Lo spread vola, è un ritorno al 2011?

Molti lo temono. Certo è che la manovra che sta predisponendo l’esecutivo gallo-verde sta incontrando critiche a non finire. Su più fronti, sia interno (la variegata opposizione rappresentata dal partito democratico guidato pro tempore da Maurizio Martina, da Forza Italia, da Liberi e Uguali e da Fratelli d’Italia), sia esterno, con quasi tutti i commissari europei, dal presidente Juncker al responsabile dell’economia Moscovici. Ognuno dice la sua. Certo è che i partiti al governo hanno alzato l’asticella del deficit non concordando preventivamente la manovra con Bruxelles, anzi, andando oltre quanto era stato generosamente concesso a Palazzo Chigi. L’obiettivo che il nostro Paese avrebbe dovuto perseguire è il pareggio di bilancio. Così non è  stato. In effetti Di Maio e Salvini si sono pervicacemente  intestarditi a cercare di dare ragione al proprio elettorato, proponendo misure che assai difficilmente l’esecutivo sarà in grado di garantire. O, per dirla tutta, sicuramente il Parlamento licenzierà la manovra così come proposta da M5S e Lega. Questo entro il 31 dicembre. Purtroppo i due capi popolo, entrambi vice presidenti del Consiglio, hanno fatto i conti senza l’oste. E quest’oste  è il mercato. Il detestato, disprezzato mercato. Già grandi banche d’affari hanno avvertito che qualora lo spread dovesse sfondare quota 400 si entrerebbe in una fase di grandissima fibrillazione. Con grande rischio di rivedere scene da panico modello Lehman Brothers o Grecia, con risparmiatori nel panico.

Sul quotidiano la Repubblica  Andrea Greco scrive che la riapertura dei mercati sta  avvenendo all’insegna del nervosismo, per i segnali che vengono dalla politica italiana e per le evidenze tecniche osservabili sul mercato secondario, dove gli investitori si scambiano titoli governativi. Il fine settimana è stato contrassegnato da una serie di segnali di fermezza da parte del governo, che non appare intenzionato – come ribadito dal leader dei Cinquestelle Luigi Di Maio – a mettere in discussione il livello di deficit, stimato al 2,4% del Pil l’anno prossimo, in violazione delle regole dell’Unione europea. E’ in atto uno scontro tra il governo Conte e l’Unione europea, che ha avviato l’iter verso la procedura di infrazione all’Italia, è benzina per le speculazioni del mercato: dove le vendite allo scoperto sul Btp, specie la scadenza più corta a 2 anni, stanno tornando ai livelli di metà maggio, quando la pubblicazione del Contratto di governo tra Lega e M5s portò il rischio Italia a quasi raddoppiare in poche settimane. Venerdì il differenziale tra Btp e Bund decennali tedeschi ha chiuso in lieve rialzo a 286 punti base, per un rendimento del titoli italiani pari al 3,435%. Nonostante siamo su livelli di spread non visti dal 2014, continua ad affollarsi la platea di operatori finanziari che prendono a prestito i titoli del Tesoro, tramite operazioni di rifinanziamento (nel gergo dette “repo”) e li vendono a scadenza: salvo riacquistarli sotto data a prezzo ribassato e lucrare sulla differenza. Una strategia finanziaria che crea turbolenza e nuoce al paese, anche perché chi la attua può usare una leva finanziaria tra le più alte: i fondi più piccoli 20-30 volte il capitale investito, i pesci grossi fino a 50 volte. Era tutto previsto e fa strano che un uomo avvertito come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e, soprattutto, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e Paolo Savona non abbiano messo sull’avviso Di Maio e Salvini che non si può lottare contro i mulini al vento, non avendo armi in grado di contrastare quel che Bruxelles ci impone di fare. Per essere più esaustivi, sarebbe stato probabilmente più tollerabile lo sforamento del tetto al deficit consentito (l’1,6% sul Pil) se anziché sfidare la Ue con la proposta di dare a milioni di persone, anche sicuramente bisognose e meritevoli, una decina di miliardi (che, poi, alla fine, si tratterà dell’ennesima mancia elettorale alla Matteo Renzi, giusto per ingraziarsi il proprio elettorato, quello del Sud, in particolare), la stessa somma fosse destinata, che so, ad avviare cantieri per mettere in sicurezza migliaia di edifici scolastici e, nel contempo, proporre una severa spending review, per recuperare le necessarie risorse per far fronte ai tanti problemi della nostra fragile Italia. Si pensi agli smottamenti di vaste aree nel Nord, al Centro e al Sud. Alle frequenti alluvioni. Ai ponti ed ai cavalcavia da controllare e mettere in sicurezza. Ai problemi di Genova, della Calabria, della Sicilia, dei territori colpiti dal terremoto. I due al governo (di Conte nessuno parla perché è come se fosse una figurina da esibire nei consessi internazionali, ma in realtà non conta nulla), parliamo di Di Maio e Salvini, stanno giocando d’azzardo. Così come d’azzardo stavano giocando nel funesto 2011 Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Con il risultato sotto gli occhi di tutti. L’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiamò al Quirinale il prof. Mario Monti, incaricandolo di prepararsi a prendere il posto di Berlusconi a Palazzo Chigi. Sotto la tempesta di uno spread volato a quote stellari (574 punti il 9 novembre sui bund tedeschi) il Cavaliere si arrese a consegnò lo scettro a Monti. Speriamo, e tocchiamo ferro, che non si arrivi più a quei livelli. C’è però da mandare un avviso ai naviganti: non si può combattere contro i mercati finanziari. Questi hanno nella loro mission anche la speculazione. Dicevano gli antichi romani che pecunia non olet. Cosa significa? Che se chi ha tanti soldi da investire può condizionare la vita di un Paese come l’Italia. Potrebbe, addirittura, causare problemi anche a governi come quello americano. Figuriamoci a quello nostrano. Salvini e Di Maio dovrebbero essere più responsabili e non fare battute che sanno di una vera e propria sfida.

Marco Ilapi, 17 ottobre 2018

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Governo improbabile se non impossibile

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dice un vecchio adagio.  E sembra proprio così. Il partito del rottamatore non sa più che pesci prendere. Adesso viene affidato al grigio funzionario Maurizio Martina, il quale ben poco riuscirà a fare. I buoi sono scappati dalle stalle e nessun demiurgo riuscirà nelle prossimi settimane-mesi ad invertire la rotta. I guai del partito democratico vengono da lontano ed i protagonisti che hanno determinato il crollo dei consensi sono piuttosto noti. Si pensi a quel che è accaduto quando il presidente della Repubblica Napolitano ha sbalzato dal cadreghino Berlusconi sostituendolo con Mario Monti. Il Paese sarebbe dovuto andare immediatamente al voto anticipato e così il partito democratico, allora guidato da Pierluigi Bersani, avrebbe conquistato Palazzo Chigi senza colpo ferire, vista la condizione comatosa dell’ansimante governo di Centrodestra. E invece … Quindi, primo colpevole della crisi dem è proprio Giorgio Napolitano, con le sue trovate mirabolanti. Fiaccato anche l’esecutivo Monti, che, si vuole ricordare agli smemorati, ha goduto dell’approvazione di quasi tutti i partiti rappresentati a Montecitorio e a Palazzo Madama, eccezion fatta per la Lega  Nord, da Salvini ribattezzata Lega.  Ad un mese da un esito elettorale infausto i partiti tradizionali si trovano a dover decidere che fare. Bocciati Forza Italia e Partito democratico, grazie ad una legge elettorale che sembrava costruita per non consentire a nessuno di prevalere. E così è stato. Non è che lorsignori facciano ammenda e dichiarino che occorrerebbe davvero cambiare registro e puntare su una nuova legge elettorale sul modello transalpino, a doppio turno, che consentirebbe di avere davvero un vincitore in grado di costituire un esecutivo stabile per l’intera legislatura e in tal modo portare avanti un progetto di governo efficace. Invece … Il Pd si arrocca dietro formule incomprensibili del tipo “il nostro  l’elettorato ci ha mandato all’opposizione. E noi un contrasto duro al governo che verrà faremo”. Posizione comprensibile, ma ambigua. Sì, perché quando un elettore ti da il voto, lo fa con la convinzione che tu possa governare e dare le giuste risposte a chi cerca lavoro, a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. E così via. Quindi come partito non puoi, non ti devi rifugiare nell’Aventino, minacciando tuoni e fulmini, sapendo che i vincitori della tornata elettorale, a tuo modo di vedere, non saranno in grado di formare nessun esecutivo e i cittadini, disillusi, torneranno a votare per te. Il problema è che il Paese nel mentre rischia il collasso. Questi sono ragionamenti inaccettabili. Fate, piuttosto, delle proposte. Sul piano delle necessarie riforme che l’Italia attende da decenni, in primo luogo una riforma costituzionale incisiva che non corra il rischio di venire bocciata dall’elettorato. Secondo una nuova legge elettorale sul modello francese che possa consentire, lo abbiamo ribadito numerose volte, a chi prevale anche se di un solo voto, di governare. L’Italia non è la Germania, che si può permettere sei mesi dalle elezioni senza un governo. E nemmeno il Belgio né la Spagna. Si ricordi che Rajoy non ha una maggioranza e se governa lo fa per la non opposizione in primis del partito socialista. In Spagna c’è un governo di minoranza. La Lega di Salvini, per poter andare a Palazzo Chigi ha bisogno di una cinquantina di transfughi dagli altri partiti. Potete pensare che decine di parlamentari Pd possano ingrossare le fila del centrodestra a trazione berluscon-salviniana? Assai improbabile. D’altro canto, il buon Luigi Di Maio, per poter contare su una maggioranza stabile avrebbe necessità, addirittura, di un centinaio di “parlamentari responsabili”, da pescare nelle file sia del partito democratico molto renzianizzato oppure in quello di Forza Italia. Entrambe le ipotesi sono destinate a naufragare nel giro di poche ore. Soluzioni intermedie non sono praticabili. Mattarella ha bel nodo da sciogliere. Una maggioranza Pd-Centrodestra, ove si formasse, consentirebbe ai Cinquestelle di gridare allo scippo antidemocratico di Palazzo Chigi, perché l’elettorato italiano ha scelto il M5S come primo partito. Per converso un esecutivo targato M5S-Pd vedrebbe sulle barricate il Centrodestra che, nell’insieme, ha avuto oltre il 37% dei consensi e non può, ragionevolmente, essere escluso dalla possibilità che il presidente della Repubblica affidi loro il compito di formare un esecutivo stabile. In definitiva, Sergio Mattarella ha un compito assai arduo da portare a compimento. Qualsiasi soluzione che i partiti gli proporranno ha grosse carenze. Comportarsi come il suo predecessore al Colle, ossia affidare ad un Mario Monti l’incarico di formare un governo in grado di portare fuori il Paese dalle difficoltà in cui si trova inabissato da più di dieci anni, non è pensabile, non è immaginabile. Entro qualche giorno dovrà essere presentato il documento di programmazione economica e finanziaria, che conterrà le linee guida sui cui il prossimo esecutivo dovrà indicare cosa si propone di fare. Ci sarà menzionato il reddito di cittadinanza? Ci sarà il capitolo flat tax, la tassa piatta? E chi andrà all’appuntamento per il Consiglio europeo di fine giugno dove si parlerà di Brexit, migranti e nuova governance dell’Europa? Sarebbe assurdo che l’Italia si presentasse con un premier dimezzato. Quel premier, allo stato dell’arte, per adesso è Paolo Gentiloni. I Cinquestelle ed il Centrodestra saranno d’accordo? Non crediamo proprio, visto l ‘esito elettorale del 4 marzo. I problemi sul tappeto sono tanti (da non trascurare le proposte che i partiti, tutti i partiti, devono fare a proposito del debito pubblico-monstre che il nuovo esecutivo eredita dai governi che si sono succeduti negli anni e che ogni giorno lievita di milioni di euro. Ad oggi ha superato la soglia di 2.313,000.000 di euro. Forse quest’ultimo è il nodo  più problematico da sciogliere. E sì, perché senza risorse si possono fare solamente le riforme a costo zero. Ossia, poche.

Marco Ilapi, 4 aprile 2018

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Le grandi responsabilità di Giorgio Napolitano

Se «il voto del 4 marzo ha rispecchiato un forte mutamento nel rapporto tra gli italiani e la politica quale si era venuta caratterizzando da non pochi anni a questa parte», qualche responsabilità ce l'ha pure il presidente della repubblica che nomina senatore a vita Mario Monti, esautora Silvio Berlusconi e inaugura la stagione dei governi tecnici, sbarrando il passo alle elezioni anticipate nei primi mesi del 2012.L'opinione di Francesco Cancellato sul sul sito www.linkiesta.it.

Napolitano saluta, ma se l'Italia è nei guai è anche colpa sua

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