Il premier e il ruolo che verrà

Nella storia dell’Italia repubblicana a nessun uomo politico è toccata la fortuna che è toccata a Giuseppe Conte, anche se si può essere sicuri che per un ovvio senso di carità di patria lui sarebbe stato il primo a preferire che ciò non accadesse. Grazie tuttavia all’esplosione improvvisa dell’epidemia di coronavirus le cose però stanno davvero così. Le quotazioni e la statura politica del presidente del Consiglio sono cresciute improvvisamente in una misura inimmaginabile prima dell’arrivo del Covid-19. È vero che la gestione della pandemia ha mostrato anche certi limiti della sua leadership: ma l’enormità stessa delle circostanze contribuisce ad attutirne il rilievo, come indicano i sondaggi che non a caso lo premiano grandemente. L’ep"demia ha avuto innanzi tutto un effetto: ha dato a Conte e al suo governo un programma. Ricordiamo tutti la penosa condizione d’incertezza, di surplace e di sospettoso studio reciproco tra le varie forze di maggioranza — con conseguente condizione d’immobilismo — in cui ancora a metà febbraio il governo era immerso: che fare dopo la finanziaria? ci si chiedeva; e come tenere a freno la scalpitante volontà centrifuga di Renzi? e dopo l’Emilia-Romagna e la Calabria come affrontare le future elezioni regionali ormai in vista? Il coronavirus ha letteralmente spazzato via tutto, e nel giro di quindici giorni, con un crescendo impressionante, ci ha pensato una realtà del tutto indipendente dalla politica a imporre la propria agenda. D’improvviso, per decidere che cosa fare non c’è stato più bisogno di trattative, di vertici, bracci di ferro, di tweet e controtweet del primo e dell’ultimo venuto. O perlomeno ce n’è stato un bisogno infinitamente minore. In sostanza, infatti, sono state (e sono) le urgenze dell’ora a indicare le misure da prendere, mentre i se e i ma dei partiti della maggioranza sono stati per forza ridotti al minimo. Anche il contrasto delle opposizioni si è ritrovato fortemente impacciato e attenuato, correndo continuamente il rischio di apparire fuori luogo, aprioristico, intriso di politicismo, quando il Paese invece si trovava e si trova alle prese con ben altro che la politica. In un certo senso, insomma, con la pandemia la politica si è necessariamente tramutata tutta in amministrazione, nel fare. E di conseguenza anche la figura del presidente del Consiglio si è tramutata da quella precedente e non proprio esaltante di temporeggiatore-equilibrista, super specialista della mediazione, in quella di capo di un esercito schierato contro un nemico mortale. Un esercito che obbliga chiunque a stare nelle sue fila. Il fatto è che prima o poi la pande"ia però finirà e allora Conte dovrà decidere che cosa fare del capitale accumulato. Il sistema politico italiano com’è oggi non gli lascia molte scelte. Una è quella di mettersi alla testa di un partito da lui fondato per tentare l’avventura elettorale in proprio. Con l’ovvio, micidiale e prevedibile effetto, però, di vedere la propria immagine divenire in breve l’immagine di un capo fazione qualunque, magari costretto poi a scegliere chi mettere in lista, a contrattare, a resistere ai tentativi per avere un posto da parte di transfughi e marpioni di ogni risma. L’altra scelta è quella di diventare il «padre nobile» di un partito già esistente, in pratica o dei 5 Stelle o del Partito democratico. Ma «padre nobile» per l’appunto, non capo. Cioè invitato d’onore, nome illustre da citare e riverire, nulla di più. Se Conte pretendesse in uno qualunque dei due partiti un ruolo di comando è facile immaginare infatti che egli si troverebbe subito invischiato nella ridda delle correnti e dei loro giochi, dei tradimenti, degli sgambetti, delle alleanze congressuali. Anche in tal caso insomma, un futuro alquanto grigio e per nulla promettente. Esiste tuttavia un’altra eventualità, specie se il tempo del contagio dovesse durare a lungo. E cioè che dopo la pandemia il sistema politico italiano non sia più lo stesso. Già oggi se ne colgono forse i primi segnali, ad esempio in quell’ambito cruciale della politica nazionale che sono da tempo diventati i talk show televisivi. Già oggi, se non m’inganno, certe figure di urlante provocatore macchiettistico, di fazioso spudorato, di politico di pronto intervento, sembrano aver fatto il loro tempo. Ma in generale è l’implacabile andamento delle cose che vale a rendere sempre meno sopportabili la chiacchiera vuota, le promesse a vanvera, il partito preso, la mancanza di serietà e di concretezza che si sente in troppi discorsi. A far apparire d’improvviso in tutta la loro mediocrità tanti politici di lungo corso. Quel che sta accennando a cambiare è anche be" altro. Ciò che accade in questi giorni sta dimostrando ad esempio quanto sia importa"te l’unicità e la rapidità del comando. Non si tratta di mandare in soffitta il Parlamento, secondo i paralizzanti timori che da anni ci condannano all’immobilismo. Le opinioni di tutti sono preziose e tutti hanno diritto a dire la loro: è la prima regola della democrazia. Ma rimpallarsi per mesi una decisione tra due Camere identiche, dover convocare «tavoli» con decine di rappresentanti di categorie, di enti, di Regioni, di Comuni per varare un qualsiasi provvedimento, avere spezzettato ogni competenza tra mille autorità, far passare anni per scrivere il regolamento attuativo di una legge: queste sono tutte specialità nostrane di cui possiamo tranquillamente fare a meno. I tempi con cui si adotta una decisione non sono un optional: sono per una parte decisiva l’efficacia stessa di quella decisione. Oggi lo sappiamo, ne abbiamo ogni giorno la prova e forse non abbiamo più voglia di sopportarlo. Così come abbiamo più o meno direttamente la prova di quanto servano quasi sempre a nulla le centinaia di permessi, di certificati e autorizzazioni che ogni cittadino italiano è tenuto a presentare per fare od ottenere qualunque cosa. Avremo bisogno assolutamente di aria nuova in futuro. È questo ciò che oggi suggerisce con l’eloquente e drammatico linguaggio dei fatti quanto sta accade"do nel Paese. Suggerisce che una volta tornati alla normalità dovremo certamente cambiare qualcosa, e forse più di qualcosa, nel modo d’essere della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle regole del nostro Stato. E chissà che proprio allora per l’attuale presidente del Consiglio non si aprano prospettive inaspettate.

Ernesto Galli Della Loggia – Corriere della Sera – 28 marzo 2020

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Exit strategy

  • Pubblicato in Esteri

C’è un dopo ma c’è soprattutto un “durante”, ha detto ieri Matteo Renzi al Senato, e questo durante potrebbe durare anche due anni: bisogna imparare a renderlo vivo e vivibile, e a convivere con il coronavirus. Il leader di Italia Viva ha alcune proposte – un unico decreto d’aiuto all’economia negoziato assieme, per esempio – ma soprattutto vuole spostare il dibattito non più (o non soltanto) sulle misure di restrizione, su cui l’Italia è stata rigorosa e disciplinata, ma sul loro superamento. Invece di discutere su quali aziende devono restare chiuse, cerchiamo “un codice per farle riaprire”, ha detto Renzi, sintetizzando il senso del “durante”. L’Italia che per prima è stata colpita dall’epidemia per prima deve pensare a un piano di normalizzazione: gli inglesi lo definiscono “endgame”, il finale. Naturalmente hanno tutti fretta, questo tempo sospeso e meno produttivo ha effetti economici molto pesanti: la lotta al virus ha bisogno di tempo, ma il rallentamento ha effetti di lungo periodo enormi. Il più impaziente è Donald Trump che ha già annunciato la riapertura dell’America entro Pasqua: a guardare i dati sul mercato del lavoro pubblicato ieri si capisce perché. La flessibilità che rende l’America tanto dinamica in questa fase di progressiva paralisi ha espulso dal mercato del lavoro tre milioni di persone, un record storico – e come dicono virologi e commentatori: è soltanto l’inizio. Trump invece immagina di poter imporre l’endgame, e appare spaventoso: non soltanto perché potrebbe essere prematuro, ma anche perché scatenerebbe una competizione tra stato e stato. Laddove c’è bisogno di solidarietà e coordinamento, la voglia di uscirne per primi potrebbe avere l’esito opposto. L’Unione europea sta cercando di pensare a una “exit strategy”, alle misure “necessarie per tornare a un funzionamento normale delle nostre società”. Il problema è: quando? Il premier britannico, Boris Johnson, aveva detto “dodici settimane” per uscire dalla crisi, ma ora la regola è: ci vuole la certezza che è possibile allentare l’isolamento. Ma la certezza non c’è, almeno da parte degli scienziati. Lothar Wieler, presidente del Koch Institut che controlla i numeri del contagio tedesco, ha detto a Politico Europe: “Non c’è una ricetta statistica, non c’è un manuale” in cui c’è scritto quando si può dare inizio alla normalità. In Francia, il comitato degli scienziati che consiglia Emmanuel Macron – comitato ampliato e ora molto più specializzato in crisi sanitarie – ha pubblicato un report in cui dice che l’isolamento deve durare almeno sei settimane, ma è un numero detto un po’ perché la politica chiede un arco temporale definito: il comitato non sa al momento nemmeno dire l’impatto delle nuove misure sui contagi e ha molti problemi a capire com’è la prospettiva per la tenuta degli ospedali, visto che sono gli stessi ospedali che devono fornire i dati, e ora non hanno tempo. Così anche il ministro della Sanità francese, Olivier Véran, ha dovuto dire: aspettiamo che la curva ci dica quando possiamo ripensare alla normalità. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, è stato l’unico ad aver fornito una misura: dobbiamo arrivare al punto in cui i contagi raddoppiano nel giro di quattordici giorni, dopo di che possiamo pensare a un allentamento.

Oltre alla difficoltà di capire qual è il momento giusto per introdurre una exit strategy, c’è anche il problema del coordinamento. La Cina, che fa ancora da riferimento almeno per quel che riguarda le tempistiche (il punto d’inizio lo ha posto il regime di Pechino arbitrariamente), ha annunciato che chiuderà i propri confini agli stranieri a partire da domani: l’isolamento ricomincia. Poiché ogni paese è in questo momento molto condizionato dalle decisioni degli altri paesi, l’iniziativa nazionale ha effetti anche sugli altri e questo potrebbe rallentare l’exit strategy di tutti – o attivare quella competizione distruttiva che vedremo all’opera tra gli stati americani. Di fronte a tante incognite, molti commentatori dicono che “l’endgame” non c’è, non si vede, forse hanno ragione gli scienziati più restrittivi: è finita soltanto quando arriva il vaccino. Ma la sfida non è il finale, è questo in cui dovremo imparare non tanto a scorgere il dopo, quanto a trovare un modo per convivere con il virus.

Paola Peduzzi – Il Foglio – 27 marzo 2020

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L’anticorpo dei mercati contro il virus

Matteo Renzi va ringraziato, anzi forse direttamente benedetto, per aver contribuito a tenere lontano dal governo il nazionalismo antieuropeista veicolato da Salvini e mai come in queste ore vengono letteralmente i brividi di fronte al pensiero che oggi – in piena crisi sanitaria, in piena crisi economica e in piena crisi finanziaria, anche se in realtà, finora, il governo Borghi-Toninelli ha spaventato i mercati più del coronavirus – l’Italia avrebbe potuto avere un governo sfascista e antieuropeista, desideroso di buttare nel gabinetto la protezione offerta dall’Europa. Se l’Italia oggi ha un governo europeista, capace di imporre nel giro di pochi giorni grazie alla triangolazione con i suoi uomini forti a Bruxelles e a Francoforte un cambiamento di rotta al nuovo presidente della Bce, lo si deve anche alla mossa del cavallo dello scorso agosto e dunque viva Renzi e viva Zingaretti e viva tutti coloro che ad agosto hanno permesso all’Italia di non arrivare in mutande alla prova più impegnativa della sua storia recente. Eppure, nonostante questo, bisogna dire che, alla luce di quanto è successo nell’ultima settimana, tutti coloro, compreso Renzi, che avevano suggerito di chiudere la Borsa per evitare le speculazione sui mercati non hanno avuto ragione. E non perché non ci sia stato qualcuno che abbia deciso di sfruttare il momento difficile dell’Italia per fare qualche soldino ma perché se non fosse stata data la possibilità agli investitori di esprimere la propria preoccupazione rispetto al futuro del nostro paese nessuno si sarebbe preoccupato di trovare gli anticorpi giusti per rendere la difesa della nostra salute compatibile con la difesa della nostra economia. Senza il panico sui mercati non avremmo mai registrato il salto di qualità dell’Europa, non avremmo mai avuto una così forte integrazione tra gli stati, non avremmo mai avuto l’affermazione degli interessi collettivi rispetto agli egoismi nazionali e non avremmo mai avuto la certezza che per l’Europa le tempeste che colpiscono i singoli stati non sono problemi dei singoli stati ma sono problemi dell’intera Europa. E senza la preoccupazione manifestata in tutto il mondo dagli investitori, Donald Trump, Boris Johnson e persino Emmanuel Macron avrebbero forse atteso ancora più tempo prima di cambiare linea sul coronavirus. In una democrazia liberale, si sa, il flusso di denaro che scorre sui mercati è come il sangue che arriva dal cuore agli organi vitali e chiedere a una democrazia di fermare i mercati è come chiedere a un essere umano di interrompere l’attività del suo organo principale. E ha perfettamente ragione il capo del Nasdaq americano, Adena Friedman, quando, motivando le ragioni per cui la Borsa di Wall Street ha scelto di non chiudere durante lo tsunami coronavirus, ha ricordato che nei paesi liberi l’economia funziona se c’è fiducia e in un paese libero la fiducia si basa sull’accesso aperto ai mercati, sull’accesso aperto al capitale, sulla trasparenza dei prezzi e sulla capacità degli investitori di esprimersi e gestire la propria ricchezza anche nei momenti di difficoltà. Una democrazia che permette agli investitori di esprimere i propri giudizi anche di fronte a situazioni straordinarie è una democrazia che dimostra di saper funzionare anche quando le fasi non sono ordinarie. E se avrete la pazienza di osservare le società che in questi giorni hanno più guadagnato, nelle ore di maggiore panico registrato dalle borse, capirete che i mercati sono parte della soluzione, anche durante le crisi, perché nei momenti di difficoltà allocano le loro risorse laddove le risorse servono. E se un giorno verrà trovato un vaccino, merito sarà non solo degli scienziati ma anche di chi in questi giorni, a mercati aperti, ha permesso agli scienziati di avere soldi per farci sperare.

Claudio Cerasa – Il Foglio – 22 marzo 2020

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