4 marzo, il partito della corruzione al 4%

L'associazione Libera ha denunciato che in Italia esiste il «partito della corruzione», ed è in grado di muovere almeno il 4 % del consenso del Paese. Quindi un pacchetto di voti essenziale per vincere, in una fase storica nella quale i tre poli in lizza il prossimo 4 marzo sono appaiati e l’astensione supera il 30%. L'inchiesta di Francesco Pacifico sul sito www.lettera43.it.

Il voto di scambio inquinerà il risultato elettorale

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Crollo del Pd, rinascita del mago di Arcore

Matteo Renzi ha realizzato un vero e proprio capolavoro. E’ riuscito nell’impresa titanica di far resuscitare un uomo politico che è stato defenestrato in malo modo dal Parlamento: Quest’uomo è Silvio Berlusconi. Non pago di questo suo “straordinario” successo, ha addirittura ridimensionato le chance elettorali del partito che è stato chiamato a guidare. Con l’avvento del ragazzo fiorentino alla segreteria, nel dicembre del 2013, è riuscito anche a ridimensionare il pacchetto di consensi elettorali dei demokrat che gli aveva consegnato il predecessore Pierluigi Bersani, tant’è che da più parti si teme che da primo partito che era nel 2013, passi ad essere il terzo, dopo il raggruppamento destrorso formato dal trio Berlusconi-Salvini-Meloni ed il M5S guidato da Luigi Di Maio. Non c’è che dire. Un vero disastro. In un altro periodo storico Renzi sarebbe stato cacciato dalla segreteria a furor di popolo rosso. Oggi non si usa più. Per converso non è che al centrodestra siano tutte rose e fiori. Ogni giorno che passa non la smettono di litigare. Chi la vuole in un modo, chi la pensa in maniera del tutto opposto. Si pesi al contrasto sul problema dell’immigrazione, il punto forse di maggior frizione tra i leader forza italiota e leghista. Per non fare cenno ai rapporti con la Commissione Europea, che ormai detta le massime regole di comportamento ai diversi governi con obbligo di legiferare di conseguenza, pena sanzioni che fanno sgorgare il sangue dalle vene italiche. Berlusconi resta favorevole a questo modello di Europa assai poco federale, dove dettano legge i rigoristi riuniti intorno a Frau Merkel, un’Europa che si è dimostrata assolutamente incapace di affrontare i nodi di una crisi economica violenta che ha condotto l’Italia, ma non solo, anche la Grecia, in una recessione da cui stentiamo ad uscire con le nostre sole forze. Forse qualcosina potrebbe mutare con l’avvento del nuovo governo tedesco, perché il ministro dell’economia non sarà più il guardiano dell’austerità ad ogni costo Wolfgang Schäuble,dell’Unione Cristiano Dmocratica, severo censore dei conti italiani (e greci), ma il socialdemocratico Olaf Scholz, che fu braccio destro del centrista Gerhard Schröder ai tempi dell'«Agenda 2010» che rilanciò la Germania. Si spera che faccia altrettanto per il bene di un’Europa federale e non più a trazione germanica. Matteo Salvini ha idee molto diverse sul rapporto che deve intercorrere tra lo Stato-nazione e l’Ue, e così Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Una volta che vinceranno le elezioni, prospettiva assai probabile, i temi sul tappeto saranno gli stessi di oggi. Alto, altissimo debito pubblico (il rapporto debito/Pil deve scendere sotto al linea Maginot del 60%, non una bazzecola per l’Italia state che oggi si stabilizzata sul 132%!), linea del deficit tendente allo zero (lo vuole l’Europa), spending review da rimettere in moto (non so più quanti governi hanno affrontato il problema e nessuno ha dimostrato di poter incidere). E, infine, c’è il problema dell’ondata migratoria che non si ferma. Che fare? Nessuno sembra avere la ricetta giusta per riportare il Paese nel gruppo-guida di questa scalcagnata Unione Europea, dove a dirigere l’orchestra è un uomo che ha governato il Lussemburgo, forte della sua popolazione di nemmeno 600 mila abitanti. Tra le altre considerazioni, un paradiso fiscale nel cuore del’Europa. E nessuno sembra scandalizzarsi. Nel 2014 l’allora presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, avrebbe potuto e dovuto pretendere un atteggiamento di maggiore apertura da parte della Germania e dei Paesi nordici verso i problemi del Belpaese, proponendo la mutualizzazione del nostro gigantesco debito pubblico fissando l’asticella per la costruzione di un’Europa davvero federale sul modello degli Stati Uniti d’America. Aver mandato la Mogherini ad occupare il posto di rappresentante europeo per la politica estera europea non è stata una manovra che ha dato i frutti sperati. Sì, perché la politica estera della Ue non la fa la Mogherini ma i singoli Paesi membri. E Renzi lo avrebbe dovuto sapere. In patria il nostro ha rovinato il Pd, circondandosi di collaboratori accondiscendenti e regalando Palazzo Chigi al centrodestra, Anche Silvio Berlusconi ha combinato sciocchezze inenarrabili, sbattendo fuori dal suo entourage prima Follini, poi Casini, poi Fini, poi Fitto, poi Verdini e il prode Alfano. Per rientrare in partita grazie al Patto del Nazareno e gli incommensurabili errori del segretario Pd Matteo Renzi. Il quale ultimo ha sbattuto fuori dal suo partito Civati, Bersani  e C. per tenersi stretti ex berlusconiani come Verdini e Lorenzin. Della serie, la coerenza non è di questo mondo. Da riflettere, infine, sul triste fatto che a decidere il futuro governo non saranno gli elettori (i quali avranno serie difficoltà di scelta del candidato, non essendo previsto con il Rosatellum il voto disgiunto) ma Sergio Mattarella. Come prima di lui a prendere questa ardua decisione è stato il suo predecessore al Quirinale Giorgio Napolitano. Non c’è male per essere l’Italia un Paese democratico. Ma forse un tempo lontano  lo  stato e non lo è più. Inevitabili nuove elezioni a breve Sempre che il popolo lo richieda. Di questo ho i miei forti dubbi. Visto quel che nel passato recente è accaduto. Napolitano docet. Speriamo che Mattarella non lo segua su questa strada. Secondo alcuni attenti osservatori il Partito democratico rischia di non superare quota 20 %, una soglia disastrosa che metterebbe veramente a rischio la segreteria renziana. Con un risultato addirittura inferiore a quello raggiunto dal Pd di Bersani 5 anni fa. In quell’anno i democratici raggiunsero il  25 %. Sarebbe un risultato così basso per il Pd che darebbe il via alla sempre più probabile riconquista di Palazzo Chigi da parte di un centrodestra tonificato dalle fragilità del progetto di Matteo Renzi e del suo gruppo dirigente. Insomma, ujn fallimento su tutta la linea. Il  40,8 % delle europee di 5 anni fa un nostalgico ricordo.

Marco Ilapi, 12 febbraio 2018

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Esplode il partito di Alfano, anche Quagliarello lascia

Le contraddizioni, prima e poi, saltan fuori. Se il grande partito berlusconiano è andato in crisi è per una motivazione non proprio edificante. Silvio Berlusconi è stato fatto fuori. Cacciato dal Senato, umiliato (ma ha evitato gli arresti domiciliari dopo la sentenza di condanna per frode fiscale) con l’assegnazione ai servizi sociali in alla casa di riposo Sacra Famiglia a Cesano Boscone, il suo Pdl, poi diventato Forza Italia, si è frantumato i più rivoli. Abbandonato dal suo ex segretario particolare, Angelino Alfano, poi da Raffaele Fitto, quindi dal’ex fedelissimo Sandro Bondi e compagna, poi da Verdini, Silvio è rimasto un po’ solo soletto con le sue donne, Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi e uno sparuto gruppo di parlamentari che se qualche anno fa costituivano la struttura portante della sua compagine, oggi meditano di transumare, chi nel partito della nazione di Matteo Renzi, nei Conservatori e Riformisti dell’esponente politico pugliese (piccola chiosa: i fittiani si proclamano conservatori o si proclamano riformisti? Non stanno bene insieme: o sono l’uno o sono l’altro. Gli elettori capiranno? Non è che gli opposti si attraggono, come nella legge chimico-fisica…, non in politica) o, addirittura nella Lega Nord di Matteo Salvini (il caso di Barbara Saltamartini).. Insomma il partitino di Alfano si sgretola sempre più. L’abbandono del suo coordinatore, una figura di primo piano come Gaetano Quagliarello conferma (se ce ne fosse stato ancora bisogno) che l’NCD si sa accostando sempre più al partito del premier. C’è chi ipotizza che se Renzi aprisse a una riforma dell’Italicum, eliminando il premio alla lista unica per attribuirlo alle coalizioni, il fuggi fuggi dall’ Ncd cesserebbe. Molti osservatori ritengono probabile che il ragazzo di Rignano sull’Arno ha una voglia matta di accogliere in una lista unica, assieme al Pd, i candidati del partitino dello zero virgola di Angelino: “Diventerebbe una scialuppa di salvataggio che si può offrire a pochissime persone. E non è politica”, dicono. Ma sarebbero in pochi ad usufruirne. E la decisione competerebbe a Matteo. Tutt’altra cosa un premio alla coalizione. Questo permetterebbe all’ Ncd di fare la lista “Moderati per Renzi”, alleata al Pd. Ma la scissione, sostengono molti altri, è comunque inevitabile: approvata la riforma del Senato, fatta la legge elettorale, chiusa la legge di stabilità sono venute meno le ragioni di urgenza che nella crisi economica e di sistema avevano giustificato la strana alleanza di un partito ex berlusconiano con la sinistra. Molti deputati e senatori di Ncd hanno elettori e biografie legate alla destra, qualcuno anche alla destra missina, e ritengono impraticabile qualsiasi genere di rapporto elettorale con il centrosinistra. Un bel rebus per Renzi. Sta sfasciando il suo partito, accoglie nel Pd, chicchessia con una disinvoltura che fa male, molto male, alla sana politica, mentre intorno a lui si stanno attrezzando uomini rapaci che continuano con analoga disinvoltura a fare affari a Roma come a Milano. Gli arresti nella città meneghina e nella capitale confermano che i maggiori problemi per una classe politica fortemente inadeguata (e che pure si bea di avere avviato riforme costituzionali importanti) sono il malaffare, il non avere coraggio di fare una spending review decente. Le ultime news, infatti, sembrano dare pure il prof. Roberto Perotti abbandonare l’incarico di tagliare le spese superflue del nostro elefantiaco Stato. Dopo le dimissioni di Carlo Cottarelli, bisogna digerire anche queste. E nessuno osa criticare il premier. Che ne sta combinando una più di Bertoldo. Legge elettorale pessima. Nuova configurazione del Senato ridicola. Una vera spending review alle calende greche. Se questo è un premier… Meglio Enrico Letta. Almeno era persona seria.

Marco Ilapi – 15 ottobre 2015

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