Conte 2 sull'orlo di una crisi di nervi

L’immagine che la compagine di governo sta dando è desolante: divisi su tutto. In queste condizioni la sessione di bilancio arranca, accumulando ritardi clamorosi. Con ogni probabilità per la prima volta nella storia della Repubblica la Camera dovrà accettare a scatola chiusa quanto questa settimana verrà votato al Senato. Un testo ancora in fase di limatura, ma che a Montecitorio arriverà blindato e che passerà a colpi di fiducia a ridosso del Natale. Se così non fosse, si concretizzerebbe lo spettro dell’esercizio provvisorio. Ma se un simile strozzamento del dibattito parlamentare fosse stato attuato da un governo di centrodestra, già si parlerebbe di colpo di Stato, o poco meno. Il commento di Anselmo Del Duca su Il Sussidiario.

A Palazzo Chigi si litiga sempre di più. Conte rischia

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I veri numeri del salva-Stati

Cosa spinge alcuni politici a usare termini mai utilizzati prima, come «alto tradimento» (Salvini) o «sangue degli italiani» (Meloni), per una vicenda come il fondo salva-Stati?

Da un lato la risposta è ovvia: è un tema che evoca paure e rabbie profonde, con tutti gli ingredienti che già fecero la fortuna dell’impresa di Fiume un secolo fa, e poi di Mussolini: le altre potenze europee che ci umiliano, i nostri politici che ci svendono allo straniero, la plutocrazia internazionale che ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Ma non è solo opportunismo: molti, e forse in parte gli stessi politici, ci credono veramente. Semplificando molto, sono due i punti più roventi della polemica.

Il primo: "Il Mes è servito e servirà solo per salvare le banche francesi e tedesche". Per Salvini queste hanno ricevuto il 95 per cento dei fondi per la Grecia; per l’onorevole Borghi (Lega), in un intervento alla Camera in luglio, queste hanno ricevuto 60 miliardi dall’Italia. Il secondo: "L’Italia paga per aiutare gli altri ma non potrà accedere ai prestiti se ne avrà bisogno".

In realtà, il contributo netto dell’Italia alle banche francesi e tedesche fu di meno di 3 miliardi, un ventesimo dei 60 miliardi di cui parla Borghi; e l’Italia può accedere ai prestiti più importanti del Mes. Non solo, ma è facile mostrare che proprio il Mes che vorrebbero Salvini e Meloni farebbe ciò che essi giustamente criticano: utilizzerebbe i soldi del contribuente per ripagare in pieno tutte le banche.

Tra il 2010 e il 2015 l’Eurozona fece due prestiti alla Grecia (il terzo intervento ha riguardato solo minimamente le banche). In totale, 206 miliardi (inclusi 10 miliardi del Fmi) che il governo greco utilizzò per acquistare il proprio debito detenuto da vari creditori, per pagare interessi, per indurre i creditori ad accettare la ristrutturazione, e per ricapitalizzare le banche domestiche.

Escludiamo le risorse affluite a creditori pubblici, alle banche greche; e alle banche fuori dell’Eurozona. Rimane un aiuto alle banche dell’Eurozona di 56 miliardi, e a quelle francesi e tedesche di 36 miliardi: il 17 per cento degli aiuti totali, non il 95 per cento di cui parla Salvini.

Per i trattati, l’Italia è "responsabile" al massimo per il 18 per cento dei prestiti Mes, quindi l’aiuto italiano alle banche francesi e tedesche fu di 6,5 miliardi. Ma anche le banche italiane detenevano titoli greci, e hanno beneficiato per circa 8 miliardi, di cui Francia e Germania sono "responsabili" per quasi la metà. L’aiuto netto dell’Italia alle banche francesi e tedesche è stato quindi meno di 3 miliardi (i dettagli di tutti questi calcoli in un mio contributo a lavoce.info).

I 56 miliardi alle banche dell’Eurozona sono comunque troppi. Sono il frutto soprattutto del primo prestito del 2010, che ripulì i bilanci delle banche del debito greco a spese del contribuente. Nel 2012 l’Eurozona decise di far pagare anche alle banche il costo dell’intervento, con la ristrutturazione del debito greco. Ai critici dell’operato passato del Mes questo dovrebbe piacere, eppure essi continuano a criticare il nuovo Mes perché prevede (come il vecchio, peraltro) la possibilità di ristrutturare il debito, e obbliga a estrarre dalle banche stesse tutte le risorse possibili prima di utilizzare soldi del contribuente per aiutarle. Insomma, proprio Salvini e Meloni di fatto vorrebbero usare i soldi del contribuente per ripagare in pieno tutte le banche.

Veniamo alla seconda critica: "L’Italia paga per aiutare gli altri ma non potrà accedere ai prestiti se ne avrà bisogno". Il Mes può fare tre tipi di prestiti. Per i casi meno gravi c’è la ormai famosa "linea di credito precauzionale", per cui è necessario rispettare certi parametri di bilancio e altre condizioni (al contrario di quanto molti credono, tutto ciò era già nel vecchio Mes, anche se non nel trattato, ma nelle linee guida di applicazione). Al momento, l’Italia non soddisfa almeno una di queste condizioni; ma neanche la Francia e forse la Germania le soddisfano tutte e, strettamente parlando, sarebbero tagliate fuori! Ma gli altri due tipi di prestiti, molto più importanti, non sono sottoposti a queste condizioni e sono accessibili all’Italia.

Certo, tutti e tre i prestiti richiedono che il debito del Paese sia "sostenibile" (anche questa clausola c’era già nel vecchio Mes, anche se ancora una volta per due tipi di prestiti bisognava leggere le linee guida di applicazione per scoprirlo). Ma "debito sostenibile" non significa affatto che debba essere sotto il 60 per cento del Pil, come credono in molti: se fosse così, solo Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda e Slovacchia potrebbero accedere ai prestiti. È perfettamente possibile che oggi la Commissione (cui, al contrario di quanto hanno scritto molti, spetta ancora l’ultima parola in materia) giudichi il debito italiano sostenibile.

Questi sono i numeri e i fatti. Non mi illudo che servano a molto, ma non fa bene lasciar passare tutto.

Roberto Perotti – la Repubblica – 4 dicembre 2019

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Le Sardine, quei giovani adulti

Ormai sono un movimento. Spontaneo, per ora. Le Sardine. Dopo la manifestazione di Bologna, di due settimane fa, hanno riempito altre piazze. In Emilia-Romagna, ma anche altrove. In Piemonte, in Veneto.

Nel Sud, fino in Sicilia. E le iniziative non si fermano. Anzi. La risposta popolare, l’attenzione pubblica, il rilievo sui media si allargano.

Così, è probabile che le Sardine si insinuino in altre lagune, in altre piazze. L’interesse nei loro riguardi è confermato dall’atteggiamento di Matteo Salvini. Primo e principale "bersaglio" delle Sardine. In polemica contro il messaggio e le politiche leghiste. E, dunque, contro l’intolleranza e la xenofobia. L’ostilità verso lo straniero. Matteo Salvini, da parte sua, ha reagito diversamente, rispetto ad altre occasioni. Ha scelto l’ironia, il sarcasmo. Opponendo i "gattini" alle sardine.

Ha preferito, dunque, evitare la polemica diretta.

Salvini, d’altronde, conosce bene le logiche della comunicazione. Ogni sua scelta, ogni sua azione è verificata e orientata insieme alla sua "macchina da guerra mediatica".

La "Bestia". Guidata da Luca Morisi. Così ha scelto di non fare da amplificatore alle Sardine, che oggi nuotano in spazi delimitati. Ma potrebbero diffondersi ovunque. Peraltro, i volti delle Sardine e la biografia dei loro "promotori" delineano un profilo diverso rispetto ad altri movimenti, più o meno recenti. Sono giovani, ma non giovanissimi. Esprimono un indirizzo "politico", ma non "partitico". Richiamano, per questo, alcuni soggetti che si sono imposti negli ultimi anni. Il M5s, in particolare. Ma, aggiungerei, la stessa Lega di Salvini.

Ben diversa e lontana dalle Leghe regionaliste delle origini. E dalla Lega Padana di Bossi e Maroni. La Lega di Salvini è, dichiaratamente, Nazionale e di Destra. Come il Front — oggi Rassemblement — National, guidato dall’amica Marine Le Pen. Attori politici che riflettono e amplificano il disagio democratico diffuso nel Paese. Le Sardine segnalano lo spaesamento di settori sociali — generazionali — che faticano a riconoscersi nei principali attori del sistema politico. A destra. Ma anche a sinistra. Al governo.

E all’opposizione. Il paesaggio politico, d’altra parte, è troppo fluido per offrire riferimenti e luoghi. Stabili e sicuri. Così si spiega questa mobilitazione imprevista e imprevedibile. Sicuramente non organizzata. Fin qui. In parte, questi giovani avevano partecipato alle manifestazioni per il clima, rispondendo all’appello di Greta Thunberg. Ma, in questo caso, Greta e il clima c’entrano poco. C’entra, semmai, il "clima politico". Globale e, soprattutto, nazionale. E c’entra, ancor più, lo spaesamento di componenti sociali che non trovano ancore né orizzonti. Il disagio di giovani non più giovanissimi. E non ancora adulti. Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa, i principali animatori e promotori della manifestazione di Bologna, hanno intorno a 30 anni. Nelle indagini socio-demografiche vengono, spesso, classificati come "giovani adulti". Cioè: né giovani, né adulti. Oppure: quasi adulti, ma ancora giovani.

D’altronde, i confini tra generazioni si sono scoloriti e confusi, negli ultimi tempi. La giovinezza si allunga sempre più.

Secondo gli italiani (Osservatorio Demos, 2007), dura fino a cinquant’anni. Mentre si accetta di essere vecchi oltre gli 80.

Praticamente: dopo la morte… In altri termini, ci consideriamo giovani sempre più a lungo.

E spostiamo l’età adulta sempre più avanti. Così emergono le "generazioni ibride". Che vivono una transizione in-definita.

È questa, a mio avviso, la condizione dei "giovani adulti".

Quelli che, in questi giorni, riempiono le piazze. Schiacciati come Sardine. Abili a organizzare flashmob . Mobilitazioni improvvise. Una generazione globale, si dice. E digitale.

Sempre connessa, con lo smartphone e il tablet. Ma, per questo, minacciata dalla solitudine. Perché, in Rete, sei sempre con gli altri. Da solo.

Le Sardine: cercano ragioni e occasioni di visibilità. Ma, prima ancora, per stare insieme agli altri. Per trovare la propria identità. Per uscire dalla "periferia". Fra una generazione e l’altra. I "giovani adulti". Consapevoli che, per fare carriera nella professione, se ne debbono andare dall’Italia (2 su 3).

Come effettivamente avviene. Ma, al tempo stesso, convinti che sia possibile e necessario "progettare il futuro" (2 su 3).

Anche perché il futuro ce l’hanno davanti e non dietro le spalle, come la maggioranza della popolazione. I "giovani adulti" sono alla ricerca di piazze e di luoghi dove riconoscersi e farsi riconoscere. Evocando l’accoglienza. Senza ri-cadere nelle paure, che oggi ispirano il messaggio politico dominante. Perché insieme, animati da speranze, si sta meglio che soli e impauriti.

Le Sardine. Non è chiaro per quanto continueranno a nuotare nelle nostre piazze. Ma non penso che saranno i "gattini" a divorarle. È più facile, semmai, che trovino altri luoghi e altri modi per esprimersi. Tanto più se queste mobilitazioni permetteranno loro di trovare un’identità più precisa e decisa. E se i "giovani adulti" diverranno "adulti", senza rinunciare alla curiosità e all’inquietudine che pervadono la giovinezza.

Ilvo Diamanti – la Repubblica – 2 novembre 2019

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