Dalle Fondazioni la caccia alle poltrone che contano

“Tre fenomeni emergono quando si incrociano i dati dei think tank con la sfera pubblica”. Il primo riguarda casi di spoil system: persone che fanno parte di queste strutture assieme a un determinato politico con un incarico pubblico che vengono nominate come capo del gabinetto o della segreteria particolare. L'interesante articolo di Luisiana Gaita su il Fatto Quotidiano.

Le fondazioni, queste sconosciute (agli italiani)

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Vicenda romana a 5 Stelle, esperti cercasi

Roma, vicenda Raggi: alcuni aspetti e meccanismi della politica sono simili in tutti i partiti, vecchi e nuovi, (presunti) puri e (altrettanto presunti) impuri. In tutti i partiti esistono correnti, cordate, faide interne, lotte di potere, ambizioni personali. Questa è una cosa che viene spesso moralisticamente deprecata, ma ha una precisa spiegazione sociologica: la maggior parte dei nostri politici, anche quando sono muniti di nobili ideali, sono impegnati in una vera e propria carriera, con l’aggravante che per molti di essi si tratta dell’unica carriera possibile. L'editoriale di Luca Ricolfi su Il Sole 24 Ore.

Roma, il M5S in grosse difficoltà

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Amministrative, la disfatta di Renzi

Matteo Renzi non ride più. La sconfitta nei ballottaggi brucia. Tanto. L’effetto rottamazione è già svanito. Per quanto il premier si affanni a sostenere la sua story telling, ovvero la sua narrativa fatta di slide e promesse (non mantenute, ndr), l’effetto boomerang, per lo meno su Torino e Roma si è verificato. Roma era persa dai tempi di Ignazio Marino, cacciato via dal Campidoglio in maniera stramba: il premier ha chiesto un aiutino ad un notaio compassionevole, altrimenti la situazione si sarebbe ingarbugliata sempre più. L’onesto Roberto Giachetti ha dovuto soccombere di fronte all’astro nascente del M5S Virginia Raggi. Più dolorosa la disfatta piemontese, laddove Piero Fassino era accreditato di avere fatto, durante la sua permanenza nella Sala Rossa di Torino, cose egregie. Non è bastato. La giovanissima bocconiana Chiara Appendino ha rovesciato il tavolo del primo turno elettorale, recuperando ben 11 punti e superando  Fassino di un buon margine di consensi. I torinesi hanno detto “basta” a 23 anni di governo della città sabauda da parte di uno straripante ma vecchio e ormai logoro partito democratico. In particolare nelle dimenticate periferie, laddove il disagio sociale è maggiormente avvertito. A mio avviso non ha vinto il M5S né a Torino né a Roma. Ha semplicemente perso il partito della nazione sognato al premier. Quindi ha perso Renzi. Poche chiacchiere. Se poi Matteo continua a sostenere che ha rottamato poco significa che il ragazzotto di Rignano sull’Arno non ha proprio compreso le ragioni della disfatta del suo partito. Che prelude al capitombolo sul voto referendario di ottobre. Le truppe antirenziane (dentro e fuori il Pd) prenderanno slancio giusto dall’esito di queste amministrative. Che è stato  cospargere il sale sulle ferite del partito democratico. Renzi non può onestamente accusare Piero Fassino di non avere  detto con chiarezza il perché il Pd non ha vinto al primo turno: il disagio sociale, nonostante le promesse renziane, in questi ultimi anni è cresciuto, la città era come bloccata ai nastri di partenza, la Fiat se ne è andata via a Detroit, lasciando sul terreno un po’ di macerie che illustri politologi non hanno avvertito. Scontata era ritenuta la conferma dell’ex segretario Fassino nella Sala Rossa sabauda. Invece la Appendino ha mandato  a carte quarantotto le aspettative dei democratici. Questo dopo 23 anni di regno ininterrotto, passato da Novelli a Castellani a Chiamparino e Fassino.

Marco Ilapi, 1 luglio 2016

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