Come un punto sopra una "I" gigante

Come un punto sopra una "I" gigante

C'è una famiglia un po' particolare di cui vale la pena di parlare. Qualcuno la chiama la famiglia  dei "the vocalist", infatti ognuno dei suoi componenti ama gorgheggiare tutto il giorno aerei suoni. C'è una e una sola parola nella nostra lingua che contiene tutti i suoi membri: aiuole. Eppure non tutti i suoi cinque componenti amano la vita all'aria aperta: Ombretta  e Ugo sono tutto sommato tipi alquanto ombrosi, uggiosi, e preferiscono, al sole d'un giorno d'estate, le grigie serate autunnali. Al contrario Anna e Ester sono aperte, solari e radiose nella loro giovinezza, e per questo sono solite riconoscersi nei versi di una poesia famosa:

"Silvia, ricordi ancora quel tempo della tua vita mortale quando beltà splendea…"

Quanta luce in quell'incipit! Anna e Ester ne parlano spesso, amano la solarità di quel verso leopardiano. Anna dice:

"Che inizio luminoso! Mi piacerebbe che Silvia fosse il mio secondo nome. Quella vocale finale, quel nome isolato tra due pause del nostro linguaggio…"

"Quali pause?" - chiede Ester.

"Mi riferisco alla virgola che segue il nome e, prima ancora, allo spazio bianco di una pagina non ancora iniziata. Dicevo, quel nome isolato… è come un sasso lanciato in uno stagno. I cerchi concentrici che si formano sull'acqua sono come le parole di quella poesia che, lentamente, si impossessano di noi e ci portano a riflettere sul dolore nel mondo. Vorrei allora fermarmi a quel nome, Silvia, che finisce nello stesso modo in cui io comincio".

"Io sono invece invaghita di quel "splendea" - risponde Ester - ma ancor più, in generale, del verbo "splendere". E' il mio amore segreto. Mi ritrovo tre volte in lui, sembra fatto a mia immagine e somiglianza. E se fosse proprio quel verbo ad assumere quelle sembianze per far colpo su di me? Comunque sia, non c'è solo luce in quella parola ma qualcosa di più, un riflesso di bellezza, accecante bellezza. Il sole splende e pure la bellezza risplende, quest'ultima non è dunque cosa terrena…"

Ma lasciamo Anna e Ester ai loro discorsi, non di loro vogliamo parlare, come neppure delle ombrosità di Ombretta e Ugo. Colui di cui vogliamo parlare, è un individuo un po' speciale: isolato, non integrato, irritabile facilmente: Ivano. Vi sono diversi motivi per cui egli non va d'accordo con gli altri quattro suoi compagni di aiuole, ma uno dei principali è senza dubbio la sua puntigliosità, la pignoleria con cui affronta tutte le cose. In ogni cosa di cui si parli lui interviene per puntualizzare, senza il punto non esisterebbe.

Quando Anna e Ester fanno qualcuno dei loro discorsi ariosi, lui dice subito: "mettiamo i puntini sulle "I". Se poi, nelle tenebre della sera, Ombretta e Ugo si sentono più a loro agio al punto da fare gli amiconi con lui…"mettiamo i puntini sulle "I", lui risponde ancora. Insomma, questo Ivano è davvero un tipo alquanto irritante.

Ciò che più colpisce l'attenzione non è tuttavia attinente a queste note caratteriali ma , casomai, al suo "non essere": non è aperto né chiuso, non luminoso né buio, non allegro né triste. Ivano vive sul confine, nella "terra di nessuno", nelle zone morte del linguaggio: è penombra della sera, è spiraglio di una porta socchiusa.

Gli scrittori, i poeti in particolare, fanno scelte radicali e usano vocali aperte e chiuse con consapevolezza: sanno che, in entrambi casi,  otterranno gli effetti desiderati: il sussulto e il tumulto della notte pascoliana sono simbolo di tragedia così come la leopardiana beltà, che splendea nelle vie dorate, rappresenta una seppur provvisoria felicità. Ma a Ivano, al suo suono intermedio e insignificante, nessuno presta la benché minima attenzione. Sì, viene certamente utilizzato in molte parole, la lingua non potrebbe fare a meno di lui ma, alla domanda "perché?", nessuno saprebbe trovare risposta.

Immaginate Leopardi seduto al suo tavolo di lavoro. Di Ester, per esempio, non potrebbe fare a meno, benedice anzi la sua esistenza: Ester è un vento che porta con sé "le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei". "Ma Ivano - si domanda Giacomo - che cosa mi rappresenti!? Io non ti immagino nemmeno nel verso della gallina sulla via!".

Eppure.

Eppure Ivano per qualcuno conta. Per chi? Per chi cerca di avvicinarsi al confine, per chi al tangibile preferisce il sensibile. Non è, il nostro, un tipo vanitoso, non di facili entusiasmi, ma provate per un attimo a mettervi al suo posto: come vi sentireste leggendo una poesia che inizia con le seguenti parole?

"… cri… i … i … i …i … icch"

Sei volte all'inizio di questo testo gozzaniano. Sei volte! Sei grande, Ivano! Tu sei in quel tempo sospeso, sul patinoire del laghetto del Valentino, a Torino. Quell'incrinatura sul ghiaccio è viva  e stridula nello stesso tempo e tu sei nelle crepe, le  tante crepe che nella nostra vita creano arabeschi su quel piano delle certezze, che vorremmo sempre levigato.

"Resta, se tu m'ami", la donna che è vicina a te intreccia con le tue dita vivi legami. I vostri pattini disegnano larghi cerchi sul ghiaccio. Siete soli, ora, pieni d'immensità, sordi ai richiami. Resta Ivano, è quella la vita!

Per chi non lo sapesse, e svelerò ora questo segreto, Ivano, tu sei il cavaliere Diseredato di Walter Scott: so che ricorderai a lungo quei minuti di silenzio profondo, quel tempo sospeso e quel pubblico che, dopo aver agitato le sciarpe e i fazzoletti, era ora ammutolito e tratteneva il respiro. Il nitrito del tuo cavallo spezzava l'attesa del suono della nuova carica. Davanti a te intravedevi, tra il sole e la polvere, il cavaliere normanno con cui stavi per incrociare la lancia.

Ivano non è giorno né notte, non luce né buio. Ma non dimenticate che il giorno può essere oscurato da nubi e la notte illuminata dalla luna.  Alfred De Musset scrive:

C'era, nella notte scura

Sul campanile antico (jauni),

la luna,

come un punto su una "I"

Mettere un dito contro il cielo e socchiudere gli occhi, fare in modo che la punta del dito venga  trovarsi in posizione sottostante il sole, o la luna. Socchiudere gli occhi serve per schiacciare la prospettiva e vedere così compirsi il miracolo.

Nacque così il linguaggio.

Agostino Roncallo