Il pranzo della sposa

Il pranzo della sposa

La Garavagna è un mucchio di mattoni e di spuntoni di travi squarciate, con  rovi  alti più di un uomo; hanno arato perfino la strada per arrivarci. Ma era una grossa cascina: il portico teneva quindici giornate di grano, la trebbia si fermava due giorni. Nella stalla la miglior coppia di buoi del circondario;  nella cantina potevi far bollire trecento brente di vino. I pastori d’inverno si fermavano almeno quattro mesi, c’era il posto per far nascere gli agnelli.  Se ne andavano dopo Pasqua e qualcuno te lo lasciavano per  l’affitto

Lontana, questo sì. Su un poggio che la vedevi, ma non ci arrivavi mai e quando eri lì c’eravamo solo noi, due uomini e tre donne oltre ai due vecchi. D’inverno coi pastori eri ancora  capace  di giocare qualche mano a carte o di  sentire delle storie di montagna, che di giorno vedevi oltre le colline, bianche di neve. Ci arrivavi a piedi, con il fango o con la polvere alta e fine, oppure sul carro dei buoi che ci mettevano un’ora e più per andare al forno.  Tutti i sabati mio padre andava a cuocere al forno di San Rocco la pasta che mia madre, il venerdì notte, faceva lievitare nell’erca, e, di già che aspettava, faceva le poche compere per la casa.

Per il resto non era il caso di perdere tempo. A messa si saliva al castello la mattina della domenica. Poi non c’era più bisogno di nulla, se non di lavorare. La piana dava tutto il grano e il fieno che noi uomini potevamo portare a casa, la vigna la lavoravano quasi solo le donne, che poi facevano anche corde e lenzuola con la canapa portata a macerare a Tanaro. Non vedevi mai nessuno. Nemmeno i partigiani avevo visto, che pure giravano lì attorno.

Appena finita la guerra arrivò la sposa. Come mio fratello l’abbia trovata non lo so. Eravamo a metà del settembre  del ‘45, secco come non mai, montagne di polvere. Tutti in bicicletta dietro agli sposi sull’ automobile, che faticò a sbucare nell’aia dalla parte della tampa. C’era  più poltiglia che acqua lì dentro e dovemmo tirare su quella del pozzo per far lavare e rinfrescare i forestieri, marci di sudore e bianchi di terra. Mai visto tante facce nuove alla Garavagna e tanta voglia di ridere, e di mangiare. La fame per tanti era stata un cosa seria.

La sposa stette a bocca aperta, muta, un piede a terra ma ancora seduta, sembrava incollata al sedile. Aveva di sicuro capito che quello non era posto per lei. La Garavagna non aveva niente di bello. Capii subito che quella non ci sarebbe stata lì, con noi, ne sarebbe morta. Mia madre, che pure aveva brigato per non averla,  le andò incontro , sotto il sole,  e la accompagnò in casa. Gli uomini se la contavano all’ombra dei due  ciliegi in cima all’aia; le donne stavano passando con il vino bianco fresco di cantina. Poi si entrò, per il pranzo, nella cucina da dove avevamo tolto tutti i mobili per far posto; c’era però contro la parete la doppia fila dei sacchi di grano, fresco di battitura.

Alla Garavagna non si era mai patita la fame, neanche con la guerra. Con la polenta qualcosa c’era sempre. La tuma di capra, una gallina, il coniglio, perfino le castagne, o le tinche in carpione, pescate nella tampa. Il pane era sempre stato a volontà, con tutto quel grano che tagliavamo a luglio. E, se non tempestava, il vino era buono e abbondante: ce lo venivano a comprare fin dalla pianura, tutti gli anni, con un camion .

Comunque adesso, che si sposava il figlio più grande, bisognava far vedere un po’ più di sostanza. Mia madre mi aveva mandato su al castello a chiamare la cüsinera,  che andava nelle case a organizzare il pranzo delle occasioni. Venne  il giorno prima a controllare che la roba ci fosse tutta e per incominciare a far cuocere. I fuochi li avevamo messi fuori, dietro la cantina; c’era l’ombra delle nocciole. Aveva portato anche Giulia, la figlia che serviva a Torino da prima della guerra.

Era cambiata. Non che la conoscessi tanto. L’avevo vista qualche volta in chiesa.  Due occhi che vincevano sui miei: al confronto quelli delle  donne di casa e della borgata mi sembravano spenti. Portava il petto in un modo che non avevo mai visto così prepotente. Vestiva stretto che la vedevo com’era, tutta un nervo. La voce dava del brio.

“Dammi una mano, che prepariamo la maionese per l’insalata russa”.

“ Io devo tirare il vino, sto in cantina”.

 “ Fa un po’ quel che vuoi, però prima dammi la roba”.

Finì che stetti  con lei a sbollentare in acqua e aceto le verdure. Andai a prendere le uova,  “almeno due dozzine!”, si raccomandò. Le ruppi, divisi il bianco dal rosso. Lei si mise seduta, la  scodella grossa affondata tra le gambe. Incominciò a sbattere i rossi d’uovo con il cucchiaio, mentre con la sinistra versava adagio l’olio dalla bottiglia.  E parlava, parlava: chiedeva della sposa, chi era, da dove veniva   “ da Canale?  ah, guarda!” ; del tempo           “ adesso  che fa bello, fa maturare le uve”; della guerra “ ho visto i bombardamenti a Torino”.

            Diceva dei partigiani che avevano preso la città alla fine di aprile e delle feste che si erano fatte  e dei balli sulle piazze, e finalmente del pane bianco che si poteva di nuovo  trovare. La sera si riaccendevano le luci ed era un amore andare a spasso prima di notte.  Si era fatta anche un moroso, ma non era da dire per adesso. Continuava a versare e a stendere la maionese sull’agglomerato di verdure e a tirarla in modo uniforme.

            Giulia era poi  tornata l’indomani a dare una mano per servire a tavola. Non mi guardava,  piuttosto accaldata per la giornata e per l’andare e venire. Ma a me, che cambiavo le bottiglie vuote, ogni tanto mi veniva di passarle vicino apposta. Era buio quando si tolse il grembiule. Sua madre si fermava ancora per fare gli agnolotti con la carne avanzata. Voleva fare bella figura anche con il pranzo delle donne del giorno dopo, domenica.

            “Ti accompagno un pezzo”.  Mi era venuto senza pensarci.

Salimmo al castello dalla strada della vigna.

“E’ stata una bella festa, adesso cantano”. Si sentivano le voci salire dietro di noi.

 “ La sposa mi è sembrata spaesata. Ha solo ragione, non è un posto da viverci. Oggi con la gente la Garavagna sembrava un’altra, ma, andati via, sarà il solito mortorio”.

Aveva di nuovo  voglia di parlare e di raccontare: della città dove c’erano i tramvai, e il gabinetto era in casa e d’inverno si scaldavano con i termosifoni. Nelle strade sempre gente, a tutte le ore, e tante automobili,  bei negozi  e adesso di nuovo le luci.

“Perché non vai via? Qui fate solo della fatica e non avete mai un soldo da spendere!”  Diceva che lei stava bene, era allegra e che si sarebbe sposata in città dove c’erano tutte le scuole per i bambini. Al paese sarebbe tornata fin quando ci fossero i suoi, ma la sua vita l’avrebbe fatta a Torino, dove aveva le amiche e dove i giovanotti avevano tutt’altro aspetto che in campagna e non puzzavano.

 Era buio scuro quando tornai indietro. Mi sedetti per terra tra i filari a piluccare l’uva già dolce. Mi veniva il magone. Non ne avevo una ragione, ma mi veniva su da dentro. Vedevo le stelle come se avessero tanti raggi attorno. Erano i miei posti, ma non li riconoscevo.  Ero da un’altra parte, ma stavo meglio che dappertutto. Più sotto gli uomini cantavano.

Se ne andarono il  giorno dopo.

Non erano passati sei mesi che la sposa  portò in paese nostro fratello più grande a fare  l’operaio. Io invece rimasi,  a fare anche la sua parte di fatica. Non sono mai stato capace con le donne e poi mia madre mi prendeva in giro se solo ne nominavo una.

Sono stato  solo  tutta la vita, in compagnia  di una pinta di vino e di quattro bestie nella stalla. Venni via che la Garavagna cadeva giù, un pezzo per volta. Adesso sto bene e sono in mezzo alla gente, tutti vecchi su  per giù come me.

Ma la volta che sono stato meglio di tutte è  quando ho fatto la maionese e l’insalata russa con Giulia e poi mi è venuto il magone e ho visto le stelle con i raggi attorno che brillavano. Credimi, quella è stata la più buona insalata russa che ho mangiato.

            Dopo, da solo, non sono più stato capace a farla.