Il Colle teme che dopo l'emergenza possa aprirsi una crisi al buio

Anche per i politici si avvicina la «fase 2», che nel loro caso significa tornare alle vecchie abitudini: liberi tutti e fine della tregua più o meno ipocrita imposta dall'emergenza. Non a caso le manovre di palazzo sono già ricominciate. Nella maggioranza, Cinque stelle e Pd litigano sul Mes; l'opposizione ritira la mano tesa al governo; tra gli ottimati della Repubblica (tecnici, banchieri, super-manager e grand commis) si aggira inquieto il fantasma del governo di salute pubblica che subentrerebbe qualora quello in carica dovesse collassare. Insomma, non è ancora finito il lockdown e già tornano a circolare i soliti scenari di crisi.
Al Quirinale ovviamente lo sanno, anche perché i segnali di scollamento sono sotto gli occhi di tutti: lo scontro Stato-Regioni, i soldi a famiglie e imprese che arrivano col contagocce, una trattativa europea dall'esito molto dubbio. Si aggiungano i passi falsi del governo e gli eccessi televisivi del premier: figurarsi se Sergio Mattarella non nota tutte queste sbavature. Ma chi lo frequenta esclude che, per quanto Giuseppe Conte possa sembrare in bilico, il presidente arrivi al punto da incoraggiare le congiure ai suoi danni. Anzi, è sicuro che i tentativi di mettere in piedi un «governissimo» vengono seguiti con scetticismo e una buona dose di apprensione.
La deriva grillina Sul Colle c'è enorme stima per Mario Draghi, che la Lega prima detestava e invece adesso invoca come salvatore della patria. Ma davvero si metterebbe in gioco? E se non lui, quale altro jolly pescare dal mazzo? I nomi che circolano sono tutti apprezzati, ma non vengono da lassù. Tra l'altro un governo esiste già, è quello di Giuseppe Conte, forse l'unico che i Cinque stelle sarebbero disposti a sostenere. Se cadesse, i grillini verrebbero ricacciati su posizioni estreme, radicalizzati alla Di Battista tanto per intendersi. Col risultato paradossale che la forza politica più numerosa in Parlamento finirebbe in gran parte all'opposizione. Per dar vita alle larghe intese, il Pd dovrebbe accordarsi direttamente con Salvini. Sulla carta sarebbe possibile, tanto ormai siamo abituati a tutto; in pratica però sembra lecito dubitarne. Al voto con la mascherina Secondo ostacolo a un eventuale governo Draghi: per arrivarci bisognerebbe che qualcuno aprisse la crisi. Ma le crisi sappiamo come cominciano, mai come vanno a finire. E' tutto da dimostrare che dal caos possa emergere una maggioranza vasta e coesa. Manca la capacità di fare squadra, il giusto spirito di unità nazionale: lo dimostra il fallimento della cabina di regia tra maggioranza e opposizione, con il premier che - va detto - ci ha messo del suo. Soprattutto manca una piattaforma comune sul da farsi. Pesano come macigni le posizioni anti-Mes e anti-coronabond espresse da Salvini, che lo rendono improponibile. Un governo con la Lega dentro dovrebbe rinunciare a decine di miliardi di aiuti dall'Europa. Comporre il puzzle dei programmi sarebbe impresa da titani. Con un pericolo che ai piani alti è ben presente: quello di infilarsi dentro il tunnel di una crisi al buio e senza sbocchi. Settimane di consultazioni inconcludenti mentre l'Italia avrebbe bisogno di indicazioni rapide su quando e come ripartire. Per prendere infine tragicamente atto che il «governissimo» della concordia appartiene al libro dei sogni, e dover tornare alle urne a settembre, tutti in fila ai seggi con la mascherina per eleggere un altro Parlamento di quasi mille onorevoli, delegittimato prima ancora di venire al mondo. Un incubo quasi peggio del virus.

Ugo Magri – La Stampa – 19 aprile 2020

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Uno "scudo" per l'emergenza

Tra i tanti peccadillos delle democrazie parlamentari che le rendono la peggiore delle forme di governo possibile ad eccezione di tutte le altre vi è anche la prassi dell’emendamento nottetempo che diventa parte della legge di conversione di un decreto-legge in prossimità dello scadere dei sessanta giorni. È un trucco che spesso consente le peggiori porcherie. Talvolta, però, è il mezzo che consente di far passare norme che un’opinione pubblica disattenta, facile alle chiamate alle armi via social media e inviperita di fronte agli errori/orrori di gestione della crisi attuale da parte dei decisori pubblici, viene troppo facilmente indotta a ritenere inaccettabili. In questi giorni circola anche via Whatsapp un testo dal titolo «Scovato il “Salva Conte” tra le pieghe del “Cura Italia”», secondo cui un emendamento, ora saltato, di parlamentari del Pd sarebbe servito «a salvare Conte, Borrelli, Arcuri e compagni da qualsiasi rischio di accusa (anche penale) per le negligenze gravi che hanno causato vittime e danni, in questa emergenza». L’articolo che circola sui social media tace sul fatto che un emendamento sostanzialmente identico era stato proposto da Matteo Salvini (che, in questa logica complottista, sarebbe stato mosso dall’intento di «salvare» i compagni di partito ai vertici delle istituzioni della Lombardia). Ma, a parte questa distrazione, quell’articolo ha pur sempre il merito di riportare il testo dei famigerati emendamenti. Essi avrebbero limitato «ai soli casi di dolo o colpa grave la responsabilità civile, penale e amministrativocontabile dei titolari di organi di indirizzo o di gestione che, nel corso dell’emergenza sanitaria in atto, nell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, anche normative od amministrative, abbiano adottato ordinanze, direttive, circolari, raccomandazioni, pareri, atti o provvedimenti comunque denominati, la cui concreta attuazione, da parte delle strutture sanitarie e socio-sanitarie, degli esercenti le professioni sanitarie, degli enti preposti alla gestione dell’emergenza o di altri soggetti pubblici o privati tenuti a darvi esecuzione, abbia cagionato danni a terzi». Inoltre, la «valutazione della gravità della colpa … è operata anche in considerazione della eccezionalità e novità dell’emergenza, dei vincoli di spesa previsti a legislazione vigente in materia di servizio sanitario nazionale e della difficoltà di reperire tempestivamente dispositivi medici e di protezione individuale sul mercato nazionale ed internazionale». Dovrebbe bastarne la lettura per capire che questi emendamenti rispondevano a un’esigenza reale. Come è quanto mai opportuno proteggere i medici dai rischi di azioni giudiziarie per gli errori più o meno gravi che possono fare in una situazione di assoluta emergenza e di mancanza di solide conoscenze scientifiche sul coronavirus come quella attuale, così sarebbe importante che coloro che hanno la difficile responsabilità di prendere decisioni gestionali e amministrative in una fase di estrema incertezza, nella quale ogni singola scelta può salvare o togliere vite umane ma al contempo intaccare il tenore di vita di un’intera popolazione, potessero farlo senza considerare, tra i vari fattori, il rischio di rimetterci la libertà personale o il patrimonio per mera colpa. Da famigliari di un paziente vorremmo che il medico arrischi una cura nuova e dagli esiti incerti se è l’unica speranza per salvare la vita dei nostri cari. Similmente, dovremmo auspicare che i decisori pubblici non si facciano guidare dalla stella polare del «tergaprotezionismo» quando prendono decisioni gravide di conseguenze per la popolazione in condizioni di enorme incertezza. È chiaro che, come singoli medici possono aver sbagliato in buona fede nella cura di alcuni pazienti o nell’organizzare il triage nel proprio ospedale, così innegabilmente i nostri politici hanno commesso errori dagli effetti più o meno esiziali in termini di vite umane o tenore di vita degli italiani: di essi risponderanno di fronte agli elettori. Ma medici, amministratori e politici operano in un contesto giuridico nel quale spesso manca la consapevolezza da parte dei magistrati che è facile giudicare negligente (e invero: anche gravemente negligente) un comportamento con il beneficio del senno e delle informazioni di poi. Se devono risponderne anche per semplice colpa davanti ai giudici penali, civili e contabili, essi tenderanno a preferire la minimizzazione, sempre e comunque, del rischio per la salute o per l’economia; ma quando il rischio per l’una o per l’altro, se non per entrambe, come nelle circostanze che stiamo vivendo, è insopprimibile, l’esposizione al rischio di responsabilità personali non può che indurre molti a non voler assumere proprio posizioni di responsabilità pubblica. Sarebbe lasciato campo aperto a chi ha meno da perdere, in termini non solo di patrimonio personale ma anche di reputazione. I tanti che si lamentano, con molte ragioni, della qualità del nostro ceto politico di questi tempi potrebbero trovare l’infelice conseguenza anche troppo familiare.

Luca Enriques – Corriere della Sera – 18 aprile 2020

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Quello che non dicono o non ricordano i nemici del Cattivissimo Mes

Con varie sfumature di ipocrisia, Salvini, Meloni e il M5s (costretto ora alle capriole per difendere Conte) hanno trasformato la battaglia contro il Fondo salva stati nella loro principale battaglia identitaria. Perché la battaglia contro il Fondo salva stati è lo specchio perfetto del cialtronismo populista. Appunti per il futuro L’incredibile e per certi versi spassoso dibattito nato attorno al Meccanismo europeo di stabilità (il famoso Cattivissimo Mes) ha avuto il merito di illuminare due fuochi importanti del dibattito politico italiano. Un primo fuoco è quello che abbiamo illuminato la scorsa settimana ed è un fuoco che riguarda l’Europa, che nonostante mille difficoltà ha mostrato di essere più viva che mai e nel giro di un mese ha mobilitato risorse per 2.700 miliardi di euro (tra Bce, fondo Sure, Bei, allentamento dei patti di stabilità e modifiche delle clausole del Mes) e ha creato le condizioni per mobilitare altri 3.000 miliardi di euro (che verranno messi in circolo nel giro di pochi mesi attraverso i bond utilizzando un sistema di emissione di titoli di stato europei già previsto nel fondo Sure contro la disoccupazione). Il secondo fuoco, che è quello che merita di essere passato in rassegna oggi, riguarda invece tutti coloro che con varie sfumature di ipocrisia, al grido di “dateci gli Eurobond”, hanno scelto di trasformare la battaglia contro il Mes nella loro principale battaglia identitaria, e studiare i soggetti che hanno scelto di presidiare questo fronte può essere utile per mostrare la strumentalità delle loro posizioni. I nemici del Mes rimproverano il governo di aver calato le brache e di aver attivato il fondo all’insaputa del Parlamento (sono minchiate: l’Europa ha trovato un compromesso per modificare il Mes e permettere ai paesi più in difficoltà di avere accesso a linee di credito del Fondo salva stati senza condizionalità fino a somme pari al due per cento del pil nazionale per spese dirette e indirette legate alla sanità, il Mes non è stato attivato ma è stata solo modificata una clausola del suo utilizzo) ma più che concentrarsi sul merito delle critiche è interessante studiare il pulpito delle critiche e da questo punto di osservazione si scopriranno cose interessanti. Si scoprirà, per esempio, che il governo che ha trattato per modificare in modo strutturale il Fondo salva stati non è quello contro cui Salvini oggi lotta ma è quello di cui Salvini era azionista di maggioranza fino a un anno fa, ai tempi in cui il suo notorio garbo istituzionale lo portava a pontificare in mutande alla nazione da una discoteca della riviera (gli ammiratori di Orbán e di Putin che denunciano la dittatura di Conte potrebbero dare sollievo ai comici italiani da mesi disperati per la perdita al governo della naturale comicità veicolata da Toninelli). Si scoprirà, per esempio, che i maître à penser dei nemici del Fondo salva stati, pensiamo per esempio all’onorevole Giulio Tremonti, economista di riferimento dell’internazionale sovranista del nostro paese, erano gli stessi che dieci anni fa si attivarono per istituire il Mes e come ha ricordato sabato scorso su Twitter il nostro Luciano Capone “l’istituzione del Mes fu decisa nel 2011, con l’Eurogruppo dell’11 marzo, con Giulio Tremonti presente, e con il Consiglio europeo del 25 marzo, con Silvio Berlusconi presente, e in quelle occasioni si modificò l’articolo 136 del Trattato Ue proprio per consentire agli stati della zona euro di istituire il Mes”.

Si scoprirà, ancora, che il leader di uno dei molti partiti che oggi criticano il Mes, come ha giustamente ricordato Giuseppe Conte venerdì scorso in conferenza stampa, nel 2012 faceva parte della stessa maggioranza che ratificò in Parlamento la modifica del Mes e per quanto possa essere dura per Giorgia Meloni ammetterlo, di quella maggioranza faceva parte anche lei, ed è vero che il giorno della firma del Mes in Parlamento Giorgia Meloni non c’era ma è anche vero che Giorgia Meloni all’epoca scelse di rimanere nel Pdl e di sostenere il governo Monti nonostante il voto favorevole che il suo vecchio partito diede al Mes. Si scoprirà tutto questo ma si scoprirà anche molto altro e si scoprirà per esempio che la stessa Giorgia Meloni che oggi rimprovera al governo Conte di non aver combattuto a sufficienza per portare a casa gli Eurobond un anno fa scelse di invitare come ospite d’onore ad Atreju lo stesso leader della destra olandese Thierry Baudet che la scorsa settimana è risultato essere il primo firmatario di una delle risoluzioni al Parlamento dell’Aia che hanno impegnato il governo dei Paesi Bassi a non accettare né Eurobond né allentamento delle condizionalità per accedere al Mes. Si scoprirà tutto questo ma si scoprirà molto altro e si scoprirà che lo stesso Movimento 5 stelle che aveva scritto nel suo programma elettorale di voler abolire il Fondo salva stati (salvo aver dato lo scorso anno mandato all’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria di trattare in Europa per modificare il Mes, e non per abolirlo) oggi è costretto a fare le capriole per difendere il proprio presidente del Consiglio che il Mes non lo ha attivato, certo, ma che comunque dal Cattivissimo Mes prenderà circa 34 miliardi di euro, senza condizionalità, per finanziarie alcune spese sanitarie, e che come spesso gli è capitato negli ultimi due anni per tentare di dare credibilità all’Italia dovrà fare di tutto per non dare credibilità alle promesse elettorali del suo partito di riferimento. Si scrive Mes, si legge Italia.

Claudio Cerasa – Il Foglio – 13 aprile 2020

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