Ricordi di guerra di un bambino quasi ottuagenario

Un carro armato tedesco, da L'Unione Monregalese

Un pomeriggio, soleggiato ma freddo d’inizio dicembre del 1944, ero andato con mio padre a prendere una gnoca (lenzuolata) di foglie secche in una scapita (capanno) appena fuori paese, per rinnovare la lettiera del maiale, che grufolava tranquillo nella sua pursì, incurante dell’igiene, della guerra e della brutta fine che avrebbe fatto a Carnevale.

Se la guerra, diventata civile dopo l’8 settembre 1943, non fosse arrivata fino a noi, la povera bestia, allora, appesa per le zampe posteriori e tenuta ferma per quelle anteriori da due uomini paonazzi in viso per lo sforzo, avrebbe mandato strazianti grugniti, che sarebbero arrivati fino al Biò, cioè all’altra estremità della Prea e perfino a Baracco, al di là della Vall’Ellero, prima di affievolirsi e poi morire in un fiotto di sangue, fatto zampillare con una precisa stilettata inferta alla giugulare dal grinatè,  il norcino. Il sangue, raccolto schiumeggiante in un secchio (nulla veniva sprecato del maiale, specie in quel tempo di guerra), sarebbe stato mescolato, ancor caldo, con il latte, per farne una zuppa cotta a bagnomaria, oppure, lasciato raggrumare, sarebbe stato insaccato con le parti meno pregiate e insaporito con l’aglio. Gli organi interni sarebbero anche finiti nelle sfürze,cioè negli involtini confezionati con foglie lessate di verza, surroganti egregiamente quella particolare pellicola reticolata dello stomaco, quando questa veniva a mancare. Le grašütte, cioè i lardelli, cui era rimasta ancora attaccata qualche briciola di carne , fatti sciogliere in padella, sarebbero serviti a farcire ottime frittate.

Ma il nostro maiale, quel pomeriggio d’inizio dicembre del 1944, non ebbe la lettiera rinnovata, non ebbe più la solita sorpresa di qualche castagna dimenticata tra le foglie secche, ma neppure la sventura di finire sgozzato a testa in giù per Carnevale. Fu, infatti, requisito dai nazifascisti, forse perché avrebbe potuto “collaborare” anche lui, a modo suo, con i partigiani. Questi, infatti, nelle pause della Guerra di Liberazione, solevano alla sera “ bivaccare” a casa nostra per ascoltare, addossati gli uni agli altri, la nostra radio, che sembrava trasmettere solo temporali, frammisti a voci incomprensibili. In seguito ho saputo che era Radio Londra, la quale, continuamente boicottata sulle sue frequenze, cercava in qualche modo di organizzare la Resistenza. Quei “ribelli”, così chiamati dai fascisti, quei “banditen”, com’erano chiamati dai tedeschi, a casa nostra venivano anche per farsi aggiustare le scarpe da montagna da mio padre, considerato il miglior calzolaio dell’Alta Vall’Ellero e della Val Maudagna, dove ogni tanto teneva bottega anche a Miroglio.

Poteva capitare a volte che quei “ribelli” non resistessero di fronte a qualche appetitosa pollastrella (nel senso di pennuto) e la requisissero in nome della Resistenza e se la facessero cucinare da mia madre in nome della fame. Ma il nostro maiale fu  requisito per rappresaglia dai nazifascisti  insieme alla  pericolosa radio gracchiante (restituitaci dopo la guerra, ma non il maiale). In quella occasione  casa nostra fu anche messa a soqquadro. Furono sventrati persino i materassi e le paiasse (pagliericci con foglie di grano turco) alla ricerca del capofamiglia, conosciuto come sovversivo e collaborazionista dei partigiani, da tempo segnalato e tenuto d’occhio.

Quel pomeriggio d’inizio dicembre del 1944 mio padre non fece ritorno a casa con la gnoca di foglie secche per il maiale, né più vi fece ritorno. Infatti, mentre stavamo ripercorrendo in salita il vicolo Fontana per far ritorno a casa, ad un certo punto sentimmo un forte odore di fieno e di foglie bruciate. Ben presto vedemmo alte fiamme, in mezzo a dense volute di fumo, salire dalle scapite e dai puntì, cioè dai fienili annessi alle stalle dalla parte alta del paese. Quella volta le  “Bande Nere” erano arrivate dai monti che separano la Valle Pesio dalla Val Ellero con lo scopo di cogliere i partigiani alle spalle e bruciare i loro rifugi, costituiti dai tèč (malghe), molti dei quali in seguito non furono più riparati. Ben presto sarebbero arrivate anche a casa nostra. Se andava bene avrebbero dato la solita e dura lezione al sovversivo e collaborazionista impenitente. Avrebbero, cioè,  tenuto mio padre legato un’intera notte al “palo”, costituito per l’occasione dal frassino che cresceva vicino casa. Solo mia madre sapeva in quale stato era, quando al mattino veniva a slegarlo l’addetto al supplizio. Quella era stata, fino ad allora, la pena alternativa alla fucilazione, grazie ai buoni uffici di uno zio (colonnello in pensione), a quel tempo Commissario Prefettizio al comune di Roccaforte. Ricordo perfettamente che, nelle prime ore della notte, noi quattro bambini (dai due ai cinque anni) andavamo a tenergli  compagnia, rimanendo   ad una certa distanza per paura del buio. Sentivamo solo  la sua voce e i suoi lamenti provenire dal frassino, ma non vedevamo la sua figura. Ma il buio più buio  fu quello che mi rimase dentro ancora per anni, fino a quando anche per me giunse il “mattino”. Allora potei leggere la Storia scritta sui libri, ma anche quella non scritta, ma ricostruita su brandelli di ricordi infantili e poi conservata con pudore nell’archivio del cuore.

Adesso, ogni volta che sento odore di fieno e foglie che bruciano, dal mio archivio segreto viene fuori la figura di mio padre che butta la gnoca di foglie nella contrada dei Pin Mariana appena vede gli incendi  e sente le voci concitate delle donne che lo scongiurano di non andare a casa, dove lo aspetta il solito supplizio del palo o magari qualcosa di peggio, vista l’inefficacia delle “lezioni” precedenti. Ancor oggi, ogni volta che arrivo a metà del vicolo Fontana, mi pare   di sentire la voce di mio padre che chiama la cuginetta Teresina  di dieci anni, che abitava nei pressi, per mandarla a casa a prendergli il giaccone di pelle nera. Prima di fuggire, non mi ricordo se mi salutò. Ricordo solo il rumore delle sue scarpe chiodate sul selciato del vicolo, percorso in discesa a precipizio. Non rividi più mio padre. Non ricordo  più nulla di ciò che avvenne dopo, a conclusione di quella giornata. Fu come se la mia memoria fosse fuggita dietro a mio padre, che mi aveva lasciato solo a metà del vicolo.

Allontanatasi dalla nostra Valle, la bufera nazifascista passò a quella attigua del Maudagna. Allora alla sera, come al solito, i partigiani ripresero a frequentare casa nostra. Ma non trovarono più la radio che trasmetteva “temporali”; non sentirono più grufolare il maiale nella pursì; non ebbero più il calzolaio  che aggiustava loro le scarpe. Allora facevano da soli, come potevano, mentre mia madre chiedeva notizie di mio padre, che verosimilmente si era unito ai suoi amici partigiani  sulle  montagne della Val Maudagna. Ricordo nitidamente la risposta “Mah, chi lo sa?!” di uno di loro mentre batteva energicamente il martello sulle bullette coniche dei tacchi. Quelle quattro parole sono rimaste inchiodate per sempre nella mente dei miei quattro anni. Non ebbi, però, a causa dell’età, la capacità di cogliere tutta  l’ansia angosciosa di mia madre   nel sentire quelle parole di ambigua incertezza, né lo strazio causatole dalla notizia, giunta pochi giorni dopo, della morte di mio padre ai Bergamini. Non ebbi neppure il tempo di cogliere le sue testimonianze, perché cadute nell’oblio di una fossa, aperta  otto mesi dopo vicino a quella di mio padre. A guerra appena finita, infatti, due “cecchini” erano rimasti ancora in paese a compiere le ultime rappresaglie di retroguardia. Il tifo  e il paratifo, non riconosciuti per tempo, colpirono a morte mia madre all’età di 32 anni, perché il dottore, invece di venirla a visitare, non seppe disdire un impegno di caccia (finalmente riaperta!...) già preso con certi suoi amici.

Passati gli anni prescritti per le sepolture nella terra, i miseri resti dei miei genitori vennero esumati e raccolti in una cassetta. Questa venne riposta nella tomba dello zio Pietro, forse riconciliato con mio padre, caduto non per fucilazione alla schiena, non per assideramento legato ad un frassino in una  gelida notte di dicembre, ma con un’arma in pugno, combattendo da buon soldato, come sicuramente lo era stato lo zio, se era arrivato al grado di colonnello per soli meriti di guerra.

L’addetto al cimitero di Roccaforte (il signor Vecchioni, un soldato sbandato che non aveva più fatto ritorno al suo paese del Sud) mi chiese se volevo recuperare quelli che furono  gli scarponi in pelle di vacchetta, che avevano calzato i piedi di mio padre come se fossero guanti e che forse avevano suscitato l’invidia in chi non se li poteva permettere. Ora,  corrosi e slabbrati, con le bullette arrugginite, avevano  il potere di destare quel dolore che la mia debole coscienza di bambino non aveva vissuto appieno. Non ebbi la forza di raccattare quei macabri cimeli,  la cui vista serviva solo a dissotterrare il ricordo di una famiglia sconquassata dalla guerra, le cui macerie continuano a fumare nei cuori dei sopravissuti.

Da 72 anni mio padre é solo più un nome, scritto su una lapide del cimitero,  di uno morto a 36 anni; un nome scritto ancora tre volte su altrettante  lapidi commemorative di caduti senza storia. Una di queste, però, ha per me un valore particolare: quella affissa alla facciata della chiesetta di S. Marco al Pellone (stretta fra le braccia della strada che sale verso quei monti bagnati per due volte nel 1944 dal sangue dei partigiani), dove ogni anno il 25 aprile, festa dell’Evangelista con il leone e della Liberazione, viene celebrata una messa in suffragio dei 15 partigiani e civili caduti nei pressi e sulle montagne della Val Maudagna. La chiesetta, infatti, nel gennaio e nel dicembre del 1944 essendo stata usata anche  come obitorio, a buon diritto, può essere considerata come il Sacrario della Memoria dei nostri “ Ribelli per amore”, che, morendo per noi,  hanno meritato la palma del martirio. Quella palma che giustifica e salva anche  chi si è sacrificato per una giusta causa, come quella  per la Libertà, sacro dono elargito da Dio all’uomo per renderlo  padrone solo di se stesso.

  Giuseppe Priale