Un 2019 bellissimo? I numeri dicono che sarà bruttissimo

Giuseppe Conte diceva, in un impeto di grande entusiasmo, assai poco riflessivo, che quest’anno sarà un anno bellissimo. E’ stato clamorosamente e ben presto smentito dai fatti, ossia dai numeri. Nei numeri, tante bugie. Inadatto a guidare il Paese. Ostenta un grande ottimismo, ma l’Italia è come il Titanic prima del naufragio. Luigi Di Maio, dal balcone di Palazzo Chigi nello scorso settembre urlava: “Abbiamo abolito la povertà!” Fosse stato minimamente rispondente a verità, i numeri avrebbero dovuto confortare le loro previsioni. Invece le cose stanno procedendo in tutt’altro modo. In tutt’altra direzione.

La crescita del Pil è sottozero (era +0,9% a ottobre, cinque mesi fa), l’occupazione al palo, i consumi pure, gli investimenti privati in territorio negativo, quelli pubblici non pervenuti. Lo stellone si chiama export: o riparte il commercio internazionale, o quest’anno si va sott’acqua. Con l’economia mondiale in flessione e i dazi di Trump all’orizzonte, non esattamente lo scenario più probabile per poter affermare che il 2019 sarà un anno bellissimo e che è stata abolita la povertà!

«Non ci sono opzioni indolori», dice Confindustria, e quando dice così pensa ai conti pubblici italiani, ipotecati per fare il reddito di cittadinanza e quota 100 che sono diventate leggi dello Stato con le ultime votazioni in Parlamento. Due misure, ci siamo consumati i polpastrelli a scriverlo, che così come sono non servono a nulla se non a blandire gli elettorati di Cinque Stelle e Lega, convinti rispettivamente che è stata davvero abolita la povertà (ripeto: falso) e che è stata abolita la Legge Fornero (ancora più falso). Due misure a moltiplicatore zero o quasi, soprattutto, che bruciano denaro senza produrre ricchezza.

«Non ci sono opzioni indolori» perché chiunque farà la manovra 2020, quella da presentare a ottobre 2019 avrà solo tre strade di fronte a se: far crescere il deficit fino al 3,5%, aumentare l’Iva fino al 25% (e pure qualche altra imposta, già che c’è) o tagliare la spesa pubblica per 35 miliardi circa. Tutto per non fare nulla, per mantenere in vita ciò che di inutile è stato fatto nel 2019. Volete la flat tax? Servono ancora più deficit e più tagli. E cosa dirà la prossima Commissione Europea?

«Non ci sono opzioni indolori»:  se non fossimo italiani sarebbe quasi divertente il contrappasso che toccherà a Salvini e Di Maio, tra qualche mese, trasformarsi in un Mario Monti per salvare l’Italia da loro stessi, a sconfessare tutta una narrazione fatta di spesa pubblica e deficit che magicamente trainano crescita e occupazione, a combattere contro i mulini a vento di un’Europa che dopo il 26 maggio non sarà affatto diversa rispetto a quella di oggi. La manovra per il 2020, almeno questa, saranno ancora Juncker e Moscovici a valutarla, almeno fino all’insediamento della nuova Commissione, probabilmente in autunno. Non prima. Ingaggiare guerre guerreggiate con Bruxelles sono operazioni perdenti. Ed entro il 15 ottobre bisognerà presentare la legge di bilancio per il 2020! Allegria, direbbe il grande Mike Bongiorno!

«Non ci sono opzioni indolori», anzi una c’è. Mandare tutto in vacca e far cascare il governo prima che arrivi l’autunno, lasciando a qualche tecnico o a qualche professorone (Mario Monti?... Mario Draghi?) l’incombenza di occuparsi dei conti del Paese che sono stati ulteriormente devastati dagli incauti e rovinosi provvedimenti dall’attuale esecutivo in virtù dell’incompetenza ad alzo zero dei gialloverdi. Spetterà a loro raccattare i cocci do un bilancio pubblico disastrato che originerà del malcontento nelle urne. Ai professionisti del populismo è l’unico gioco che rimane, l’unico che sanno giocare. L’unico che non sarà consentito loro giocare. “Non ci sono opzioni indolori” vale anche per loro.

Cosa dice Roberto Maroni, l’ex presidente della regione Lombardia?  Traccia a grandi linee la storia della Lega salviniana: “ha fatto il passaggio generazionale che Forza Italia non ha voluto fare”. Salvini è giovane e forte, dice l’ex segretario, ma non eterno. “Il suo è un consenso effimero, devi alimentarlo tutti i giorni e, insegna Renzi, può sparire da un momento all’altro”. Il leader padano è riuscito lì dove Bossi ha fallito: ha preso i voti di Silvio Berlusconi e in poco tempo gli ha strappato il timone di mano. Le elezioni europee del 26 maggio, conclude l’ex governatore lombardo, saranno il vero spartiacque, altro che 4 marzo dello scorso anno: “Se davvero Salvini riuscirà a mantenere questo consenso dopo il voto europeo finirà la Seconda Repubblica”.

Riepilogando fino alla noia. L’Italia ha problemi irrisolti da molti anni, chiaramente ereditati da gestioni disastrose e le responsabilità vanno suddivise equamente fra tutti gli schieramenti politici che si sono alternati alla guida del Belpaese. Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte hanno commesso errori mostruosi e la fotografia del Paese è quella che è. L’Italia è ferma e i numerini (per dirla con Salvini) sono importanti. Altro che sono importanti! Non si riescono a stipulare patti per lo sviluppo perché non ci sono soldi. I pochi spiccioli che sono saltati fuori sono stati destinati ai due provvedimenti a cuore ai gialloverdi, al reddito di cittadinanza e quota cento. Per la riduzione del cuneo fiscale non c’è un euro. Di Maio e Salvini sono due grandi bugiardi. E’ vero che l’attuale esecutivo ha pochi mesi di vita, ma.. se il buon giorno si vede dal mattino, ahi, ahi, le prospettive non sono allegre. Le poche decisioni prese porteranno il Paese al default. Al governo ci sono persone assolutamente incompetenti (a pare qualche eccezione). A Palazzo Chigi sostengono che sono stati messi soldi nelle tasche degli italiani. Sono ben pochi gli italiani ad esserne convinti. Osano critica la stampa libera, ma che cosa deve fare un onesto giornalista? Fare il cane da guardia del potere. E questo non piace ai governanti di turno. Di Maio si sente un uomo politico in grado di guidare due ministeri delicatissimi come il Lavoro e lo Sviluppo economico e non avverte l’enorme gravità dell’impegno che si è assunto. Dall’altro lato il suo competitor Salvini non si occupa per niente del ministero che ha fortemente voluto, senza, peraltro, mollare la segreteria del suo movimento politico. Non si può stare con i piedi in più staffe. Lo sappiano i nostri due eroi. M5S e Lega hanno visto approvati i due provvedimenti-cardine che stavano loro a cuore. Bene. E adesso, che si fa? I problemi sono le casse vuote in cui non si riescono a recuperare le risorse necessarie per adottare quei provvedimenti che sarebbero indispensabili per invertire la folle discesa degli indicatori economici verso l’ennesima fase recessiva. Due numeri per comprendere. Il debito pubblico, quest’anno, si avvicinerà ai 2.500.000.000.000 di euro (duemilacinquecentomiliardi di euro). Euro più, euro meno, ogni minuto che passa il nostro debito cresce di oltre 212.000 euro. Ogni ora che passa aumenta di 12.720.000 euro. Ogni giorno che passa lievita di oltre 305.280.000  di euro. Ogni mese cresce di 9.158.400.000 euro. Ogni anno che passa il debito aumenta di quasi 110.000.000.000 di euro. Oggi il debito pubblico sfiora i 2.400 miliardi, a fine anno supererà certamente quota 2.500 miliardi di euro. Questi numerini dovrebbero far tremare i polsi di Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Giovanni Tria. Il ministro dell’economia, probabilmente, è l’unica persona consapevole della drammatica situazione dei nostri conti pubblici. I problemi dell’Italia sono tutti racchiusi in questi numerini. Piaccia o no a Di Maio e Salvini. O Palazzo Chigi interviene, in tempi certi, per affrontare questo nodo gordiano o il Paese va a schiantarsi contro la potenza finanziaria di chi ha da guadagnare da un nostro eventuale default. Sia chiaro che chi ha la potenza di fuoco per fare un mucchio di soldi anche allorquando nei mercati finanziari regna l’orso, può tranquillamente aspettare il momento topico per aggredire un Paese che manifesta nei suoi provvedimenti segni di incoerenza, di indecisione, insomma, di grande debolezza. E’ successo all’Italia nel 2011, è successo alla Grecia di Tsipras. Potrebbe accadere in casa nostra. Questo governo è chiaramente inadeguato per affrontare la crisi violenta che attraversa il Paese e Di Maio e Salvini dovrebbero essere un po’ umili e riconoscerlo. L’Italia non è il Giappone, né la Cina, né l’India ed è nella Ue. Ci siamo dati delle regole che abbiamo l’obbligo di rispettare, pena la cacciata dal Club di Bruxelles. L’Italia non sono gli Stati Uniti d’America. E nemmeno la Germania, né la Francia. A mio avviso se retrocedesse dalle misure-bandiera (reddito di cittadinanza e quota 100), magari M5S e Lega perderanno consensi, ma salverebbero il Paese da un assai probabile intervento della Troika che avrebbe il ruolo, un po’ nefasto, di imporre in maniera drastica le misure da adottare per risalire la china in cui l’Italia è precipitata, incolpevoli gli attuali governanti. E, per concludere, niente flat tax, per favore.

Un altro piccolo problema è il livello che ha raggiunto lo spread. Pochi ci fanno caso, ma se il differenziale di rendimento dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi, i bund, cresce e, da parecchi mesi è ormai stabilmente sopra quota 250, significa che gli imprenditori italiani hanno maggiori difficoltà ad approvvigionarsi di capitali per le rispettive aziende rispetto a quelli della Germania. Ma addirittura anche in Francia, Portogallo e Spagna stanno meglio di Casa Italia. Solo la Grecia sconta un livello di spread più elevato. Gli altri Paesi stanno tutti meglio di noi. Ci si può riflettere o è un delitto di lesa maestà farlo? Il gioco del pagamento degli interessi sul debito pubblico rende il problema ancor più delicato, perchè l'Italia deve collocare tra gli investori ogni anno non meno di 400 miliardi di euro di titoli e per convincere gli investitori a sottoscriverli deve obbligatoriamente promettere tassi più elevati della media europea. E questi maggiori interessi gravano sui conti pubblici per 2-3 finanziarie pesanti. Non è uno scherzo. Il moloch del debito pubblico condiziona la politica economica del nostro esecutivo, come ha, nel passato, condizionato i governi sia di centrodestra che di centrosinistra. Sono i detestati numerini che piacciono poco ai Di Maio ed ai Salvini che però spiegano lo stato di salute della nostra economia. Se il Pil cresce del 2-3% l'anno, aumenta l'occupazione, aumenta il reddito delle famiglie, si va più a cinema, si decide di cambiare l'automobile, si va in ristorante. Con il Pil in caduta libera, tutto il contrario. Non bastano le assicurazioni del buon avvocato Giuseppe Conte che il 2019 sarà un anno bellissimo, perché non ci crede nessuno. E infatti siamo arrivato ad un Def piuttosto misero che da un'elezione all'altre non tranquillizza gli italiani. C'è bisogno urgente di un'inversione di marcia. Fino a quando dovremo sopportare un governo (ed  un Parlamento) inconcludente? La pazienza degli elettori non è infinita. Lo ha già dimostrato dando più fiducia alla Lega di Salvini piuttosto che al M5S di Di Maio. Ci sarà una ragione, o no? Si è in attesa dello sviluppo degli eventi. Dopo il 26 maggio qualcosa cambierà. Di sicuro. Salvini tenga a mente che il Pd a guida Renzi nel 2014 fece l'exploit del 40% proprio alle europee. Non si ficchi in testa che il Belpaese la Lega lo abbia addomesticato, perché non è così. Non può essere così. Il consenso lo si può perdere da un'elezione all'altra. Renzi docet.

Marco Ilapi, 8 aprile 2019

Il  governo non ha i soldi per mantenere le promesse elettorali!

Bentornati sulla terra. Abbiamo scritto più volte su queste colonne che il rallentamento dell'economia andava contrastato subito con una politica non di Protezione ma di Produzione. Il governo ha fatto i suoi calcoli a breve (voto europeo a fine maggio), ma ora ha un problema: non ci sono i soldi per fare altro. Non solo, i provvedimenti che ha varato oggi - Quota 100 e Reddito di cittadinanza - non aumentano domani il Prodotto interno lordo. Non si tratta della congettura di un burocrate della Commissione europea, è il governo a metterlo nero su bianco nel Documento di economia e finanza: l'apporto di Quota 100 è pari a zero, quello del Reddito di cittadinanza è pari allo 0.2 per cento del Pil. Alla fine la realtà è onesta, puntuale, inesorabile.

Il debito pubblico crescerà, così pure il rapporto tra deficit e Pil, le privatizzazioni sono diventate un nano contabile e gli investimenti si trovano nel dizionario alla voce "speranza". Nel 2020 il governo dovrebbe disinnescare 23 miliardi di euro di clausole di salvaguardia e finanziare la nuova spesa che ha messo in campo. Sono numeri da casa delle streghe, siamo ben oltre 30 miliardi di euro.

Il governo corre verso due trappole: la trappola del debito e quella che su List abbiamo chiamato la trappola di Tsipras. La trappola del debito è già scattata: lo stato emette titoli - circa 400 miliardi di euro all'anno - e in cambio corrisponde ai sottoscrittori un interesse che è superiore a quello della concorrenza.

E ciò a causa del rischio più elevato che presenta l'Italia rispetto ad altri paesi, come ad esempio la Germania, il nostro punto di riferimento. Entro agosto il nostro debito pubblico - dopo aver già frantumato tutti i record - potrebbe toccare quota 2400 miliardi, la spesa per interessi non cala e la crescita è pari a zero. Fate voi i conti e immaginate cosa potrà accadere.

La "trappola di Tsipras" ha una sua logica ferrea: il governo sotto pressione finanziaria dice no all'Unione europea, Salvini e Di Maio fanno dirette Facebook e selfie fiammeggianti, poi il governo va al tavolo della Commissione Ue (è già successo con la legge di Bilancio), vede due o tre numeri sull'economia, pesa la stabilità delle banche (e dunque dei correntisti e dei risparmiatori ai quali loro dicono di tenere così tanto) e accetta una realtà fatta di rigore contabile, lacrime e sangue. L'alternativa? Il caos. Chi ha qualche dubbio sulla sceneggiatura, citofoni Alexis Tsipras, Atene.

L'Italia è un film che si ripete: nel 1992 con il governo Amato vi fu una manovra da 100 mila miliardi e il prelievo forzoso sui conti correnti, poi nel 1993 arrivò da Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e un governo (semi)tecnico per avviare la transizione; nel 2011, il copione è uguale: lo spread decolla a quota 575 punti, arriva il governo tecnico di Mario Monti e una manovra da 20 miliardi; nel 2013 la crisi istituzionale sfocia in un sistema tripartito, i Cinque Stelle arrivano in Parlamento, il Pd fa un governo di larghe intese con Berlusconi, Renzi gioca una carta sbagliata con il Cavaliere (l'elezione non concordata di Mattarella al Quirinale) e il risultato è quello di tre governi instabili del Pd in una legislatura e l'affondamento di Renzi nel referendum costituzionale. Qualsiasi governo arrivi dopo, ha le mani legate e la borsa semivuota.

Nel 2018 la crisi istituzionale produce un risultato che manda in stallo il quadro politico, alla fine viene fuori l'unico governo possibile, quello tra Cinque Stelle e Lega, un esecutivo retto da un duumvirato tra Di Maio e Salvini. Quel governo in estate vara una legge di bilancio immaginando un periodo di lunga crescita globale, ma il rallentamento dell'economia tedesca è in corso (non ci voleva molto, bastava guardare i dati del settore dell'auto) il piano è già minato, gli interessi sul debito galoppano, si fa politica economica in deficit senza un'idea di crescita, si trascura la leva degli investimenti e così si arriva al Consiglio dei ministri dell'altro ieri sera con la fine del sogno. Lo ha messo nero su bianco il governo nel Def. Toh, che sorpresa.

Mario Sechi - L'Unione Sarda - 11 aprile 2019

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Juncker, confessa: nel 2011 l'Ue ha sbagliato tutto

Racconta Pier Luigi Bersani, l'ex segretario del Pd: «Ricordo ancora la direzione in cui posi i dirigenti del partito di fronte all'opzione governo Monti o elezioni. Mi trovai di fronte un fuoco di sbarramento di sei interventi di esponenti di primo piano che consideravano Monti una scelta obbligata. Poi c'era Napolitano... Da quel momento, tutte le settimane, per un anno, sono stato sottoposto ad un'esame di montismo. E anche se avevo qualche dubbio sull'efficacia della politica del loden, dovevo accettare l'impostazione di chi, per far dimenticare il proprio passato comunista, pensa sempre che abbiano ragioni gli altri. La verità è che in molti si ubriacarono di retorica europeista. Trasformarono un'idea buona, l'Europa unita, in un'ideologia...». Il commento di Augusto Minzolini su il Giornale.

Coming out di Bersani, Napolitano ci impose di accettare diktat Ue

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I problemi non risolti sul tavolo del governo Conte

I due partiti a trazione Di Maio-Salvini hanno subito un inaspettato smacco. O meglio dire, era nelle previsioni un calo dei consensi, ma non nella misura di una disfatta. Una Caporetto così non se l’era certo immaginata il segretario del M5S.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta facendo da tappo sulle pretese dei due vice presidenti del Consiglio. Sul deficit hanno fatto marcia indietro. Di dimissioni del presidente del Consiglio, paventate, non si fa più cenno. Lo stesso dicasi per il ministro dell'economia Tria. Di andare al voto prima delle elezioni europee del prossimo maggio non si parla. Ma i problemi restano. Anzi, si fanno ogni giorno più complicati da affrontare e risolvere.  Gli accordi del giugno 2018, tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, cominciano a traballare. Quando, poi, a fine settembre il gerente del movimento penta stellato si è affacciato sul balcone di Palazzo Chigi, urlando che “questo governo” aveva abolito la povertà con l’approvazione del Def per il 2019, innalzando l’asticella del deficit al 2,4%. Naturalmente nessuno ci ha creduto. Oggi i due baldi governanti italici si stanno rendendo conto che c’è l’Europa, c’è la legge di bilancio e che deve tenere conto delle nostre carenze, delle nostre difficoltà che vengono da lontano. Molto lontano. Queste manovre durano per lo meno dal 2008. In questi anni si sono alternati governi ispirati dal Quirinale, con regia Giorgio Napolitano. Nel 2010 ci sono stati i cosiddetti “responsabili”, da Domenico Scilipoti ad Antonio Razzi, Catia Polidori e altri che si sono assunti il compito di sostenere artificialmente, quasi con respirazione bocca a bocca, l’esanime esecutivo Berlusconi, consentendogli di sopravvivere ancora per qualche mese. Nell’estate dell’anno seguente c’è stata la richiesta di Bruxelles di provvedimenti non più rinviabili una serie di riforme. Draconiani Riproponiamo la lettera dei due governatori della Bce, Trichet (uscente) e Draghi (entrante). Da quel fatidico 7 agosto 2011 hanno inizio i drammi italici:

“Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.

Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali».

Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Francoforte / Roma, 5 Agosto 2011”

L’Italia nel frattempo ha cercato di ottemperare alle richieste della Bce, conniventi lo stesso ex premier Silvio Berlusconi, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e oggi il governo Conte. I quali ultimi si sono alternati a Palazzo Chigi senza che il popolo italiano lo avesse voluto “con un voto chiaro”. Con le elezioni. Che sono state rinviate quasi sine die, fino al febbraio del 2013. Poi c’è stata la pantomima della rielezione di Napolitano al Colle, con tutto quello che è seguito. La legislatura ha ultimato il suo corso. Il Paese è stato chiamato a votare. L’esito  stato funesto per tutti coloro che hanno dato il proprio contributo a che la situazione precipitasse nell’abisso più profondo. Il 4 marzo hanno vinto Cinquestelle e Lega. A loro il compito di portare il Paese fuori dal caos in cui è precipitato. Dopo sei mesi di governo, qualche dubbio sorge. Tenendo conto dei sondaggi elettorali che vendono la Lega in forte crescita ed il M5S i decisa caduta. Ecco perché Luigi Di Maio insiste sull’assicurare la tenuta su alcuni punti qualificanti del suo programma di governo: il reddito di cittadinanza si farà. Costi quello che costi. E nel frattempo, lo spread (il costo del denaro per chi lo prende in prestito è più elevato) vola a livelli assai preoccupanti, il debito pubblico non cala, anzi sale ogni minuto di 31.000 euro. Fate voi il calcolo di cosa significa non assumere ancora provvedimenti (che piacerebbero tanto all’Unione europea) per tagliare la spesa pubblica che è arrivata a livelli monstre. E la manovra dell’esecutivo sta andando in direzione contraria. Il debito pubblico (che pagheranno i nostri figli) continuerà a crescere. Già con i governi Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni abbiamo constatato l’aumento del debito che nel 2012 era di 1.900.000 e adesso sfiora i 2.350.000 miliardi di euro. Segno che le politiche adottati negli ultimi 7 anni non hanno dato gli esiti auspicati da Palazzo Chigi. Anzi, la situazione si ulteriormente deteriorata. Non c’è da stare tranquilli. E dall’anno venturo non ci sarà più l’ombrello del Quantitative Easing. Anzi, Mario Draghi sloggerà dalla Bce e, molto probabilmente, la poltrona verrà occupata da Jens Weidmann, non proprio una colomba. Buio fitto nell’orizzonte del Belpaese. Auguri al governo del cambiamento.

Marco Ilapi, 17 dicembre 2018

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