L’interesse italiano? Cercare alleati in Europa

L'Ue si trova ad un tornante storico; è nata per superare le ferre leggi di gravità politica, risolvendo i contrasti con l'accordo non con la forza. Nel mondo furoreggia la figura del «Capo» delle democrature, ove magari si vota, ma ove mancano, o traballano, i pilastri della democrazia: libera stampa, bilanciamento dei poteri, rispetto di leggi e minoranze. Chi provi a darsi una prospettiva ampia, vede che l’unione Europea è a un tornante storico; essa è nata con l’ardito disegno di superare le ferree leggi di gravità politica, risolvendo i contrasti in una comunità di Stati con l’accordo, non con la forza. Per i regimi autoritari, essa è il grande nemico: mostra che si può essere, insieme, prosperi, liberi, in pace. In tanti la vorrebbero debole, per retrocederla, direbbe il Metternich, a pura espressione geografica, collezione di graziosi ninnoli da salotto. Bisogna invece rafforzarne la coesione, difenderla, farla avanzare: ferma, nel mondo in ebollizione, non può stare. La Russia è una modesta economia ma ha alte ambizioni; soffre la vicinanza di una grande entità politica ed economica, faro per gli oppositori interni del Capo, influente anche su regioni storicamente tributarie di Mosca. Per motivi simili la Turchia oggi non ama la Ue; a lei guarda fiducioso chi vede i propri diritti calpestati dal Capo. Questi se l’intende col presidente Usa Donald Trump, che definisce la Ue una grande nemica; le audizioni per l’impeachment in corso mostrano il suo disprezzo per i checks and balances, essenziali presidi di ogni democrazia. Se sarà rieletto la sua politica, volta a dividere gli europei per avere più forza trattando separatamente con ognuno, otterrà il vero obiettivo: ridurre la Ue all’irrilevanza politica. La saggia Cina non s’espone; altri già s’agitano a suo vantaggio. Un blocco di democrazie avanzate, forte di 500 milioni di persone, è scomodo per tali Capi, è la città scintillante sulla collina, cui guardano le vittime di regimi autoritari; perciò l’azione illiberale dei «Quattro di Visegrád», tendendo a demolire quella città, è il primo rischio esistenziale cui essa é esposta. La nostra Italia intanto si mira l’ombelico, avulsa dalla grande partita geopolitica; si veda come M5S e Lega trattano il Meccanismo Europeo di Solidarietà (Mes). Essi lavorano per il Re di Prussia agendo da «Quinta Colonna» interna contro la Ue: chi senza capirlo, chi consciamente e per qualche rendimento (politico o altro). Il complesso tema Mes, già trattato sul Corriere, ci ricorda che chi persegua risultati seri deve giocare a Bruxelles la sua mano, non buttare la palla nelle tribune degli ultrà. Il nostro grande debito pubblico è il secondo rischio esistenziale per la Ue; potrebbe ulteriormente potenziare il primo. Figlio di inefficienza, evasione fiscale, corruzione, esso pesa sui nostri discendenti, ma spaventa anche chi teme di dover pagare i nostri conti; non basta ricordare che l’Italia non è costata né costerà un euro a nessuno, ma ha contribuito a salvare le banche tedesche e francesi dalla ristrutturazione del debito greco. Sul nostro governo preme una Lega che vorrebbe farci entrare in quel Club quale quinto membro, col grande macigno del nostro debito: sarebbe davvero la fine della Ue. Questa può invece vincere la partita geopolitica sconfiggendo chi vuol corroderla dall’interno, restando unita e dandosi processi decisionali veloci; per dimostrare che la democrazia può essere più efficace della democratura, il cui Capo non si cura di perder tempo a convincere i propri sudditi. Quando la nuova Commissione alfine partirà, dovrà essere il gran comunicatore delle ragioni dell’unione, ricostruendo quella fiducia fra Stati la cui mancanza è oggi il suo tarlo. Ciò perché ovunque, a Londra come a Roma o a Berlino, le classi dirigenti rinfocolano i pregiudizi nazionali, incolpando gli altri per i mali propri. Se manca la fiducia reciproca, ci si affida ai numeri; ciò evita la fatica delle decisioni politiche, difficili poi da «vendere» ai propri elettori. L’Italia non deve abbaiare nel cortile di casa, ma cercare alleati, specie in quella Francia il cui presidente Emmanuel Macron pare il solo leader pronto a spendersi per l’Europa; non a caso egli insiste sul tema, troppo grande per queste note, della difesa comune europea, sul quale va sfidato a fare gesti concreti. Mettere al sicuro i nostri conti è lavoro aspro, ma alla portata di chi si dia un metodo, vi si attenga, lo spieghi ai cittadini. Non farlo toglie peso alle richieste di Mario Draghi per una capacità fiscale dell’eurozona, libera da opportunismi nazionali: disegnarla in modo accettabile da chi ora la esclude, spiegandone però il vero senso a chi creda di poter poi ripartire con la finanza allegra, deve essere il gran compito della nuova Commissione. Solo così potrà dare un futuro alla Ue. Non capirlo, boicottando invece il lavoro del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, sarebbe folle. Sarà compito arduo per una Commissione che ha una maggioranza meno solida del passato, ma se non lo svolgerà la Ue finirà su un binario morto, ove gli sfascia-carrozze presto arriveranno a darle pietosamente il colpo di grazia. Al funerale, gli utili e magari inconsapevoli idioti, porteranno le corone di fiori dei mandanti; è cieco chi non veda il rischio.

Salvatore Bragantini – Corriere della Sera – 27 novembre 2019

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Le (deprimenti) lezioni che arrivano da Londra

Le questioni complesse non hanno soluzioni semplici. Ne è una conferma drammatica la Brexit, che – dalla campagna pre-referendaria a oggi – è stata motivata con una patetica sequenza di semplificazioni, dagli slogan iniziali («leave the EU», «take back control!») fino a quelli di questi giorni («deliver a clean Brexit», «out means out!»).

La complessità si affronta con altrettanta complessità; la quale però richiede fatica molto maggiore di quanta ne richieda la proclamazione di slogan. È deprimente constatare che, sebbene della questione estremamente complessa del distacco della Gran Bretagna dall’Ue si sia parlato ininterrottamente da quando il referendum del 2016 fu annunciato a oggi, i britannici hanno dimostrato pochissimo interesse a saperne di più. La conoscenza di concetti base (che cos’è l’Unione Europea e quali sono i suoi poteri? quanto versa il Regno Unito alla Ue e come vengono utilizzati questi fondi? e così via) è scarsamente diffusa; e i sondaggi mostrano che, nel caso di un secondo referendum, gran parte degli elettori non saprebbero come votare perché si sentono ancora poco informati!

Diversi psicologi, tra i quali Daniel Kahneman, hanno mostrato come le persone, nel momento in cui viene posta loro una domanda difficile, spesso finiscano per rispondere riferendosi nella loro mente a una domanda più facile, senza neanche accorgersene (il fenomeno si chiama attribute substitution). Per esempio, alla valutazione dell’operato di Mario Draghi alla Bce si può sostituire inconsapevolmente la valutazione del suo aspetto fisico o del timbro della sua voce.

La cosa più sconvolgente, nel caso della Brexit, è che queste semplificazioni sono ormai diventate la normalità incontrastata, con i media che – salvi rari casi – preferiscono la drammatizzazione all’informazione e con il Paese piombato in un’interminabile lotta tra Montecchi e Capuleti, destinata a durare quale che sia l’esito della vicenda.

Una delle lezioni da trarre dalla Brexit è che gli slogan non si possono combattere solo con altri slogan: occorre confutare costantemente le soluzioni semplici proposte dalla parte avversa, affrontando la fatica di comunicare la complessità a un’opinione pubblica distratta. Questo si può fare con successo quando si hanno media veramente indipendenti, che traggono la propria autorevolezza proprio dal rifiuto della fuga nella semplificazione; ma occorre anche un’opinione pubblica in qualche modo interessata a fare le pulci ai politici sulle cose che contano, non sui pettegolezzi da bar o da spiaggia.

La vicenda della Brexit ha mostrato che questo interesse al dibattito serio è poco diffuso persino in un Paese che pensavamo altamente pragmatico e razionale, come la Gran Bretagna; e ha mostrato quali danni enormi possano derivarne. Ma la lezione vale a tutte le latitudini e longitudini. E tanto più vale in un Paese come l’Italia, dove da un paio d’anni si assiste al trionfo nei sondaggi e nelle consultazioni elettorali di un leader che può permettersi di predicare l’uscita dell’Italia dalla Ue d’inverno, primavera ed estate, per poi in autunno dichiarare all’improvviso che l’appartenenza dell’Italia alla Ue e al sistema dell’euro è irreversibile, senza che alcun giornalista gli chieda le implicazioni pratiche di questa inversione a U sul suo programma. Perché l’opinione pubblica si appassiona di più a discutere di come i leader se la cavano nei talk show televisivi, come si vestono, dove cenano e con chi vanno in vacanza.

Trarre tutti gli insegnamenti dalla lezione della Brexit significa prendere atto di questa grave disfunzione che colpisce non solo la democrazia più antica del mondo, ma tutte le democrazie occidentali. E impone, per prima cosa, di mettere profondamente in discussione gli spazi nei quali possono operare utilmente oggi la democrazia diretta, l’assemblearismo, il metodo referendario e la consultazione online. Se non si vuole che le grandi questioni dalle quali dipende il nostro futuro vengano trattate nello stesso modo in cui si fa un «re-tweet» o un «like» di una foto postata su Facebook.

Pietro Ichino e Pietro Micheli - Corriere della Sera – 21 novembre 2019

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Erdogan minaccia di spalancare le frontiere. Ue in allarme

  • Pubblicato in Esteri

ll presidente turco Recep Tayyip Erdogan assicura (e minaccia): “Noi continueremo ad accogliere e ad ospitare i nostri ospiti – ha dichiarato Erdogan – Ma fino ad un certo punto”. E ben si intuisce che oltre quel punto è situata la prospettiva dell’apertura delle frontiere. Il capo dello Stato turco lo ha messo poco dopo a chiare lettere: “Se il sostegno dell’Ue non dovesse funzionare – ha ancora affermato Erdogan – non avremo altra scelta che aprire le porte. Se le apriremo, è ovvio dove i migranti si indirizzeranno”. Il commento di Mauro Indelicato su il Giornale.

L'Ue sotto ricatto da parte di Erdogan

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