Abruzzo, i limiti evidenti del M5S

Se queste sono le prove tecniche delle elezioni europee, servirà più di un Maalox, questa volta. E non mancheranno i processi interni. Perché qualcuno dovrà rendere conto, ad esempio, dell’acquiescenza del Movimento rispetto all’agenda leghista, dai porti chiusi al decreto sicurezza, nonostante il Movimento possa contare su una forza parlamentare di gran lunga superiore. Allo stesso modo, non dubitiamo che qualcuno finirà per mettere in discussione pure la scelta di allearsi con Salvini. Una scelta che, sinora, si è rivelata politicamente fallimentare: dal giorno dell’insediamento del governo Conte, il Movimento ha perso un punto al mese, tutti a favore dell’alleato leghista. Il commenot di Francesco Cancellato sul sito linkiesta.

Elezioni in Abruzzo, il flop annunciato del M5S

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Il governo giallo-verde di fronte alla recessione

Per la seconda volta in un decennio l’Italia oltrepassa le colonne d’Ercole della recessione tecnica, e magari ha ragione il premier Giuseppe Conte – “Il 2019 sarà un anno bellissimo” – ma l’esperienza ci dice che la decrescita non è mai solo un fatto economico: segna spartiacque politici, concretizza un prima e un dopo nei governi e della vita quotidiana delle Nazioni. Nel 2010 la crisi dei debiti sovrani, uno tsunami assai più potente dell’attuale, ma che cominciò esattamente allo stesso modo – determinò la caduta di Silvio Berlusconi. Nel 2018 due trimestri di calo del Pil, peraltro non consecutivi, furono lo scenario della defenestrazione di Enrico Letta e dell’avvento di Matteo Renzi. E ora? Le considerazioni di Flavia Perina sul sito linkiesta.

L'economia, il problema n 1 di Palazzo Chigi

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La manovra dei sovranisti al via

La manovra dei sovranisti, dunque, al via. Gli errori e le promesse di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini. Si avvicinano le elezioni per il parlamento europeo e il governo si appresta a dare una dimostrazione che tutto va bene, madama la marchesa! Ma non è proprio così. Le bandiere de due partiti al governo sono state issate. I creduloni ci cascheranno. Almeno così pensano i nostri due baldi eroi. Il reddito di cittadinanza è un sussidio destinato a chi si trova sotto la soglia della povertà assoluta. E va bene. Anzi, benissimo. L’Istat l’ha fissata sui 780 euro a mese. In questa fascia si trovano circa 5 milioni di persone (1 milione e 300 mila famiglie), il 47% al Centro Nord e il 53% tra Sud e Isole. Saranno 164 mila le famiglie straniere. Se consideriamo il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva, quota 100 e pace fiscale (é o no un condono, tanto aborrito dai pentastellati?) saranno circa 10 milioni le persone interessate. E i soldi? Da dove arriveranno, stante che la crescita ipotizzata sta diventano un vero e proprio miraggio? Quindi c’è il reddito di cittadinanza, oltre alla pensione di cittadinanza destinata agli over 65. Sono un'integrazione al reddito che dovrebbe permettere di raggiungere la soglia dei 780 euro previsti in finanziaria. Significa che, tra i beneficiari, chi vanta ad esempio un reddito di 200 euro mensili nel migliore dei casi potrà ottenere i 580 euro che gli mancano per raggiungere "quota 780". Il reddito di cittadinanza viene versato su una apposita carta, una normale PostePay. Molti sollevano dubbi e perplessità sulla fattibilità in tempi brevissimi (le elezioni europee saranno a maggio). Molti ricordano la storia degli 80 euro di Matteo Renzi. Forse a proposito. Nel senso che magari l’erogazione a migliaia di persone di questo reddito di cittadinanza consentirà di avere un grosso successo elettorale ma non risolverà affatto i problemi del Paese. Che sono la mancanza di occasioni di lavoro da Nord a Sud. A nostro avviso meglio avrebbe fatto il governo a far transitare le somme impegnate nel circuito imprenditoriale, obbligare le aziende ad assumere, certificare le assunzioni e, prima ancora, riformare i centri per l’impiego che, a detta di tutti gli osservatori, non assolvono al loro compito istituzionale se non in misura minima. Si sostiene, infatti, che sono pochissimi i lavoratori che vengono assunti dalle aziende grazie al loro lavoro. Per i motivi più vari: carenza degli organici, scarsa professionalità, insufficienze nelle strutture organizzative. Computer obsoleti. Incomunicabilità  tra i vari centri per l’impiego (che sono tra e competenze delle regioni, prima ancora delle vecchie provincie, abolite da Renzi. Luigi Di Maio vuole copiare la Germania. Ecco quel che succede a casa di Angela Merkel. Il programma di assistenza di Berlino prevede un assegno minimo di 416 euro al mese che cresce all’aumentare dei figli a carico. Comprende il pagamento dell’affitto e delle spese per il riscaldamento. In totale di circa 800 euro mensili: una cifra quindi molto simile a quella prevista dal progetto pentastellato. La caratteristica del modello tedesco è il ruolo dei centri per l’impiego, i Jobcenter. Una rete di uffici distribuiti in modo capillare per tutto il Paese e principali attoriall’interno del sistema tedesco. Sono i Jobcenter a erogare il sussidio mensile, questi controllano i profili economici e personali di chi fa la richiesta di sussidio, decidono chi ha diritto a beneficiare del reddito e chi no. I centri per l’impiego tedeschi hanno lo scopo di far rispettare il principio del “sostegno a patto di un impegno”. Chi riceve l’assegno deve fare tutto il possibile per trovare un lavoro. I Jobcenter verificano che il beneficiario segua corsi di formazione e riqualificazione professionale e mandi un numero mensile di candidature. L’impresa, per Di Maio e Salvini appare quindi davvero titanica. La Merkel spende per i suoi centri per l’impiego oltre 36 miliardi di euro l’anno, i dipendenti de centri per l’impiego sono più di 80 mila, mentre in Italia ci sono 552 centri, con poco meno di ottomila addetti, lo Stato spende meno di un miliardo di euro l’anno. Una bella differenza con quel che accade in Germania! Che fare in soli tre-quattro mesi? Un primo problema. L’Italia non è la Germania. Non è nemmeno la Francia. Né la Gran Bretagna né alla Spagna, forse assomigliamo alla Grecia. Ammettiamo pure  che tutto fili liscio. Centinaia di migliaia di persone si precipiteranno ai centri per l’impiego e in un batter di ciglia otterranno i promessi 780 euro al mese per un periodo sperimentale di 18 mesi. Fioccheranno le autocertificazioni fasulle. E notizia di qualche settimana fa che nell'ambito dell'azione a difesa della spesa pubblica, la Gdf  ha individuato  persone che hanno indebitamente usufruito di alcune sovvenzioni statali nei settori sanitario e assistenziale. Molti, per poter usufruire delle sovvenzioni, certi dell’impunità, sottoscrivono dichiarazioni fasulle. C’è, infine, l'esercito dei finti poveri: 6 su 10 ricevono un sussidio che non meritano. Il reddito di cittadinanza è tra le misure che il governo ha voluto insistentemente introdurre nella manovra economica. Una misura contro la povertà pensata per aiutare quelle persone e quei nuclei familiari che hanno un reddito inferiore a determinate soglie che garantiscono una vita dignitosa. Ma, in attesa che questo sussidio diventi realtà, c'è un problema ben maggiore a cui dover far fronte: l'alto numero di furbetti che con false dichiarazioni riescono a beneficiare di prestazioni sociali agevolate e esenzioni dai ticket sanitari, pur non avendone diritto. Una questione non da poco visto che, secondo i dati sulle verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza nei primi sei mesi del 2018, sono almeno sei su dieci i cosiddetti finti poveri. Un dato allarmante in vista della possibile attuazione del reddito di cittadinanza, che allo stato attuale rischia di finire anche nelle tasche di chi non ne avrebbe realmente bisogno. A tal proposito il ministro dell'Economia Giovanni Tria ha annunciato un “piano anti-abusi”, mentre il vicepremier Di Maio ha paventato pene e sanzioni molto pesanti in caso di furbi. Ma quanti sono questi falsi poveri? Secondo i dati snocciolati dal Sole 24 Ore, su 8.847 persone controllate nei primi 6 mesi dell'anno, 5.435 non avevano le carte in regola per ricevere agevolazioni che sono state già richieste o addirittura incassate. Un numero elevatissimo. 

Marco Ilapi, 20 gennaio 2019

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