La lunga marcia per la conquista del Quirinale

Uno dei pochi punti fermi della prossima corsa al Colle è che Mattarella – ex ministro della sinistra Dc prima e PPI poi, giudice della Consulta, etc., caratura di cattolico democratico a tutto tondo, personalità ferma e inflessibile quanto gentile e disponibile all’ascolto, amato da tutti – non ha alcuna intenzione di farsi rieleggere, né per un periodo breve, né tantomeno per un periodo lungo, alla carica che, nel 2022, avrà ricoperto per i canonici sette anni del suo mandato presidenziale. Lo dice la sua storia, personale e politica, lo dicono i suoi consiglieri più fidati e gli amici. Il commento di Ettore Maria Colombo su Formiche.

Il sogno (di molti) del Quirinale

Leggi tutto...

Se Conte si sente assediato

Tiene banco un tema che ne ingloba molti altri: quanto è ancora in grado di sopravvivere il governo Conte? Un tempo qualcuno prevedeva che avrebbe coperto l’intero arco della legislatura, quanto meno sarebbe arrivato alla scadenza del mandato di Mattarella, all’inizio del 2022. Oggi nessuno azzarda un simile vaticinio. Semmai, chi desidera che l’attuale assetto regga si aggrappa a un dato di fatto reale: la difficoltà di immaginare, allo stato delle cose, un’altra maggioranza e un altro premier. Tuttavia l’esperienza insegna che simili calcoli sono quasi sempre astratti.

Nel momento del tracollo sono spesso le circostanze a risolvere le alchimie politiche, individuando le formule e le persone sulle cui gambe far camminare il ricambio. Non siamo arrivati a quel punto, ma quasi.

Sappiamo che il premier si sente assediato e questo lo ha indotto a commettere vari errori, come l’eccesso di esposizione televisiva a scapito del Parlamento. O l’abuso dei decreti della presidenza del Consiglio, stigmatizzato da una figura autorevole come Sabino Cassese. Tutti fattori di debolezza.

È probabile che al vertice europeo di giovedì Conte superi lo scoglio del Mes (il fondo salva-Stati) attraverso qualche gioco di prestigio in grado di far digerire ai Cinque Stelle la scelta pressoché obbligata (così come buona parte dei grillini si sente obbligata a restare attaccata all’esecutivo). Ma dopo il recente caos nell’aula di Bruxelles, quando i vari rappresentanti italiani, di maggioranza e di opposizione, si sono espressi nell’anarchia più totale, è evidente che un po’ tutti gli equilibri stanno saltando. C’è però un nodo di fondo: il sistema industriale italiano ha un disperato bisogno di liquidità e questa la può fornire soprattutto l’Europa.

L’idea di "cavarsela da soli" è suggestiva, ma richiederebbe uno Stato in grado di funzionare con tempestiva efficacia. E non sembra questo il caso.

Ne deriva che Conte può scivolare non tanto sul Mes, bensì sulla "fase 2", quando le risorse soprattutto europee dovranno essere gestite e smistate con equilibrio politico. L’equilibrio che in queste settimane troppo spesso è mancato, come dimostrano le tensioni tra Nord e Sud, o tra certi settori del Nord e Palazzo Chigi. C’è un precedente che fa riflettere: il 2011, quando il governo Berlusconi lasciò il campo sotto la pressione delle circostanze (l’emergenza finanziaria) e fu sostituito da un governo "del presidente" (Napolitano-Monti) fondato su un’ampia maggioranza parlamentare. Oggi il quadro è diverso, ma non del tutto. Le fratture nella maggioranza esistono, ma in parte sono ricomponibili. E nel centrodestra emergono novità. Berlusconi non vede l’ora di sottrarsi all’egemonia salviniana ed è pronto a entrare in una combinazione che superi Conte. Giorgia Meloni ha maturato una sua linea sull’Europa che non coincide con il massimalismo della Lega. Nel Carroccio stesso nulla è statico. Salvini tende per istinto alle scelte più radicali, sulla linea del tandem Bagnai-Borghi. Ma Giorgetti, come ha scritto questo giornale, crede da tempo a un’ipotesi di solidarietà nazionale. E nelle regioni del Nord, il veneto Zaia propone un modello di amministrazione territoriale ben diversa dal nazionalismo quasi ideologico propugnato dal leader. Non è chiaro come tutto questo si trasformerà in ipotesi concrete, ma forse l’immobilismo attuale non durerà a lungo.

Stefano Folli – la Repubblica – 19 aprile 2020

Leggi tutto...

Il Colle teme che dopo l'emergenza possa aprirsi una crisi al buio

Anche per i politici si avvicina la «fase 2», che nel loro caso significa tornare alle vecchie abitudini: liberi tutti e fine della tregua più o meno ipocrita imposta dall'emergenza. Non a caso le manovre di palazzo sono già ricominciate. Nella maggioranza, Cinque stelle e Pd litigano sul Mes; l'opposizione ritira la mano tesa al governo; tra gli ottimati della Repubblica (tecnici, banchieri, super-manager e grand commis) si aggira inquieto il fantasma del governo di salute pubblica che subentrerebbe qualora quello in carica dovesse collassare. Insomma, non è ancora finito il lockdown e già tornano a circolare i soliti scenari di crisi.
Al Quirinale ovviamente lo sanno, anche perché i segnali di scollamento sono sotto gli occhi di tutti: lo scontro Stato-Regioni, i soldi a famiglie e imprese che arrivano col contagocce, una trattativa europea dall'esito molto dubbio. Si aggiungano i passi falsi del governo e gli eccessi televisivi del premier: figurarsi se Sergio Mattarella non nota tutte queste sbavature. Ma chi lo frequenta esclude che, per quanto Giuseppe Conte possa sembrare in bilico, il presidente arrivi al punto da incoraggiare le congiure ai suoi danni. Anzi, è sicuro che i tentativi di mettere in piedi un «governissimo» vengono seguiti con scetticismo e una buona dose di apprensione.
La deriva grillina Sul Colle c'è enorme stima per Mario Draghi, che la Lega prima detestava e invece adesso invoca come salvatore della patria. Ma davvero si metterebbe in gioco? E se non lui, quale altro jolly pescare dal mazzo? I nomi che circolano sono tutti apprezzati, ma non vengono da lassù. Tra l'altro un governo esiste già, è quello di Giuseppe Conte, forse l'unico che i Cinque stelle sarebbero disposti a sostenere. Se cadesse, i grillini verrebbero ricacciati su posizioni estreme, radicalizzati alla Di Battista tanto per intendersi. Col risultato paradossale che la forza politica più numerosa in Parlamento finirebbe in gran parte all'opposizione. Per dar vita alle larghe intese, il Pd dovrebbe accordarsi direttamente con Salvini. Sulla carta sarebbe possibile, tanto ormai siamo abituati a tutto; in pratica però sembra lecito dubitarne. Al voto con la mascherina Secondo ostacolo a un eventuale governo Draghi: per arrivarci bisognerebbe che qualcuno aprisse la crisi. Ma le crisi sappiamo come cominciano, mai come vanno a finire. E' tutto da dimostrare che dal caos possa emergere una maggioranza vasta e coesa. Manca la capacità di fare squadra, il giusto spirito di unità nazionale: lo dimostra il fallimento della cabina di regia tra maggioranza e opposizione, con il premier che - va detto - ci ha messo del suo. Soprattutto manca una piattaforma comune sul da farsi. Pesano come macigni le posizioni anti-Mes e anti-coronabond espresse da Salvini, che lo rendono improponibile. Un governo con la Lega dentro dovrebbe rinunciare a decine di miliardi di aiuti dall'Europa. Comporre il puzzle dei programmi sarebbe impresa da titani. Con un pericolo che ai piani alti è ben presente: quello di infilarsi dentro il tunnel di una crisi al buio e senza sbocchi. Settimane di consultazioni inconcludenti mentre l'Italia avrebbe bisogno di indicazioni rapide su quando e come ripartire. Per prendere infine tragicamente atto che il «governissimo» della concordia appartiene al libro dei sogni, e dover tornare alle urne a settembre, tutti in fila ai seggi con la mascherina per eleggere un altro Parlamento di quasi mille onorevoli, delegittimato prima ancora di venire al mondo. Un incubo quasi peggio del virus.

Ugo Magri – La Stampa – 19 aprile 2020

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS