Il centravanti

Il centravanti

La Domenica la strada che portava alla “Favorita” era sgombra di auto e la concitata atmosfera dei giorni lavorativi lasciava il posto al silenzio. Nell’ora del pranzo solo i bar e le trattorie erano vivi. Entrare per bere un caffè significava trovare un calore che era anche e soprattutto umano: ci si salutava, si parlava di calcio, della partita che stava per incominciare. Credo in realtà che il caffè fosse un pretesto, il tempo necessario per sentire quel calore. Nello spazio temporale che andava dal gesto del barista che metteva la macchina in funzione a quello del cucchiaino che lentamente scioglieva lo zucchero, si intrecciava la nostra umanità. La squadra non gioca bene, l’allenatore è stato esonerato e oggi, cosa succederà oggi? I pessimisti esponevano catastrofici scenari, i rischi di una retrocessione nella serie inferiore: ma in fondo, proprio perché ne parlavano, sembrava volessero esorcizzare il pericolo. Gli ottimisti invece trasmettevano un senso di fiducia: i giocatori sono orgogliosi e legati alla maglia, dicevano, e certamente dimostreranno sul campo il loro valore. Io mi collocavo tra gli intermedi, colui che sollevando i “se” e scomodando i “ma” alimentava discussioni che non portavano da nessuna parte e lasciavano gli interlocutori apparentemente insoddisfatti. Dico “apparentemente” perché, in verità, il piacere era proprio in quell’insoddisfazione, in quella voglia di parlare ancora di calcio. Ciò che contava non era tanto ciò di cui si parlava, ma il fatto stesso di parlarne. Perderemo anche oggi? Forse, può darsi, vedremo.

Quando un capannello di persone si formava davanti al bancone del bar, tutti, barista compreso, erano detentori di una verità e fremevano nell’attesa del proprio turno di parola. A una affermazione ognuno ribatteva con un’altra contraria alla prima, e in quella dinamica fatta di sì e di no ci si sentiva complici. Beninteso, nessuno sapeva il nome dell’altro, le nostre mani si erano strette appena un attimo prima, al momento di ordinare il caffé, ma era come se fossimo vecchi amici. Poi si usciva nel freddo di un inverno che stentava a diventar primavera e la passeggiata proseguiva in direzione dello stadio, che si trovava ai piedi del monte Pellegrino: una roccia imponente che sovrastava il terreno di gioco. In altre occasioni ci si fermava a pranzare in trattoria e il cameriere, tovagliolo sotto l’ascella, ti proponeva il menu del giorno. Pesce e vino bianco. Dalla cucina uscivano densi vapori. I discorsi in quel frangente si incrociavano tra tavolo e tavolo e l’oste, forse perché detentore di gastronomica saggezza, era il naturale moderatore di ogni discussione e dispensava intriganti verità. Conosceva i segreti dello spogliatoio ed enunciava vizi e virtù di ogni giocatore. Ne aveva per tutti. I  partecipanti alla discussione guardavano allora l’oste cercando parole confortanti sul destino della squadra locale dei rosanero, ovvero il Palermo. Incoraggiati da qualche bicchiere di vino, i più intraprendenti a fine pasto si spostavano al tavolo del vicino  e il dialogo proseguiva con rinnovata intensità.

Quel giorno, di cui ho un ricordo netto, la discussione era particolarmente sentita: la squadra rischiava la retrocessione e, in una partita  che sembrava essere quella che si definisce “dell’ultima spiaggia”, doveva affrontare nientemeno che il Milan del capitano Franco Baresi. Non solo: esonerato l’allenatore Veneranda, capro espiatorio di una stagione difficile, a guidare la squadra dalla panchina sarebbe stato Favalli, un dirigente della società che dell’allenatore non aveva neppure la tessera. Insomma, tutto sembrava volgere al peggio. Nel mirino di tanti discorsi c’era anche il neopresidente Gambino, soprannominato il “piccolo grande uomo”. “Piccolo”, evidentemente per la statura, “grande” per i suoi proclami, ad ascoltare i quali la squadra sarebbe stata promossa alla massima serie. I due aggettivi non avevano, a guardar bene, lo stesso peso: in presenza di interdetti interlocutori sostenevo infatti che se sul “piccolo” non potevano esserci dubbi, molti invece ne esistevano sul “grande”. Alcuni difendevano però il presidente: nell’estate che precedeva l’inizio del campionato, la mannaia del giudice sportivo aveva colpito duramente la società, che era rimasta invischiata nello scandalo del “totonero” e aveva conseguentemente subito la penalizzazione di cinque punti. La batosta avrebbe avuto un contraccolpo sul morale dei giocatori. Quali colpe poteva dunque avere il nuovo presidente? Si ragionava allora sul futuro: le speranze di un riscatto erano riposte nel centravanti della squadra: solo lui e i suoi goal, si diceva, potevano evitare la sconfitta. Ma le condizioni fisiche e psicologiche di quel centravanti erano un’incognita.  Non solo era stato considerato uno dei responsabili del difficile momento della squadra, ma aveva anche ricevuto minacciose telefonate anonime in conseguenza delle quali la sua famiglia aveva lasciato la città per rientrare a Milano. Ammesso, e non concesso, che in quelle condizioni volesse giocare ugualmente, era difficile immaginare con quale stato d’animo poteva scendere in campo. No, razionalmente nessuno poteva fare affidamento sul centravanti.

Al termine di quella strada che conduceva allo stadio c’erano i “botteghini” che vendevano i biglietti per la partita, punto di arrivo di un percorso a tappe ognuna delle quali era rappresentata da un caffè o un’osteria. A quel punto il passo si affrettava naturalmente come se una qualche forza sospingesse il pubblico verso il terreno di gioco. I botteghini erano una costruzione bassa e massiccia, con tanti piccoli bugigattoli allineati dai quali solo le mani sporgevano: una conteneva il denaro, l’altra il biglietto che poco dopo sarebbe stato strappato ai cancelli. Si raggiungeva quindi l’entrata dello stadio la cui imponenza ne rivelava l’origine: si trattava di un obsoleto edificio a tre arcate costruito negli anni del ventennio fascista.

Oltrepassato l’ingresso si aveva accesso al terreno di gioco, che a quel tempo era costituito da un solo anello di gradinate, e alla tribuna, che era coperta. Era il 29 Marzo del 1981.  Mancava oltre un’ora all’inizio della partita e ancora lo stadio appariva quasi vuoto, come se il pubblico avesse timore di affollare gli spalti.

Tirava un vento freddo, proveniente dal nord. Qualcuno si avvicinò con un thermos e mi offrì un altro caffè. Era Federico, non lo riconobbi subito, era passato del tempo da quando avevamo preparato assieme un esame all’università. Parlammo per cercare di far passare il tempo, cercando risposte ragionevoli a una domanda irragionevole: a cosa affidare la speranza di un riscatto dei rosanero proprio in una partita così difficile? Il pensiero tornava al centravanti. Lui, che abitava in Lombardia e aveva da sempre giocato in squadre settentrionali, perché all’inizio di quell’anno aveva accettato il trasferimento a Palermo? Forse, diceva Federico, voleva stare il più lontano possibile da quegli ambienti che lo avevano dipinto come un brocco, forse voleva trovare nuove motivazioni e non avere più a che fare con una stampa irridente. Ma erano solo supposizioni. Il ricordo però andava a un giornalista che aveva scomodato perfino il Manzoni  e lo aveva definito, dato che Egidio era anche il suo nome,  “sciagurato”. Il desiderio di cambiare ambiente era dunque più che comprensibile. Ma i primi tempi erano stati difficili. In estate la squadra aveva iniziato il ritiro a Pinzolo, in Trentino, e l’incontro con il nuovo allenatore Veneranda era stato traumatico. Conoscendo i propri limiti, aveva chiesto al nuovo “Mister” di poter svolgere una preparazione graduale: dopo un periodo di vacanza, la sua corporatura alta e robusta avrebbe risentito di un carico di lavoro elevato fin dall’inizio. Veneranda gli aveva detto di sì, che non c’era problema, ma poi, in occasione delle prime sgroppate nei boschi della Val Rendena, pretese subito il massimo e lui ne soffrì al punto che la sera stessa fece le valigie con l’intenzione di abbandonare il ritiro. Solo un intervento di un dirigente della squadra, Favalli, rimise le cose a posto. Egli rimase ma il rapporto con l’allenatore fu sempre improntato a reciproca diffidenza. Non c’è dubbio, l’inizio non era stato promettente. Durante la stagione poi le cose non migliorarono molto. L’allenatore si rivelò una figura opprimente e invadente, al punto da fare improvvise apparizioni a casa di questo o quel giocatore per controllare il cibo che era nei loro piatti. Si sa quanto sia importante l’alimentazione per un atleta ma forse quei modi non erano i più adatti. Con i più giovani poi era severissimo, guai se essi si fossero permessi di uscire la sera senza il suo consenso. In queste condizioni la squadra non aveva profuso l’impegno necessario, certe cose condizionano negativamente il rendimento di un atleta che, prima di tutto, è un uomo. Nei secoli della storia, riflettevo, l’assenza di fiducia tra chi aveva il potere e chi doveva obbedire aveva sempre portato nefaste conseguenze. E la situazione presente non sembrava far differenza: invece di trovare ragioni che sostenessero la speranza di riscatto, il pensiero si avvitava inesorabilmente nelle più pessimistiche considerazioni. Nel frattempo l’ora di inizio della partita si avvicinava rapidamente e non avevamo trovato elementi che incoraggiassero l’ottimismo. Certo, il calcio era pur sempre un gioco e, in quanto tale, aveva dell’imprevedibile; tuttavia, a differenza di una roulette in cui la pallina segue imponderabili traiettorie, qui era la capacità umana a fare la differenza e quindi le notizie di cui ero in possesso non  autorizzavano a pensare che per il Palermo le cose potessero andare meglio di come le avevo immaginate. La sconfitta pareva dunque certa. Federico annuiva.

Lo stadio si riempì poco prima dell’inizio della partita e il fischio dell’arbitro riecheggiò sugli spalti: erano colmi all’inverosimile di un pubblico che faceva un baccano del diavolo sospingendo letteralmente la squadra. Dopo circa cinque minuti di azioni interlocutorie, i rosanero usufruirono di un calcio di punizione alla distanza di 25 metri dalla porta avversaria. La barriera si era appena sistemata quando vidi il centravanti avvicinarsi al punto in cui la punizione doveva essere battuta. Sistemò meglio il pallone, prese una breve rincorsa, colpì. Il tiro era indirizzato nell’angolo di sinistra della porta, opposto a quello in cui era posizionato il portiere. Pubblico e giocatori seguivano con lo sguardo la traiettoria del pallone che appariva però abbondantemente alta sopra la traversa. Il portiere milanista era fermo e la situazione sotto controllo. Ma a un certo punto quella traiettoria si abbassò, prima lentamente, poi in modo più chiaro e via via  sempre più accentuato. Il portiere allora iniziò a correre verso il lato sinistro della porta, vide quel pallone scendere verso l’incrocio dei pali, spiccò un salto slanciando tutta la sua figura nel cielo, il braccio sinistro proteso nel tentativo di intercettare quel pallone. Era il gesto disperato di un corpo sospeso nell’aria a sfidare le leggi di gravità.

Quel pallone che sembrava telecomandato si infilò proprio all’incrocio, il Palermo stava vincendo 1 a 0 e il pubblico, incredulo, esplose in un boato di esultanza. Un tifoso si voltò all’indietro e incrociando il mio sguardo disse: è la vendetta dell’ex. Era una definizione che utilizzavano spesso i giornalisti sportivi e alla quale non avevo mai dato importanza. Ora però essa appariva in modo nuovo: il centravanti era stato nel recente passato un giocatore del Milan e forse ogni giocatore ha una motivazione particolare nell’affrontare la squadra in cui ha precedentemente militato, un po’ per l’orgoglio che è in ogni essere umano, un po’ per dimostrare di essere ancora una pedina importante. Federico aggiunse che il centravanti aveva una motivazione ulteriore: il Milan non aveva voluto tenerlo e, per quanto la separazione fosse consensuale, non aveva ritenuto di dover investire ancora su di lui. La voglia di dimostrare quanto valeva  era dunque fortissima e questo è una di quelle cose che il pensiero non sempre considera. Nella vita è sempre un concorso di fattori inattesi a determinare l’esito di un avvenimento e questo era uno di quei fattori.

Alla ripresa del gioco la squadra milanese si scagliò rabbiosamente in avanti nel tentativo di arrivare al pareggio ma, così facendo, lasciava grandi praterie a disposizione dei contropiedisti avversari, veloci giocatori che approfittavano degli spazi disponibili per portare pericoli alla porta avversaria . Proprio in occasione di un’azione in contropiede, un quarto d’ora dopo il primo goal, un giocatore palermitano fu atterrato in area e l’arbitro decretò il calcio di rigore. Sul dischetto a undici metri dalla porta andò nuovamente lui, il centravanti. Il portiere cercava di non muoversi in anticipo per non far capire da quale lato si sarebbe buttato ma, per avere qualche speranza di parare il tiro, avrebbe dovuto muoversi esattamente nel momento in cui la palla sarebbe stata colpita. Né un attimo prima, né un attimo dopo. Ma quando il centravanti scagliò il tiro il portiere vide non il pallone, ma una nuvola bianca alzarsi dal terreno. Non era una magia, il dischetto del rigore era infatti disegnato in gesso e talvolta esso veniva sollevato nell’impatto del piede tra il cuoio e il terreno. Da quella nuvola bianca il portiere vide uscire come un fantasma il pallone e con un’ampia falcata spostò rapidamente il peso del corpo alla sua sinistra. Ma era tardi, troppo tardi.

Quel centravanti, accusato dalla società, minacciato da telefonate anonime, svenduto dallo stesso Milan pochi anni prima, aveva segnato ancora. A quel punto improvvisamente capii che tutte le ingiustizie della vita e la rabbia che da esse derivava, potevano dar luogo all’infelicità o trasformarsi in energia positiva. Lui era riuscito a canalizzare tutte quelle amarezze in una energia che lo rendeva incontenibile, in uno stato di grazia che su quel campo gli permetteva di essere al posto giusto nel momento giusto. E questo era un altro elemento sfuggito alle considerazioni che io e Federico avevamo fatto prima della partita. Vidi anche gli abbracci dei giocatori che festeggiavano quel secondo goal e compresi un’altra cosa ancora: che quella squadra era un vero gruppo di amici, dentro e fuori del campo. Abitavano tutti a Mondello, in alcune casette a schiera di proprietà della società. Mondello, con la sua spiaggia, è una dei quartieri più belli di Palermo. I giocatori erano affiatati al punto che ogni sera si ritrovavano a casa dell’uno o dell’altro per passare il tempo assieme, spesso giocando a carte. Uno dei giochi preferiti era il “Mercante in fiera”. Una sera poi era successo qualcosa che era testimonianza del legame che li univa: il centravanti era all’aeroporto, quel giorno sua moglie lo avrebbe raggiunto, proveniente da Milano. Nella sala d’attesa egli vide, con grande sorpresa, tutti i compagni di squadra: erano venuti anche loro, per condividere la gioia di quel momento. La forza del gruppo è un altro di quei fattori metafisici che la mente non arriva a comprendere. Pensiamo che uno più uno sia uguale a due e che uno più uno più uno sia uguale a tre, ma non è così. Un gruppo non è la somma delle sue parti ma molto di più. Se una squadra è composta da undici giocatori la cui amicizia è salda, il suo valore non corrisponderà a undici ma a una cifra infinitamente superiore.

Nell’arco di questi pensieri la partita procedeva e il Milan aveva accorciato le distanze con una rete di Buriani. Passarono altri minuti e il Palermo si ritrovò in attacco. Il centravanti questa volta si defilò: Federico mi fece notare che, evitando di entrare nel vivo dell’azione, era andato stranamente a occupare una zona trascurata anche dagli avversari. Vi fu un tiro in porta che la difesa o il palo, non si capì bene, respinsero, e il pallone schizzò lontano. Ne seguimmo la traiettoria e lo vedemmo arrivare proprio nel punto in cui si era posizionato lui,  il centravanti. Era come se sapesse che il pallone sarebbe arrivato lì. Quando il portiere vide tutto questo, comprese che quella doveva essere una giornata speciale e che quel centravanti era in grado di intuire ogni cosa. Comprese probabilmente che sarebbe stato nuovamente battuto ma usci ugualmente, come un disperato eroe romantico. Ma fu un’uscita scomposta, in precario equilibrio, la mano destra appoggiata al terreno e la gamba sinistra sollevata nel velleitario tentativo di fermare quel tiro.

Fu il terzo goal del centravanti a una squadra blasonata, che pareva imbattibile. L’allenatore dei milanesi, Giacomini, tentò naturalmente il tutto per tutto, fece entrare forze fresche, gridava dalla panchina continui incoraggiamenti, ma non ci fu nulla da fare: quel giorno, quella partita pareva stregata. L’autore di quella storica tripletta, il centravanti, fu sostituito a pochi minuti dal termine dell’incontro, il tempo di raccogliere gli applausi del pubblico. Non furono in realtà semplici applausi, ma una vera e propria ovazione, era come se gli spettatori avessero intuito che quella non era solo una partita ma una lezione di vita, che anche nelle situazioni più difficili l’uomo può reagire, che nulla è scontato, che quel centravanti aveva messo in campo tutto se stesso e forse di più. E forse di più? – chiesi a Federico.  Sì, rispose, è un’energia mentale, che si accumula giorno dopo giorno in vista di un appuntamento importante, anche il fisico si adegua a questa progressione e diventa un fascio di nervi tesi. Solo l’uomo, esclusivamente una forte volontà decisa a superare ogni ostacolo può permettere il miracolo, che poi altro non è che uno stato di grazia: quando si verifica la nostra mente è lucida, sa analizzare le situazioni e il fisico risponde, solo che dopo rimane come svuotato. Nelle parole di Federico c’era esattamente quello che era accaduto al centravanti dopo il rientro negli spogliatoi. Calata di colpo l’adrenalina accumulata era quasi svenuto, fu necessario l’intervento del medico ma fu questione di poco: raccolse i complimenti dei compagni e l’abbraccio dei tifosi, si preparò all’assalto dei giornalisti che non gli avrebbero dato tregua per un’intera settimana.

Ma il miracolo, il folle volo della vita, è anche un altro. È il saper rinascere quando tutto sembra perduto. Quella squadra, prima della partita più importante, era rimasta senza allenatore: chi avrebbe dunque fatto la formazione e scelto gli undici da mandare in campo quella Domenica? Qualcuno doveva prendere l’iniziativa e, con essa, una pesante responsabilità. Chi se la sente? In quattro fecero un passo avanti: il dirigente Favalli, Lopez, Silipo e lui, il centravanti. Tre giocatori più un dirigente: chi gioca in porta? Frison, è ovvio. E al centro della difesa? Io direi Bencina e Vailati, e tu, cosa dici tu? Io dico che va bene. E se invece arretrassimo Gasperini e spostassimo De Stefanis sulla fascia sinistra? Tira di qui, tira di là, un po’ più avanti e un po’ più indietro, chi a destra e chi a sinistra, ecco che in men che non si dica la formazione era fatta. Quei quattro sembravano moschettieri alle prese con il fioretto ma anche quattro cuochi indecisi sugli ingredienti da mettere in padella. Qui però, tra tutti gli ingredienti, quei cuochi avevano trovato quello giusto: l’amalgama. Il giorno prima si erano ritrovati con la squadra per l’allenamento di rifinitura, avevano letto la formazione, nessuno ebbe da ridire. Avanti ragazzi, domani si scende in campo.

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore