Un 2019 bellissimo? I numeri dicono che sarà bruttissimo

Giuseppe Conte diceva, in un impeto di grande entusiasmo, assai poco riflessivo, che quest’anno sarà un anno bellissimo. E’ stato clamorosamente e ben presto smentito dai fatti, ossia dai numeri. Nei numeri, tante bugie. Inadatto a guidare il Paese. Ostenta un grande ottimismo, ma l’Italia è come il Titanic prima del naufragio. Luigi Di Maio, dal balcone di Palazzo Chigi nello scorso settembre urlava: “Abbiamo abolito la povertà!” Fosse stato minimamente rispondente a verità, i numeri avrebbero dovuto confortare le loro previsioni. Invece le cose stanno procedendo in tutt’altro modo. In tutt’altra direzione.

La crescita del Pil è sottozero (era +0,9% a ottobre, cinque mesi fa), l’occupazione al palo, i consumi pure, gli investimenti privati in territorio negativo, quelli pubblici non pervenuti. Lo stellone si chiama export: o riparte il commercio internazionale, o quest’anno si va sott’acqua. Con l’economia mondiale in flessione e i dazi di Trump all’orizzonte, non esattamente lo scenario più probabile per poter affermare che il 2019 sarà un anno bellissimo e che è stata abolita la povertà!

«Non ci sono opzioni indolori», dice Confindustria, e quando dice così pensa ai conti pubblici italiani, ipotecati per fare il reddito di cittadinanza e quota 100 che sono diventate leggi dello Stato con le ultime votazioni in Parlamento. Due misure, ci siamo consumati i polpastrelli a scriverlo, che così come sono non servono a nulla se non a blandire gli elettorati di Cinque Stelle e Lega, convinti rispettivamente che è stata davvero abolita la povertà (ripeto: falso) e che è stata abolita la Legge Fornero (ancora più falso). Due misure a moltiplicatore zero o quasi, soprattutto, che bruciano denaro senza produrre ricchezza.

«Non ci sono opzioni indolori» perché chiunque farà la manovra 2020, quella da presentare a ottobre 2019 avrà solo tre strade di fronte a se: far crescere il deficit fino al 3,5%, aumentare l’Iva fino al 25% (e pure qualche altra imposta, già che c’è) o tagliare la spesa pubblica per 35 miliardi circa. Tutto per non fare nulla, per mantenere in vita ciò che di inutile è stato fatto nel 2019. Volete la flat tax? Servono ancora più deficit e più tagli. E cosa dirà la prossima Commissione Europea?

«Non ci sono opzioni indolori»:  se non fossimo italiani sarebbe quasi divertente il contrappasso che toccherà a Salvini e Di Maio, tra qualche mese, trasformarsi in un Mario Monti per salvare l’Italia da loro stessi, a sconfessare tutta una narrazione fatta di spesa pubblica e deficit che magicamente trainano crescita e occupazione, a combattere contro i mulini a vento di un’Europa che dopo il 26 maggio non sarà affatto diversa rispetto a quella di oggi. La manovra per il 2020, almeno questa, saranno ancora Juncker e Moscovici a valutarla, almeno fino all’insediamento della nuova Commissione, probabilmente in autunno. Non prima. Ingaggiare guerre guerreggiate con Bruxelles sono operazioni perdenti. Ed entro il 15 ottobre bisognerà presentare la legge di bilancio per il 2020! Allegria, direbbe il grande Mike Bongiorno!

«Non ci sono opzioni indolori», anzi una c’è. Mandare tutto in vacca e far cascare il governo prima che arrivi l’autunno, lasciando a qualche tecnico o a qualche professorone (Mario Monti?... Mario Draghi?) l’incombenza di occuparsi dei conti del Paese che sono stati ulteriormente devastati dagli incauti e rovinosi provvedimenti dall’attuale esecutivo in virtù dell’incompetenza ad alzo zero dei gialloverdi. Spetterà a loro raccattare i cocci do un bilancio pubblico disastrato che originerà del malcontento nelle urne. Ai professionisti del populismo è l’unico gioco che rimane, l’unico che sanno giocare. L’unico che non sarà consentito loro giocare. “Non ci sono opzioni indolori” vale anche per loro.

Cosa dice Roberto Maroni, l’ex presidente della regione Lombardia?  Traccia a grandi linee la storia della Lega salviniana: “ha fatto il passaggio generazionale che Forza Italia non ha voluto fare”. Salvini è giovane e forte, dice l’ex segretario, ma non eterno. “Il suo è un consenso effimero, devi alimentarlo tutti i giorni e, insegna Renzi, può sparire da un momento all’altro”. Il leader padano è riuscito lì dove Bossi ha fallito: ha preso i voti di Silvio Berlusconi e in poco tempo gli ha strappato il timone di mano. Le elezioni europee del 26 maggio, conclude l’ex governatore lombardo, saranno il vero spartiacque, altro che 4 marzo dello scorso anno: “Se davvero Salvini riuscirà a mantenere questo consenso dopo il voto europeo finirà la Seconda Repubblica”.

Riepilogando fino alla noia. L’Italia ha problemi irrisolti da molti anni, chiaramente ereditati da gestioni disastrose e le responsabilità vanno suddivise equamente fra tutti gli schieramenti politici che si sono alternati alla guida del Belpaese. Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte hanno commesso errori mostruosi e la fotografia del Paese è quella che è. L’Italia è ferma e i numerini (per dirla con Salvini) sono importanti. Altro che sono importanti! Non si riescono a stipulare patti per lo sviluppo perché non ci sono soldi. I pochi spiccioli che sono saltati fuori sono stati destinati ai due provvedimenti a cuore ai gialloverdi, al reddito di cittadinanza e quota cento. Per la riduzione del cuneo fiscale non c’è un euro. Di Maio e Salvini sono due grandi bugiardi. E’ vero che l’attuale esecutivo ha pochi mesi di vita, ma.. se il buon giorno si vede dal mattino, ahi, ahi, le prospettive non sono allegre. Le poche decisioni prese porteranno il Paese al default. Al governo ci sono persone assolutamente incompetenti (a pare qualche eccezione). A Palazzo Chigi sostengono che sono stati messi soldi nelle tasche degli italiani. Sono ben pochi gli italiani ad esserne convinti. Osano critica la stampa libera, ma che cosa deve fare un onesto giornalista? Fare il cane da guardia del potere. E questo non piace ai governanti di turno. Di Maio si sente un uomo politico in grado di guidare due ministeri delicatissimi come il Lavoro e lo Sviluppo economico e non avverte l’enorme gravità dell’impegno che si è assunto. Dall’altro lato il suo competitor Salvini non si occupa per niente del ministero che ha fortemente voluto, senza, peraltro, mollare la segreteria del suo movimento politico. Non si può stare con i piedi in più staffe. Lo sappiano i nostri due eroi. M5S e Lega hanno visto approvati i due provvedimenti-cardine che stavano loro a cuore. Bene. E adesso, che si fa? I problemi sono le casse vuote in cui non si riescono a recuperare le risorse necessarie per adottare quei provvedimenti che sarebbero indispensabili per invertire la folle discesa degli indicatori economici verso l’ennesima fase recessiva. Due numeri per comprendere. Il debito pubblico, quest’anno, si avvicinerà ai 2.500.000.000.000 di euro (duemilacinquecentomiliardi di euro). Euro più, euro meno, ogni minuto che passa il nostro debito cresce di oltre 212.000 euro. Ogni ora che passa aumenta di 12.720.000 euro. Ogni giorno che passa lievita di oltre 305.280.000  di euro. Ogni mese cresce di 9.158.400.000 euro. Ogni anno che passa il debito aumenta di quasi 110.000.000.000 di euro. Oggi il debito pubblico sfiora i 2.400 miliardi, a fine anno supererà certamente quota 2.500 miliardi di euro. Questi numerini dovrebbero far tremare i polsi di Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Giovanni Tria. Il ministro dell’economia, probabilmente, è l’unica persona consapevole della drammatica situazione dei nostri conti pubblici. I problemi dell’Italia sono tutti racchiusi in questi numerini. Piaccia o no a Di Maio e Salvini. O Palazzo Chigi interviene, in tempi certi, per affrontare questo nodo gordiano o il Paese va a schiantarsi contro la potenza finanziaria di chi ha da guadagnare da un nostro eventuale default. Sia chiaro che chi ha la potenza di fuoco per fare un mucchio di soldi anche allorquando nei mercati finanziari regna l’orso, può tranquillamente aspettare il momento topico per aggredire un Paese che manifesta nei suoi provvedimenti segni di incoerenza, di indecisione, insomma, di grande debolezza. E’ successo all’Italia nel 2011, è successo alla Grecia di Tsipras. Potrebbe accadere in casa nostra. Questo governo è chiaramente inadeguato per affrontare la crisi violenta che attraversa il Paese e Di Maio e Salvini dovrebbero essere un po’ umili e riconoscerlo. L’Italia non è il Giappone, né la Cina, né l’India ed è nella Ue. Ci siamo dati delle regole che abbiamo l’obbligo di rispettare, pena la cacciata dal Club di Bruxelles. L’Italia non sono gli Stati Uniti d’America. E nemmeno la Germania, né la Francia. A mio avviso se retrocedesse dalle misure-bandiera (reddito di cittadinanza e quota 100), magari M5S e Lega perderanno consensi, ma salverebbero il Paese da un assai probabile intervento della Troika che avrebbe il ruolo, un po’ nefasto, di imporre in maniera drastica le misure da adottare per risalire la china in cui l’Italia è precipitata, incolpevoli gli attuali governanti. E, per concludere, niente flat tax, per favore.

Un altro piccolo problema è il livello che ha raggiunto lo spread. Pochi ci fanno caso, ma se il differenziale di rendimento dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi, i bund, cresce e, da parecchi mesi è ormai stabilmente sopra quota 250, significa che gli imprenditori italiani hanno maggiori difficoltà ad approvvigionarsi di capitali per le rispettive aziende rispetto a quelli della Germania. Ma addirittura anche in Francia, Portogallo e Spagna stanno meglio di Casa Italia. Solo la Grecia sconta un livello di spread più elevato. Gli altri Paesi stanno tutti meglio di noi. Ci si può riflettere o è un delitto di lesa maestà farlo? Il gioco del pagamento degli interessi sul debito pubblico rende il problema ancor più delicato, perchè l'Italia deve collocare tra gli investori ogni anno non meno di 400 miliardi di euro di titoli e per convincere gli investitori a sottoscriverli deve obbligatoriamente promettere tassi più elevati della media europea. E questi maggiori interessi gravano sui conti pubblici per 2-3 finanziarie pesanti. Non è uno scherzo. Il moloch del debito pubblico condiziona la politica economica del nostro esecutivo, come ha, nel passato, condizionato i governi sia di centrodestra che di centrosinistra. Sono i detestati numerini che piacciono poco ai Di Maio ed ai Salvini che però spiegano lo stato di salute della nostra economia. Se il Pil cresce del 2-3% l'anno, aumenta l'occupazione, aumenta il reddito delle famiglie, si va più a cinema, si decide di cambiare l'automobile, si va in ristorante. Con il Pil in caduta libera, tutto il contrario. Non bastano le assicurazioni del buon avvocato Giuseppe Conte che il 2019 sarà un anno bellissimo, perché non ci crede nessuno. E infatti siamo arrivato ad un Def piuttosto misero che da un'elezione all'altre non tranquillizza gli italiani. C'è bisogno urgente di un'inversione di marcia. Fino a quando dovremo sopportare un governo (ed  un Parlamento) inconcludente? La pazienza degli elettori non è infinita. Lo ha già dimostrato dando più fiducia alla Lega di Salvini piuttosto che al M5S di Di Maio. Ci sarà una ragione, o no? Si è in attesa dello sviluppo degli eventi. Dopo il 26 maggio qualcosa cambierà. Di sicuro. Salvini tenga a mente che il Pd a guida Renzi nel 2014 fece l'exploit del 40% proprio alle europee. Non si ficchi in testa che il Belpaese la Lega lo abbia addomesticato, perché non è così. Non può essere così. Il consenso lo si può perdere da un'elezione all'altra. Renzi docet.

Marco Ilapi, 8 aprile 2019

Il  governo non ha i soldi per mantenere le promesse elettorali!

Bentornati sulla terra. Abbiamo scritto più volte su queste colonne che il rallentamento dell'economia andava contrastato subito con una politica non di Protezione ma di Produzione. Il governo ha fatto i suoi calcoli a breve (voto europeo a fine maggio), ma ora ha un problema: non ci sono i soldi per fare altro. Non solo, i provvedimenti che ha varato oggi - Quota 100 e Reddito di cittadinanza - non aumentano domani il Prodotto interno lordo. Non si tratta della congettura di un burocrate della Commissione europea, è il governo a metterlo nero su bianco nel Documento di economia e finanza: l'apporto di Quota 100 è pari a zero, quello del Reddito di cittadinanza è pari allo 0.2 per cento del Pil. Alla fine la realtà è onesta, puntuale, inesorabile.

Il debito pubblico crescerà, così pure il rapporto tra deficit e Pil, le privatizzazioni sono diventate un nano contabile e gli investimenti si trovano nel dizionario alla voce "speranza". Nel 2020 il governo dovrebbe disinnescare 23 miliardi di euro di clausole di salvaguardia e finanziare la nuova spesa che ha messo in campo. Sono numeri da casa delle streghe, siamo ben oltre 30 miliardi di euro.

Il governo corre verso due trappole: la trappola del debito e quella che su List abbiamo chiamato la trappola di Tsipras. La trappola del debito è già scattata: lo stato emette titoli - circa 400 miliardi di euro all'anno - e in cambio corrisponde ai sottoscrittori un interesse che è superiore a quello della concorrenza.

E ciò a causa del rischio più elevato che presenta l'Italia rispetto ad altri paesi, come ad esempio la Germania, il nostro punto di riferimento. Entro agosto il nostro debito pubblico - dopo aver già frantumato tutti i record - potrebbe toccare quota 2400 miliardi, la spesa per interessi non cala e la crescita è pari a zero. Fate voi i conti e immaginate cosa potrà accadere.

La "trappola di Tsipras" ha una sua logica ferrea: il governo sotto pressione finanziaria dice no all'Unione europea, Salvini e Di Maio fanno dirette Facebook e selfie fiammeggianti, poi il governo va al tavolo della Commissione Ue (è già successo con la legge di Bilancio), vede due o tre numeri sull'economia, pesa la stabilità delle banche (e dunque dei correntisti e dei risparmiatori ai quali loro dicono di tenere così tanto) e accetta una realtà fatta di rigore contabile, lacrime e sangue. L'alternativa? Il caos. Chi ha qualche dubbio sulla sceneggiatura, citofoni Alexis Tsipras, Atene.

L'Italia è un film che si ripete: nel 1992 con il governo Amato vi fu una manovra da 100 mila miliardi e il prelievo forzoso sui conti correnti, poi nel 1993 arrivò da Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e un governo (semi)tecnico per avviare la transizione; nel 2011, il copione è uguale: lo spread decolla a quota 575 punti, arriva il governo tecnico di Mario Monti e una manovra da 20 miliardi; nel 2013 la crisi istituzionale sfocia in un sistema tripartito, i Cinque Stelle arrivano in Parlamento, il Pd fa un governo di larghe intese con Berlusconi, Renzi gioca una carta sbagliata con il Cavaliere (l'elezione non concordata di Mattarella al Quirinale) e il risultato è quello di tre governi instabili del Pd in una legislatura e l'affondamento di Renzi nel referendum costituzionale. Qualsiasi governo arrivi dopo, ha le mani legate e la borsa semivuota.

Nel 2018 la crisi istituzionale produce un risultato che manda in stallo il quadro politico, alla fine viene fuori l'unico governo possibile, quello tra Cinque Stelle e Lega, un esecutivo retto da un duumvirato tra Di Maio e Salvini. Quel governo in estate vara una legge di bilancio immaginando un periodo di lunga crescita globale, ma il rallentamento dell'economia tedesca è in corso (non ci voleva molto, bastava guardare i dati del settore dell'auto) il piano è già minato, gli interessi sul debito galoppano, si fa politica economica in deficit senza un'idea di crescita, si trascura la leva degli investimenti e così si arriva al Consiglio dei ministri dell'altro ieri sera con la fine del sogno. Lo ha messo nero su bianco il governo nel Def. Toh, che sorpresa.

Mario Sechi - L'Unione Sarda - 11 aprile 2019

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I limiti del governo giallo-verde

Le promesse del governo giallo-verde fanno esplodere le contraddizioni di un’alleanza politica che non potrà reggere alla prova dei numeri, sopratutto dei fatti. Quando questi restano aleatori e gli elettori non percepiscono alcun miglioramento della loro situazione economica, beh, sono scontati gli esiti. E lo confermano i risultati elettorali delle recenti elezioni amministrative, ,ultime quelle in Sardegna. Qualche considerazione. 

La legge Fornero non è stata affatto abolita, sono stati operato solamente alcuni piccoli ritocchi. Ma già i precedenti esecutivi avevano apprestato degli interventi correttivi. Si pensi alla questione degli esodati.

L’articolo di 18 sullo Statuto dei lavoratori non è stato reintrodotto mentre i Cinquestelle avevano promesso di lavorare per il suo ripristino.

Il Paese è entrato in recessione. I governi Letta-Renzi-Gentiloni avevano già invertito il trend negativo sull’andamento dell’economia ereditato dall’esecutivo dei “professoroni”, in realtà escogitato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il numero dei clandestini sta crescendo e non diminuendo, anche e soprattutto grazie al decreto Salvini che non è riuscito ad allontanare chi non ha il diritto di rimanere nel territorio italiano. Sembra che si tratti di un numero elevatissimo di immigrati considerati dalle nostre leggi clandestini. Si vocifera di oltre 600 mila stranieri irregolari.

Il debito pubblico continua la sua scalata verso l’alto, ogni giorno cresce di ben 9 milioni di euro (contrariamente a quel che succede, per fare un solo esempio, nella Germania di Angela Merkel, diminuisce giorno dopo giorno. Date uno sguardo ai siti lavoro con un abbattimento degli oneri previdenziali. Lo affermano tanti osservatori indipendenti, sicuramente non simpatizzante del governo gialloverde.

Salvini aveva assicurato che con il primo provvedimento dell’esecutivo sarebbero state cancellate le accise sui prezzi dei carburanti. Le sue precise parole: «Partirò subito abbassando il prezzo della benzina che oggi per gli italiani è la più carad'Europa per colpa di tasse e accise ormai senza senso». Con tanto di appuntamento fissato in agenda: «Lo farò durante il primo Consiglio dei ministri». Non è avvenuto. Un emendamento del governo, depositato in Senato eche recepisce l'accordo con l'Unione Europea sulla manovra (per evitare la procedura d'infrazione), prevede, infatti, aumenti delle accise da 400 milioni l'anno dal 2020. Compresi gli anni 2021 e 2022. Se quindi anche dovesse esserci la diminuzione annunciata da Salvini nel 2019, arriverebbe comunque l'aumento l'anno successivo. Se ne stanno accorgendo gli automobilisti.

Capitolo Tav. Per il Governo la Torino-Lione, che poi sarebbe la Parigi-Milano,  resta una questione irrisolta, ma si aggiunge la posizione del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che parlando alla tv pubblica France 3, sembra schierarsi con i Sì Tav: "Tutti i cantieri pubblici già cominciati, quelli che sono stati già oggetto di contratti, di trattati, di accordi internazionali, devono realizzarsi. Noi non soltanto dobbiamo rilanciare gli investimenti pubblici, ma dobbiamo mandare un messaggio di serenità a tutti quelli che vogliono investire sul lungo termine in Italia". 

Sosteneva il vecchio  Indro Montanelli, con una buona dose di cinismo, che tra gli italiani la solidarietà non esiste, esiste la complicità. Ora, immaginando di essere al cinema a riguardare il film dei primi sei mesi del governo guidato da Giuseppe Conte, quanta solidarietà si riesce a cogliere tra M5S e Lega? Quanta complicità? Zero o quasi. E invece, quanta insofferenza, se non vera e propria incomunicabilità? Tanta. Il giochetto è facile da comprendere se si è intellettualmente onesti. E neanche occorre essere politologi per capire che non c’è colla al mondo che possa tenere insieme blocchi sociali tanto diversi. Se poi qualcuno pensava che bastasse un sovranismo confuso ad amalgamare l’antieuropeismo diffuso nella pancia dei due elettorati, ha dovuto ricredersi e perfino sorprendersi. Le crepe si sono moltiplicate più velocemente di quanto anche gli osservatori più scettici e avveduti si attendessero, al netto di contratti firmati, proclami urlati imprudentemente dai balconi istituzionali, muscoli esibiti a chi non ha bisogno di mostrare i propri per dimostrare chi è il più forte. C’è molta sete di poltrone tra  i pentastellati  ed i salviniani. Tant’è che stanno occupando ogni cadrega disponibile. E a breve ci saranno un monte di nomine da fare. In Eni, Leonardo-Finmeccanica, Poste, Ferrovie, Enel, Inps, Consob, ecc. Insomma, le mani dell’esecutivo sulle poltrone che contano.

Considerato questo, c’è poco da stupirsi se un bel giorno Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza, nonché vero e unico alter ego di Matteo Salvini, se ne esce - parafrasando il tormentone degli anni 90 che pubblicizzava la Y10, come l’automobile che piace alla gente che piace – con un candido «il reddito di cittadinanza piace a un’Italia che non ci piace». E c’è poco da stupirsi se il presidente della Camera grillino, Roberto Fico, ribadisce che «la Tav non serve» e che «se un sondaggio mi dice che l’accoglienza dei migranti non tira più, io me ne frego, io come politica voglio dimostrare che l’accoglienza rende il paese più sicuro, migliore fermo restando che ci sono certi fenomeni che vanno gestiti e governati». Potremmo continuare a citare rasoiate, battute e acide carezze, ma il punto è ormai la visione prospettica di un’alleanza giocata su un contratto vissuto come un legaccio e su un quotidiano dove il sospetto prevale sulla collaborazione. Mai si era, a tal proposito, visto un sottosegretario alla presidenza essere così mal tollerato come Giorgetti, temuto e trattato dalla corte pentastellata come un corpo estraneo, uno dal quale guardarsi e al quale badare bene se far sapere o meno certe cose. Tanto inviso da aver tentato in ogni modo, già prima della nascita dell’Esecutivo, di dirottarlo nel pur più importante incarico di ministro dell’Economia.

Ora, alla luce di tutto questo, c’è qualcuno che – senza timore di sembrare uno sprovveduto – può dire di credere alla narrazione di un governo che durerà cinque anni? Basti solo pensare al fardello di promesse non mantenute o mantenute solo in parte, a un’economia che non gira come dovrebbe per garantire il livello di Pil sul quale si incentra l’intera manovra di bilancio 2019, a Luigi Di Maio alle prese con la sempre più impaziente ala movimentista del Movimento, a Matteo Salvini che prima o poi dovrà ascoltare quanti sul territorio – a cominciare dai Governatori – gli riportano l’insoddisfazione di una base che ha votato Lega non solo per avere maggiore sicurezza e meno immigrazione clandestina, ma anche più opere pubbliche, più attenzione all’impresa e meno tasse. La base leghista è delusa dai risultati dl “fare” di Matteo Salvini. Ma lo è anche la base dei Cinquestelle. A confermarlo i risultati elettorali di Friuli, Molise, Abruzzo e Sardegna. Cui seguirà quello di Basilicata, Piemonte ed Europee. Bisogna poi aggiungere che i numeri della maggioranza al Senato si sono pericolosamente assottigliati – siamo ad appena 4 - dopo le espulsioni di dissidenti grillini. Cui ne seguiranno delle altre, viste le tensioni emerse nelle frange penta stellate. Ora, poiché non si può fare come suggerito da Corrado Guzzanti – «se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori» – i due azionisti del governo avranno bisogno nei prossimi mesi di ritrovare il massimo di aderenza ai loro sostenitori, anche perché sono in avvicinamento le elezioni europee e i sondaggi confermano che gli italiani non hanno alcuna intenzione di fare a pezzi l’Europa. Criticare, lamentarsi, inveire, va bene. Ma per affidarsi a chi promette di ribaltare tutto, qualsiasi persona di buon senso – per quanto delusa o scettica - vuole capire di cosa si tratta, cosa si offre, cosa viene dopo. Gli italiani ne hanno viste molte ma alla fine di rivoluzioni non ne hanno mai fatte. E se qualcuno ha pensato o cercato di spacciare come tale quella affidata all’Esecutivo Conte, ha sbagliato. Perché se reddito di cittadinanza e «quota cento» sono strumenti di lotta rivoluzionaria, bisognerà trovare una collocazione storica diversa a gente come Lenin, Che Guevara e – con qualche azzardo - perfino Donald Trump.

Il segretario della Lega Matteo Salvini ha ricevuto un consiglio dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Tieni sulla tua scrivania la fotografia di Matteo Renzi. Oggi l’elettorato è molto mobile. Non ci vuole molto che dalle stella si cada nelle stalle. Gli italiani, gli elettori, non dimenticano. Si vedrà alle prossime elezioni amministrative e, soprattutto, alle europee.

Marco Ilapi, 1 marzo 2019

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Abruzzo, i limiti evidenti del M5S

Se queste sono le prove tecniche delle elezioni europee, servirà più di un Maalox, questa volta. E non mancheranno i processi interni. Perché qualcuno dovrà rendere conto, ad esempio, dell’acquiescenza del Movimento rispetto all’agenda leghista, dai porti chiusi al decreto sicurezza, nonostante il Movimento possa contare su una forza parlamentare di gran lunga superiore. Allo stesso modo, non dubitiamo che qualcuno finirà per mettere in discussione pure la scelta di allearsi con Salvini. Una scelta che, sinora, si è rivelata politicamente fallimentare: dal giorno dell’insediamento del governo Conte, il Movimento ha perso un punto al mese, tutti a favore dell’alleato leghista. Il commenot di Francesco Cancellato sul sito linkiesta.

Elezioni in Abruzzo, il flop annunciato del M5S

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