Verbo, io sono nato verbo

Verbo, io sono nato verbo

Sono un verbo. Proprio così, un verbo! Non lo nascondo: avrei preferito nascere con altra identità, avrei sperato in qualcosa di meno impegnativo, non so, una congiunzione per esempio ma meglio ancora un piccolo segno di interpunzione, di quelli che normalmente passano inosservati. Quello del verbo infatti è un ruolo troppo impegnativo, carico all'inverosimile di responsabilità. Sì perché senza di lui non potremmo proferire parola, non esisterebbe linguaggio: potete togliere, cancellare, qualunque pezzo di una frase, ma non il verbo. Ci sono frasi prive di orpelli, frasi nude, che nulla lasciano alla nostra fantasia; ci sono frasi aride, nella loro secchezza, e di perentoria brevità; ci sono, infine, frasi spoglie come il tronco di un albero in autunno: "Piove!". Frasi dunque prive di tutto, perfino dell'onnipresente "soggetto", ma pur sempre con un verbo.

Certamente, qualcuno ha tentato di far scomparire anche il verbo, ma gli esiti non sono stati del tutto incoraggianti. Un giornale ligure infatti, dopo una bufera di neve così rara in quella regione, decise di esporre davanti a ogni edicola la seguente locandina:

                                      TORMENTA

                                      UN MORTO E

                                    CENTINAIA DI FERITI

Realmente ci si domandò chi fosse colui che, in quella notte tanto fredda, poteva avere avuto l'idea di andare in un cimitero a tormentare dei morti. Non potendo fare a meno del verbo, il nome aveva smesso di essere nome e aveva preso le sue sembianze, cambiando i connotati.

Ma quello che mi infastidisce maggiormente di questa verbale identità è (proprio a me, spirito indipendente!)  l'aver necessariamente a che fare con il nome che svolge la funzione di soggetto della frase. Quella del soggetto è parola di origine latina: sub-jectum è ciò che sta alle spalle, che sta dietro, nelle retrovie della mia esistenza. Come vorrei essere solo, e libero, per camminare a lungo nelle pieghe del nostro linguaggio! Ma ciò non è possibile: Alfredo Panzini aveva detto che "se il verbo è una luce, il soggetto è come una lampada e senza la luce, a cosa serve una lampada?". Non serve a nulla e, dunque, non mi resta che fare, di necessità, virtù. Accetterò quindi di relazionarmi con i nomi.

Da che parte cominciare? Dunque vediamo, la prima cosa che desidero consiste, è naturale credo, nel capire con chi ho a che fare, se

maschi o femmine per esempio. Ben diverso infatti è rappresentare un'azione fatta da una figura femminile rispetto a quella maschile: in quanto verbo, dovrò ingentilirmi all'occorrenza oppure essere più rude e sbrigativo. Ho avuto a che fare con scrittori e scrittri

ci e queste ultime avevano una sensibilità molto particolare e non sempre immediatamente percepibile per me che sono di genere maschile. "Attendere" è per esempio un verbo molto femminile: attendeva Penelope facendo e disfando la sua tela, attendono le "lavandare" pascoliane ("Quando partisti come sono rimasta!"), attendono le povere infelici di Carolina Invernizio così come, oggi, le nonne di Susanna Tamaro. Ma insomma sono alquanto duttile, ho capacità di adattamento e ritengo dunque superabili questi ostacoli. Sono perfino disposto a concedere, ma solo eccezionalmente, che mi si confonda con un nome, come è per il "lavandare" o le "lavandare" di Giovanni Pascoli.

Capisco di non aver però fatto i conti con l'oste (è un modo di dire, tutto è chiaro con osti e ostesse) quando incontro "nipote": chi saresti tu, fatti riconoscere, un nipote o una nipote? Un nome che non cambia se maschio o femmina è un bel grattacapo! A togliermi d'imbarazzo ci pensa però quello sgorbiolino irritante che, con voce flebile flebile, mi dice "sono una nipote": se avessi fatto attenzione all'articolo cui è abituata ad andare a braccetto mi sarei subito reso conto di aver a che fare con una nipote femmina. Buono a sapersi, ho pensato, dunque devo raddoppiare la mia attenzione: non devo guardare solo ai nomi ma ora anche a chi si accompagnano. La faccenda si complica ma non è il caso di scoraggiarsi, si sa, diceva sempre il mio insegnante, nella vita bisogna sempre essere ottimisti. Insegnante? L'insegnante? Aiuto, l'articolo manca della vocale che potrebbe aiutarmi nel riconoscimento, al suo posto infatti si trova un apostrofo. Nutro una profonda avversione per gli apostrofi che si permettono di oscurare il sesso dei miei interlocutori: se mi avessero detto ecco lo insegnante oppure la insegnante, tutto sarebbe stato chiaro, non avrei avuto problemi ma ora… Insomma, diciamo però che il mio insegnante di scuola me lo ricordo bene, era maschio senza ombra di dubbio (correva dietro a tutte le gonnelle che incontrava!).

La vita è dura: se fossi un ragioniere della parola potrei, sempre con gli stessi criteri, costruire frasi a mia immagine e somiglianza. In questa società così aziendalizzata, la spinta a formare ragionieri della lingua è senza dubbio forte ma, ogni volta che ci si prova, sembra sempre che un imprevedibile artista intervenga con il gioco delle tre carte, fino a scombinare i piani delle scienze oggettive. Nel linguaggio vi sono tante norme quante eccezioni. Artista, non mi inganni, dietro il paravento della tua arte si nasconde una donna ammaliante, la tua desinenza in "a" non lascia dubbi: le parole terminanti con "a" corrispondono a nomi di donna. Si è mai visto un Ugo donna o una Anna maschio? Anomalie sessuali a parte, direi di no. Eppure, artista, potresti essere uomo e diventare "un" artista. E non comprendo il perché di tutto questo.

Non posso nascondere che queste difficoltà mi hanno messo un po' in agitazione: all'inizio di questa storia ero allegro come un usignolo e ora sono ferocemente arrabbiato come un leopardo. Usignolo, leopardo, la usignolo, la leopardo, cosa sta succedendo, neppure gli articoli mi aiutano più? L'usignolo e il leopardo sono nomi maschili eppure, essendo animali, non vi è dubbio che debbano esistere entrambi i sessi. Vorrei proprio conoscere la volpe che ha inventato questa bizzarria che è il nostro linguaggio: la volpe, una femmina? Macché, se c'è la femmina ci sarà anche il maschio solo che… la nostra lingua non prevede tale eventualità, ecco tutto. Bel pasticcio. Ebbene, non si dica che non ho fatto il possibile per risolvere anche

questa situazione e coprire così le mancanze del nostro linguaggio: per quanto possa apparire macchinoso, integrerò l'insufficiente nome della volpe e parlerò di volpe maschio e la volpe femmina.

Mi pongo un fine: quello di dare una fine a questa diatriba e mettere una pezza a questo pezzo di scienza per non finire in un pozzo, profondo e senza uscita, e uscirne pazzo. Basta con i nomi maschili privi del femminile e viceversa, basta coi salti mortali, c'è una fine

per tutte le cose, c'è un fine e una fine ma… non sono la stessa cosa! Nella trasformazione di questa parola deve essere successo qualcosa, un incidente o anche peggio: è cambiato il significato. Un incidente di trasporto forse, un autocarro rovesciato sulla strada che dal maschile porta al femminile, un  involucro danneggiato: il fine è uno scopo, la fine è il termine di un'esperienza. Hanno dato uno scrollone alla parola "fine", hanno mosso i bussolotti, i conti non tornano più, neppure nella parola "conti". Chi guidava quell'autocarro? I conti delle Fiandre si ribellano, il loro singolare non é il conto, il conto è quello che deve pagare il responsabile del trasporto, i conti delle Fiandre non pagheranno un centesimo. Questa volta non sarà facile metterci una pezza, semplicemente perché essa non è il femminile di pezzo: la pezza è spesso di tessuto (anche di Fiandra, certamente, se lo usano i conti) mentre un pezzo è una parte di qualcosa. Siamo nel profondo di un pozzo che non é il maschile di pozza.

Sono un pazzo? Non scherziamo, io sono un verbo e quindi, casomai, impazzito. Vogliamo concludere questa vicenda della lingua e rassicurare chi sui banchi di scuola dovrà studiarla, vogliamo fare i conti? Ebbene io sarò allora il conte d'Albafiorita, e voi?

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore