L'errore dei veti preventivi

Si cominciano a vedere i frutti del lavoro di tessitura fatto dietro le quinte dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. L’incontro di ieri sera a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte e l’opposizione si deve principalmente a lui. E in teoria dovrebbe segnare un cambio di schema. Non è pensabile che un’emergenza come la pandemia da coronavirus sia combattuta senza una consultazione costante tra governo e minoranze. Preoccupa un Parlamento ridotto a istituzione a mezzo servizio di fronte a misure che toccano le libertà fondamentali: per quanto si tratti di scelte obbligate. Certo, colpisce il leader leghista Matteo Salvini nei panni di difensore delle Camere, dopo che per anni ha brillato per assenteismo: c’è da sperare che la sua sia una conversione sincera e non strumentale. Sotto questo aspetto, il vertice dovrebbe indurre governo e opposizione a cambiare registro prima ancora di uscire dal contagio. Sarebbe grave se le tossine dell’alleanza fallita ad agosto tra M5S e Lega continuassero a scaricarsi sul Paese in questa fase. Dell’ostilità tra Conte e Salvini, con l’aggiunta di FDI di Giorgia Meloni e di alcuni settori di FI, all’opinione pubblica importa poco. La loro incomunicabilità semina sconcerto, come la regressione antieuropea che si avverte a destra: tanto più mentre, accanto a potenti tentazioni sovraniste, si affaccia anche una solidarietà continentale. Che sia impastata di convenienze reciproche non deve scandalizzare, anzi: è la garanzia che possa proseguire. Per questo sarebbe grave se diventasse una precondizione del dialogo. Se davvero le opposizioni vogliono migliorare provvedimenti controversi anche per la scarsa chiarezza con la quale sono stati comunicati, i veti servono a poco. E finiscono per indebolire l’italia nella trattativa con le istituzioni di Bruxelles. A meno che l’irrigidimento non nasca da un calcolo sciagurato: scommettere sul fallimento dell’esecutivo pensando di gestire la fase successiva. Significherebbe ritenere che la strategia contro il virus non funziona; e che la popolarità di Conte presto si trasformerà in rabbia sociale contro di lui. Non si può escludere a priori. L’insofferenza del sindacato dopo la chiusura a macchia di leopardo delle industrie è un indizio da non sottovalutare. Ma se le opposizioni, Lega in testa, decidessero di cavalcare il tanto peggio tanto meglio, non indebolirebbero solo Conte. La linea del cinismo, magari sfruttando frammenti dell’esecutivo e l’esasperazione di realtà del Nord allo stremo, porterebbe in un vicolo cieco. C’è da sperare che l’incontro di ieri sia l’inizio di comportamenti meno autoreferenziali; e di un’azione condivisa per contrastare l’epidemia e far ripartire l’italia, prendendo atto di una fase nuova. Il dopo-contagio avrà contorni che nessuno può prevedere; e che spezzeranno la cornice fragile di questi anni, con miliardi di euro buttati in mance elettorali, e investimenti sulla sanità e la ricerca sacrificati sull’altare dei consensi facili quanto effimeri. L’incognita è se la classe politica, e non solo, saprà rispondere al cambiamento o ne sarà travolta.

Massimo Franco – Corriere della Sera – 24 marzo 2020

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Lagarde fa crollare i mercati. Poi si corregge: evitare choc

La presidente della Bce, Christine Lagarde. Ieri l’istituto centrale ha lasciato itassi fermi ma ha messo in campo 120 miliardi di euro di acquisto titoli.

«Non siamo qui per chiudere gli spread». Christine Lagarde dice queste parole. E scatena il panico sui mercati. La presidente della Bce poi si corregge: sono impegnata ad evitare frammentazioni in un momento difficile per l’area euro. Ma intanto i mercati crollano. Tonfo storico in Borsa a Milano: la perdita sfiora il 17%. Mattarella: l’Europa sia solidale e non ci ostacoli.

Christine Lagarde esce ferita dal super-test che era la riunione di ieri del Consiglio dei Governatori della Bce. Ma combattente. I mercati hanno registrato una sua gaffe sugli spread durante la conferenza stampa seguita al meeting. La frase sotto accusa: «Non siamo qui per chiudere gli spread». Qualcosa che ha contribuito decisamente alla caduta dei mercati azionari, quello italiano in testa, e all’aumento dello spread sul Bund tedesco. E ha provocato una reazione come non si vedeva da tempo delle istituzioni e del mondo politico italiano. In particolare del ministero del Tesoro e del presidente della Repubblica. Tanto che Lagarde ha rettificato lo scivolone più volte in serata. «Sono pienamente impegnata ad evitare qualsiasi frammentazione dell’area euro in un momento difficile. Gli spread elevati inficiano la trasmissione della politica monetaria», ha chiarito.

Il tutto in una giornata drammatica, che ha visto le Borse crollare anche di fronte all’impressione che governi e istituzioni europee siano decisamente dietro la curva nella reazione alle conseguenze economiche della crisi da virus. La presidente della Bce ha illustrato una serie di misure di politica monetaria. Da un lato, la fornitura abbondante di finanza a favore delle banche dell’eurozona, a tassi anche molto negativi, affinché queste prestino alle imprese, in particolare alle medie e piccole. Poi ha detto che la Bce interverrà sui mercati per comprare titoli di debito, soprattutto di aziende, per 120 miliardi entro la fine dell’anno: i quali si vanno ad aggiungere ai venti che già Francoforte compra ogni mese; in teoria, i 120 miliardi potrebbero essere usati anche in tempi brevi. Il Consiglio, che ha preso le decisioni all’unanimità, non ha invece ridotto i tassi, già negativi: probabilmente ha voluto tenere quest’arma (non certo letale, visto il poco spazio per ridurli) per il futuro ma, ciò facendo, non ha dato una spinta verso il basso all’euro, che si sta rafforzando.

Quando le misure prese sono diventate note, le Borse erano già in territorio decisamente negativo. A quel punto sono rotolate verso il basso. Sul mercato del reddito fisso, la frase non felice di Lagarde ha fatto balzare i rendimenti dei Btp a quasi l’1,90%. La presidente ha emesso un video, più tardi, per chiarire che la Bce farà tutto il necessario per garantire la solidità della zona euro (durante la conferenza stampa aveva però detto «non voglio essere la Whatever it takes numero due»). L’obiettivo di Lagarde, ieri, era soprattutto politico: la richiesta ai governi e alle istituzioni europee di un impegno maggiore di quello mostrato finora: «I governi e le istituzioni europee sono chiamati a mitigare le conseguenze economiche del virus. Serve un piano fiscale ambizioso e coordinato per sostenere le imprese». E ancora: «Il mio timore è che ci siano una sottovalutazione e una slow motion da parte delle istituzioni europee. Spero che la prossima settimana ci siano mosse decisive». 

Un richiamo formidabile ai governi e soprattutto a Bruxelles che però ha contribuito a dare l’impressione ai mercati che nessuno in Europa sia in controllo della situazione. Il punto cruciale della giornata, però, è stato l’errore di comunicazione che ha colpito l’italia e ha creato una forte agitazione nel mondo politico italiano. Addirittura, ha deciso di intervenire, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una dichiarazione dura sulla necessità che la Ue aiuti e non ostacoli l’italia in un passaggio difficile. In precedenza, il ministero dell’economia Roberto Gualtieri: «Ha sbagliato comunicazione e la comunicazione di questi tempi è tutto, come si vede dalla reazione dei mercati». Quindi sollecitava la presidente a dare una precisazione. E l’ha ottenuta. In un nota Gualtieri ha poi definito «opportuna la precisazione» della presidente della Bce. E ha aggiunto: «Chiarendo, ha sottolineato che non consentirà che lo choc derivante dal Covid- 19 possa provocare una frammentazione del sistema dell’area euro. Sono certo che, come ha detto la presidente Lagarde, a tal fine la Bce utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione». Il premier Giuseppe Conte ha commentato che «la Bce deve garantire la stabilità dei mercati non farli fibrillare: il suo compito è quello di agevolare e non ostacolare gli interventi per l’emergenza sanitaria». 

Lega e 5 stelle chiedono le dimissioni di Lagarde. E dal Pd a Iv risuona un solo grido: «Ridateci Draghi». Renzi non ha dubbi: «La Bce ha sbagliato». Di fronte al coro di critiche massiccio, Lagarde ha fornito più precisazioni. Ma la situazione è piuttosto tesa. Tra i timori di recessione, oggi, la Bce tornerà a farsi sentire e a rassicurare.

Maria Teresa Meli e Danilo Taino – Corriere della Sera – 13 marzo 2020

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Il governo sbanda sui migranti

Una rissa furibonda ha opposto ieri maggioranza e opposizione intorno alla data in cui il Senato dovrà «processare» Matteo Salvini. Con M5S, Pd e gli altri alleati compatti nel chiedere che la giunta per le autorizzazioni si esprima solo «dopo» il voto in Emilia-Romagna e il centrodestra a spingere per una pronuncia il 20 gennaio. Il non detto, la vera materia del contendere, è lampante sotto il sole: le forze di maggioranza temono che il leader della Lega sfrutti gli ultimi giorni di campagna elettorale giocando a «fare la vittima» di un sistema che vuole processarlo per aver difeso i confini d'Italia dalle orde dei migranti. La questione immigrazione, scomparsa dai radar per mancanza di materia prima (pochi sbarchi e nessuno più a soffiare sul fuoco della paura), tornerebbe prepotentemente sulla scena e non è un mistero chi se ne gioverebbe di più. Raccontano che sia stato il governatore Stefano Bonaccini in persona a supplicare Zingaretti di soprassedere ancora un po' e, dal suo punto di vista, la cautela sarebbe anche comprensibile.
Ma il problema più grande esula dall'eventuale processo a Salvini e riguarda cosa pensa di fare il governo sull'immigrazione.
In altre parole, al di là della generale volontà di non concedere un rigore a porta vuota al capo leghista, la domanda vera è questa: c'è una politica sui migranti condivisa tra Pd, Cinque stelle, Leu e Italia Viva? Perché, se alziamo la testa dalla cronaca del giorno, restano sul tavolo intatte due gigantesche questioni. Cosa pensa di fare il governo sui due decreti-bandiera di Salvini? E sullo ius culturae? La risposta a queste domande non c'è. O meglio, non si va oltre un pissi-pissi sottovoce, con i leader della maggioranza che si aggrappano alla famosa lettera del capo dello Stato come gli ubriachi al lampione. Ma ricordiamoci che lo scorso agosto Mattarella firmò il decreto sicurezza bis puntando il dito contro due «rilevanti criticità» (le multe abnormi a chi presta soccorso in mare e le sanzioni per l'oltraggio ai pubblici ufficiali) ma non disse nulla sul resto. Né era compito del Quirinale entrare nel merito politico dei provvedimenti securitari. E tuttavia quella assestata da Salvini fu una spallata mortale a tutto il sistema di accoglienza e integrazione italiano. Con i voti, oltretutto, dei Cinquestelle. Il risultato sono le decine di migliaia di ragazzi che, usciti dai circuiti legali, impossibilitati a lavorare, sono ripiombati senza speranza sui nostri marciapiedi, quando va bene a chiedere l'elemosina. Su questo la ministra Lamorgese e il presidente Conte pensano di intervenire? E' questa la vera emergenza politica, non le piccole furbizie sulla data del voto nella giunta del Senato. Il Pd, tra un conclave e l'altro, deve trovare il tempo di discutere di quale politica intende perseguire sull'immigrazione. E deve anche decidere se intende anche su questo tema cedere l'egemonia culturale a un M5S peraltro sempre più in difficoltà.

Francesco Bei – La Stampa – 10 gennaio 2020

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