossima occasione, una nuova partenza e un nuovo ritorno. Ruberò il sapere da altri mondi e me ne andrò tra la gente, col mio segreto. Lo scambierò solo con altri marinai, ciò che so in cambio di ciò che non so. Li aspetterò nel porto, sulla banchina di scarico delle merci, arriverò alle loro spalle e dopo uno sguardo d'intesa bisbiglierò loro nell'orecchio. Accettereste? Accetteremmo.

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore, Stresa, 10 novembre 2017

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