Il dilemma di Palazzo Chigi, ascoltare Vito Crimi o il Pd?

(Abbiamo bisogno) dei soldi europei che servono al nostro paese, e non solo al nostro, per non chiudere i battenti per sempre; e al pericolo che ci sta facendo correre. Durante la conferenza stampa di ieri, al minuto 19 e 41 secondi, il presidente del Consiglio ha detto che l’accordo raggiunto l’altroieri all’Eurogruppo, salutato con grande entusiasmo dal ministro del Tesoro Roberto Gualtieri e dal commissario europeo Paolo Gentiloni, se rimarrà così com’è non lo firmerà quando gli sarà sottoposto al Consiglio europeo della seconda metà di aprile. Conte vuole gli eurobond, i coronabond o il recovery fund, a seconda di come li si voglia chiamare, un impegno mutualistico europeo che l’accordo dell’Eurogruppo ha reso possibile grazie all’impegno politico dell’Italia e della Francia in particolare, ma ancora di là da venire. L'editoriale del direttore de Linkiesta Christian Rocca.

Conte a Bruxelles: "O gli Eurobond o la morte (dell'Italia)!

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L'Europa

  • Pubblicato in Esteri

Mossa Gentiloni-Breton "Un fondo per la rinascita con bond a lunga scadenza"

Serve un Fondo per la rinascita che attraverso l’emissione di bond raccolga 1500-1600 miliardi di euro. La proposta non è solo il segnale che l’asse italo- francese si salda anche a Bruxelles. È qualcosa di più: il testo firmato da Paolo Gentiloni e Thierry Breton, pubblicato sul la Faz online, fa scendere in campo la Commissione europea — o almeno un suo pezzo importante — nell’aspro dibattito tra governi sugli Eurobond. E lo fa con un preciso obiettivo: convincere Germania, Olanda, Austria e Finlandia che l’emissione di titoli comuni non costituirà un azzardo morale, che i loro soldi non andranno sprecati. Al contrario, potrebbero essere gestiti dalla Commissione europea per finanziare il grande Piano Marshall con il quale Ursula von der Leyen intende far uscire l’Europa dalla peggior recessione degli ultimi 70 anni puntando tutto sui settori del futuro (e cari in particolare ai nordici): verde e digitale.

A scriverlo sono due commissari di peso, appunto Gentiloni e Breton, rispettivamente titolari di Economia e Industria. Lo fanno per raggiungere i diversi punti di vista sparsi per il Continente. E soprattutto intervengono nel dibattito a poche ore dal decisivo Eurogruppo di domani, la riunione dei ministri delle Finanze chiamata a varare le misure anti-crisi.

Un tempismo studiato dai due firmatari e probabilmente concordato con una serie di capitali. Non a caso, i due si legano proprio alla proposta di creare un Fondo Ue coniata dal ministro delle Finanze di Parigi, Bruno Le Maire, e sostenuta dai governi di Italia (ieri il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, ha apprezzato la mossa Gentiloni-Breton), Spagna e degli altri Paesi amici della solidarietà, una decina di nazioni di tutte le aree geografiche dell’Unione. Gentiloni e Breton parlano di «un Fondo europeo espressamente concepito per emettere obbligazioni a lungo termine». E ancora, «uno strumento di finanziamento non convenzionale con una governance che consenta di evitare qualsiasi "moral hazard"» e destinato esclusivamente al sostegno di misure «legate alla crisi attuale ». Come dire, non si tratta di mutualizzare per sempre i debiti nazionali, ma un’emissione una tantum con risorse governative destinata solo a reagire alla recessione da Covid. A ulteriore garanzia, i commissari propongono di riversare i soldi nel bilancio dell’Unione «per anticipare e poi completare » l’aumento delle sue capacità auspicato da von der Leyen per il Piano Marshall Ue.

Anche le cifre assomigliano molto a quelle chieste da Conte, Macron e Sanchez: «1500-1660 miliardi ». Ammontare al quale Gentiloni e Breton arrivano con un calcolo politicamente ragionato. Ricordano che la Germania ha messo in campo il 10% del Pil nazionale, lasciando implicitamente capire che non tutti i governi dispongono di simili risorse. E poiché è necessario garantire che la crisi da Covid-19 non alteri la concorrenza tra europei in favore delle industrie dei Paesi più ricchi («nessuna economia deve restare vittima isolata della pandemia»), suggeriscono di mobilitare il 10% del Pil dell’Unione. Appunto un trilione e mezzo.

Insomma, così come per Roma e Parigi, anche per i due commissari Ue non bastano i 750 miliardi messi in campo dalla Bce, la sospensione del Patto di stabilità e il pacchetto in arrivo sul tavolo dell’Eurogruppo di domani con tre misure da 540 miliardi. «Serve un quarto pilastro di finanziamenti », scrivono Gentiloni e Breton. Dialettica uguale a quella di Italia e Francia. Che sia la mossa decisiva non è detto, di sicuro è un altro robusto tassello per sminare gli ancestrali timori dei nordici legati alla condivisione dei debiti.

Alberto D’Argenio – la Repubblica – 6 aprile 2020

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L’esempio in Europa

A qualunque costo! Che cosa sarebbe accaduto all’euro se nel luglio 2012 Mario Draghi, anziché dire che la Banca centrale europea avrebbe difeso l’euro «costi quel che costi», avesse annunciato un numero, una quantità anche immensa di acquisti di titoli pubblici? I mercati lo avrebbero messo alla prova e, speso quell’ammontare, alla Bce non sarebbero rimaste che due strade: perdere la propria reputazione e andare oltre il limite che aveva annunciato, oppure abbandonare l’euro. Qualunque strada avesse scelto, la moneta unica non ci sarebbe più. Analogo è oggi il problema di come usare il bilancio pubblico per far fronte all’epidemia del Covid-19. È sbagliato partire da un numero massimo di tagli di tasse e aumenti di spesa. Non sappiamo di quale intervento ci sarà bisogno per arginare l’effetto dell’epidemia sull’economia. Quando rallenterà la diffusione del contagio? Dovranno essere estese le zone rosse? Quanti Paesi, e quanto a lungo, proibiranno ai nostri imprenditori di viaggiare, frequentare le fiere, incontrare i clienti? Nessuno oggi lo sa. Il governo ha già annunciato misure per 3,6 miliardi di euro. Basteranno? Probabilmente no anche nelle ipotesi più ottimiste. Come si può pensare che un intervento che vale lo 0,2 per cento del Pil riesca ad arginare uno choc che ha fermato interi settori, dal turismo alle fiere, e intere province? Come nell’esempio della difesa dell’euro non bisogna annunciare un numero, ma un obiettivo irrinunciabile. Innanzitutto, costi quel che costi, medici e ospedali devono essere posti in condizione di funzionare. Si chieda ai primari dei reparti di che cosa hanno bisogno e gli venga concesso nel più breve tempo possibile. I dipendenti di imprese che a causa dell’epidemia hanno visto svanire gli ordini devono essere protetti, che godano dei benefici della Cassa integrazione o no, che abbiano contratti a tempo definito o a tempo indeterminato. Idem per gli autonomi la cui attività non sia nella forma di una società a responsabilità limitata. Le tasse dovranno intanto essere rinviate nelle zone rosse e gialle, poi si vedrà. Le imprese non devono fallire a causa dell’epidemia: ciò significa ampia liquidità per far fronte alla caduta della produzione. In altre parole occorre evit"re che allo choc all’offerta, causato dall’interruzione delle catene produttive (ad esempio perché il fornitore cinese di un pezzo essenziale non produce più), si sommi uno choc alla domanda, causato dalla caduta dei consumi privati, costi quel che costi. La politica economica non è in grado di riparare uno choc all’offerta, ma di impedire che ad esso si sommi una caduta della domanda, questo sì. Gli Stati Uniti lunedì scorso hanno messo in campo la Banca centrale annunciando un taglio dei tassi di interesse. È stato un intervento contro-producente perché nessuno crede che con tassi di interesse ormai vicino a zero (o addirittura negativi nell’area dell’euro) la politica monetaria sia lo strumento da usare. Mi aspetto che a breve il presidente Trump annunci un grande programma fiscale, un intervento sulle tasse, simile nella dimensione a quello messo in campo da Barack Obama nella primavera del 2009 e che valeva quasi 5 punti di Pil. Nell’eurozona un simile intervento dovrebbe e"sere deciso dall’unione europea. Ma purtroppo siamo ancora lontani da poter attuare una politica fiscale comune. Il commissario europeo Paolo Gentiloni nell’intervista di ieri al Corriere ha fatto chiaramente intendere che Bruxelles non bloccherà interventi giustificati dalla gravità dello choc. Ma devono essere interventi realistici e mirati alla difesa e al rilancio dell’economia. Infine dovremmo ricordarci che le crisi offrono anche opportunità spesso non disponibili in tempi normali. Il piano fiscale straordinario che il governo si appresta ad annunciare dovrebbe essere accompagnato da qualche intervento strutturale. La Cassa integrazione in deroga potrebbe essere estesa stabilmente a tutti. C’è la difficoltà che alcuni lavoratori oggi non pagano il contributo che finanzia la Cassa. Si potrebbe pensare a una fase straordinaria in cui essi accedono ai benefici della Cassa anche senza avervi contribuito, seguita da un ritorno alla normalità in cui cominciano a pagare i contributi. Ma il punto che tutti hanno diritto alla Cassa potrebbe essere acquisito. Rispondere alla crisi significa non solo difendersi ma anche puntare lo sguardo più avanti. I tanti progetti di semplificazione finiti nei cassetti dei ministeri potrebbero essere resuscitati. Nelle difficoltà di queste settimane si è capito quanto sia importante poter lavorare a distanza, dalle scuole, alle università, alle imprese. Per le aziende, e non solo, questo si chiama «industria 4.0». Approfittare dell’emergenza per dare al Paese il segnale del quale ha bisogno: «Siamo pronti, a qualunque costo» a reggere alla crisi e, soprattutto, a ripartire.

Francesco Giavazzi – Corriere della Sera – 5 marzo 2020

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