Il virus e il sistema

I morti, gli errori, i litigi, la mancanza di quel sentimento nazionale che nella storia è stato sempre il prerequisito d’ogni ricostruzione, dopo ogni catastrofe, guerra, crisi, epidemia. Quasi tutti i partiti, o almeno le persone che ancora nei partiti un po’ ragionano, sono attraversati da un’inquietudine che prende forme diverse, a seconda del contesto, degli interpreti. Ma che pure precipita su ragionamenti che alla fine si assomigliano tutti, e riguardano la sopravvivenza dell’intero sistema e nemmeno più tanto del solo governo di Giuseppe Conte. Nella Lega, per esempio, vecchio partito leninista, malgrado il segretario sgarzolino e twittante, si avverte l’allarme sommesso di Luca Zaia e di Giancarlo Giorgetti, uno strisciante fastidio nordista per il sovranismo, per le sparate senza costrutto dei Borghi e dei Bagnai, per lo sfascio coltivato come unica risorsa comunicativa. E anche nel Pd, dove ci si comincia a lamentare del Parlamento silenziato e trasformato in un bollinatore di Dpcm, la paura del futuro incognito non è sempre compensata dalla pienezza soddisfatta di gestire il potere e il governo.Non per tutti, almeno. “L’angoscia del paese, che porta a stringersi intorno alle istituzioni, può facilmente trasformarsi in rabbia”, dice per esempio, da giorni, Graziano Delrio, il capogruppo del Pd. Cosa potrebbe provocare l’incrocio tra l’epidemia di Covid e la crisi economica? E quali risposte è in grado di dare una classe dirigente politica che nel suo complesso, da destra a sinistra, appare rissosa, a tratti inadeguata, incapace di compromessi, spesso sovraeccitata dall’orgasmo della rappresentazione più che impegnata nella fatica di esercitare la rappresentanza? Nel Pd c’è dunque chi coltiva la velleità di un altro governo, in questa legislatura, un governo di salvezza nazionale. E anche se nessuno lo confessa, negli ultimi giorni, proprio mentre si celebrava il rito un po’ stantio delle nomine pubbliche, ecco che nei dedali sotterranei che da sempre collegano il Nazareno con Arcore, nel regno di Gianni Letta, alcuni messaggi in codice, e certo ambigui, sono stati trasmessi. Per questo da settimane ormai vengono maneggiati – anche intorno alle stanze del Quirinale, che pure a quanto pare non ci crede e non persegue questa strada – i nomi di Dario Franceschini, Mario Draghi e Fabio Panetta. Proprio mentre si consuma il falò del M5s, il Movimento esploso, consumato nel consenso, diviso nei suoi gruppi parlamentari di disperati, e che adesso ritrova Alessandro Di Battista e le sue solite vecchie fetecchie. “Il problema dei grillini è se riescono a mantenere una loro unità costruttiva”, dice allora Luigi Zanda, senatore e tesoriere del Pd. “Sentire parlare della Cina vincitrice della terza guerra mondiale non avvicina il pensiero politico, diciamo”. I grillini infatti potrebbero anche liquefarsi da un momento all’altro, sul Mes, tra qualche settimana in Parlamento, chissà, o anche su un qualsiasi altro provvedimento. Quindi ecco la suggestione dell’unità nazionale, l’idea di mettere insieme tutte le forze del paese per aiutare la ripresa, approfittando del declino dei malumori vaffanculisti. Ma come si fa? Forza Italia aprirebbe la strada al centrodestra. Poi la Lega, che non è tutta Salvini, potrebbe trovare anche la via (sorprendente) della responsabilità. Potrebbe. Giorgetti e Zaia, rispondendo a esigenze pratiche e nordiste, vorrebbero realizzare un accordo forte con Mario Draghi, senza perdere tempo con la propaganda e senza reggere la coda di Conte. Ma tutto s’infrange sulla rissa continua, sulla grillizzazione dell’intero ceto politico, sull’utilizzo contundente dei fatti di cronaca, delle inchieste giudiziarie sulla sanità Lombarda, sulle vere e presunte colpe che rappresentanti del governo e amministratori locali, leader della maggioranza e dell’opposizione, si rinfacciano l’uno con l’altro. Ne deriva, negli ambienti più avvertiti, dentro alle stesse forze politiche che a questo gioco suicida si sono consegnate, come un presentimento cupo di rovina. “Non c’è orgoglio, amore, coraggio. Si guarda sempre il dito e alla luna non pensiamo neanche”, diceva qualche giorno fa Giorgia Meloni, che non cerca posti di governo, né immagina pasticci di poltrone, ma come altri avverte i segni d’una decadenza che si è poggiata su ogni cosa come una lebbra. E se nessuno degli attuali protagonisti sul proscenio politico sopravvivesse alla crisi? A volte le risorse e le energie per affrontare le sfide mortali non nascono dall’ottimismo, ma dalla paura.

Salvatore Merlo – Il Foglio – 21 aprile 2020

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Italia in ordine sparso

Il Movimento Cinque Stelle vota contro i recovery bond garantiti dal bilancio europeo, ma vota a favore dei coronabond con debito mutualizzato, e si esprime contro il Mes. La Lega invece vota contro i coronabond, ma si astiene sui recovery bond, e vota contro il Mes. Italia Viva, dal canto suo, vota sì al Mes, si astiene sui coronabond, ma vota a favore dei recovery bond. Il Pd invece, che è al governo con i cinque stelle (ma pure con Italia Viva), vota a favore di ogni cosa e vota pure il Mes, mentre Fratelli d’Italia, che è alleato della Lega, respinge il Mes ma accetta i recovery bond e i corona bond. E infine Forza Italia, alleato degli altri due, vota contro i coronabond ma a favore dei recovery bond e anche del Mes. Ecco l’immagine di un paese che sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. D’altra parte Kipling sintetizzava così i caratteri dei maggiori popoli europei: “Un tedesco? Un lavoratore. Due tedeschi? Una birreria. Tre tedeschi? La guerra. Un francese? Un eroe. Due francesi? Due eroi. Tre francesi? un menage. Un italiano? Un bel tipo. Due italiani? Un litigio. Tre italiani? Tre partiti politici”. Ed ecco che tra giovedì notte e ieri, al Parlamento di Bruxelles, intorno a una risoluzione complessa che doveva preparare il terreno per il Consiglio europeo del 23 aprile, mentre ci si esprimeva su argomenti centrali e indifferibili come la mutualizzazione del debito e i meccanismi di finanziamento comunitario per rispondere alla crisi, l’Italia nel suo complesso offriva il meglio della sua proverbiale confusione. Impossibile trovare, nella maggioranza o nell’opposizione, due partiti che abbiano votato nello stesso modo.

Cosa che ha comportato non pochi paradossi, a cominciare dal fatto che la dispersione dei voti italiani di Lega e Forza Italia, come l’astensione dei 5 stelle sui recovery bond, ha rafforzato, nel Parlamento europeo, quei paesi che, a differenza dell’Italia, si oppongono alla mutualizzazione del debito. Paesi come la Germania, ma anche l’Olanda, che però in teoria – in base alla rappresentanza parlamentare – sono una minoranza numerica se confrontati ai ben undici paesi che assieme all’Italia sostengono la bontà della nascita d’un debito comune sostenuto alla pari da tutti i paesi dell’Unione. E insomma, Matteo Salvini, presunto patriota antigermanico, con i suoi 28 parlamentari leghisti, a differenza di Giorgia Meloni, che ha votato a favore dei bond, ha contribuito a produrre il risultato politico che si augurava Angela Merkel, perché il Parlamento europeo ha dato un benestare al Mes, ha respinto l’idea dei coronabond, e di conseguenza ha offerto un forte argomento di legittimità democratica a quanti, la settimana prossima, nel corso della riunione dei capi di governo appartenenti al Consiglio europeo, vorranno opporsi alla proposta italiana, francese e spagnola di costruire i famosi titoli di debito garantiti da tutti per sostenere le spese straordinarie richieste dal flagello Covid-19. Paradossi e contraddizioni, dunque. Confusione e farsa, mai davvero lontane dagli orizzonti italiani. Per cui il M5s ha di fatto parzialmente bocciato un’idea portata avanti dal suo stesso governo, mentre Italia viva si è inspiegabilmente astenuta, confermando così che né la maggioranza né l’opposizione riescono a esprimere, ciascuna nel proprio campo, una leadership o una proposta unitaria e organica riassumibile in quell’espressione spesso abusata che cade sotto il nome di interesse nazionale.

Secondo Heidegger, una nazione decade quando il pensiero che la guida si allontana dal concetto fondamentale dell’essere per precipitare sotto la preoccupazione dei suoi particolari. E i sei diversi modi di votare che i sei partiti italiani hanno esplicitato, in un caos che allude al principio della fine e non al principio di un principio, sono per lo più l’esplicitazione di un pernicioso intreccio di presunti interessi particolari e di bottega. Forza Italia ha voluto seguire la linea del Ppe a trazione tedesca, di cui Antonio Tajani nel Parlamento è presidente delle delegazioni nazionali. Salvini invece ha ancora una volta dimostrato che per lui la vita politica è una faccenda allegramente interstiziale, significa spremere l’occasione, saltare sull’attimo fuggente, esattamente come per i grillini, immersi in una dimensione spettacolare e marketizzante: dunque perché votare a favore di un provvedimento su cui si era esposto il governo di Giuseppe Conte? Elettoralmente, devono avergli consigliato, conveniva il contrario. E solo Giorgia Meloni, a destra, è infatti sfuggita alla logica partigiana che impone di fare l’opposto di quello che fanno gli avversari. Si avverte così, drammaticamente, la distanza tra la politica e il populismo a torso nudo. Ma alla fine, non esprimendo in realtà una linea comune e coerente su nulla, i partiti italiani si affidano alle decisioni degli altri. Potrebbe anche non essere il peggiore dei mali.

Salvatore Merlo – Il Foglio – 19 aprile 2020

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Ecco come il presidente defilato dovrà farsi sempre più interventista

Verso un cambio di paradigma. Sergio Mattarella entra ora in quel periodo del settennato presidenziale durante il quale Giorgio Napolitano, incalzato da una crisi drammatica ma che pure adesso appare assai meno grave della attuale, cominciò a ritessere personalmente i fili e i nodi della politica italiana smarrita, quando cioè il suo stare al Quirinale era fondato su una ben visibile e pignola presenza scenica costruita davanti e dietro le quinte del potere, e si basava su scambi continui, ammonimenti e consigli perentori, studiati sussurri e indicazioni ufficiose ma de- terminanti. Adesso, a cinque anni dalla sua elezione – lo stesso periodo (era il 2011) in cui anche Napolitano divenne protagonista – il fin qui schivo Mattarella inizia a far capire di non essere affatto quella figura neutra e incolore come il timbro secco sulle carte bollate che qualcuno credeva fosse. Fino a oggi il presidente non ha avuto l’obbligo di tutela che fu la condanna di Napolitano, ma gli eventi stanno precipitando rapidamente, e più si affaccia sul proscenio lo spettro della depressione economica, della disoccupazione diffusa, più la politica si fa debole, litigiosa e balbuziente, più il potere del Quirinale è costretto a crescere e ad allargarsi. E’ stato d’altra parte Mattarella a volere portare a Palazzo Chigi, per adesso solo come consulente per la ricostruzione, Vittorio Colao, il grande manager che qualcuno vorrebbe sostituisse il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli. Ed è sempre il presidente che spinge perché l’esperienza di governo si arricchisca ancora di capacità tecniche precise e a questo punto essenziali. Quando prende una decisione, Mattarella va fino in fondo, come quando nel 1990 si dimise da ministro in polemica con l’approvazione della legge Mammì. Lo diceva già Don Chisciotte dei diplomatici della sua epoca: “Nella bocca chiusa non entrano le mosche”. E se in questi anni Mattarella è molto raramente intervenuto, è perché gli equilibri parlamentari e gli accordi tra le forze politiche seguivano delle logiche costituzionalmente corrette in un contesto complessivamente non preoccupante dal punto di vista sociale ed economico, un contesto insomma che esulava dalla diretta responsabilità di un uomo in cui tutto, il tratto, la compostezza, la calma, è istituzionale (persino troppo), proprio come gli abiti che indossa: sempre a tre bottoni, grigio, grigio scuro, nero. Ma ora tutti credono (o sperano) che l’epoca del presidente defilato per scelta sia finita, e che il capo dello stato, lui che per esempio assiste ogni giorno all’assenza di coordinamento politico generale tra governo e regioni, lui che è avvertito del pericolo di gravi sofferenze sociali già nel prossimo mese, lui che ha visto Giuseppe Conte sabotare l’unità nazionale, sempre di più sia spinto a prendere in mano la situazione, come ha d’altra parte già fatto intervenendo in maniera decisiva per sbloccare l’assetto manageriale delle aziende a partecipazione pubblica, lì dove il governo traccheggiava, rimandava, annacquava senza nemmeno convocare le assemblee, gettando così in uno stato di grave incertezza aziende importantissime e quotate in Borsa come Eni, Enel e Leonardo. Le previsioni descrivono un aumento dell’indebitamento italiano che potrebbe portare il rapporto tra prodotto interno lordo e debito pubblico verso cifre spaventose: 150, 170 per cento. E già entro un mese, se davvero ai primi di maggio si ricomincerà a uscire di casa, sarà sotto gli occhi di tutti, ancora prima che negli indicatori economici, che moltissime persone non saranno tornate al lavoro perché l’hanno perso, perché quelle attività non riaprono e forse non riapriranno mai più. Solo un poderoso rimbalzo in positivo dell’economia e della capacità produttiva del paese può, in scenari di questo tipo, rendere sostenibile il debito pubblico e allontanare ogni tragica ipotesi di ristrutturazione contabile, con tutte le conseguenze sociali facilmente immaginabili, o di default. Ma chi, quale governo, quali figure sono in grado di immaginare un meccanismo ambizioso ed efficace che liberi la capacità di crescita dell’industria italiana? Il ministro grillino dello Sviluppo, Patuanelli? Ed è possibile immaginare un governo che amministra il paese, e le gravi tensioni sociali previste anche dal Viminale, mentre è in rotta totale con le opposizioni? La risposta che si danno tutti nel Palazzo è: no. E lo sa anche Mattarella, che potrebbe farsi motore di un’operazione politica e istituzionale, come Napolitano con Monti e poi con Enrico Letta. Prima che sia tardi.

Salvatore Merlo – Il Foglio – 15 aprile 2020

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