Il potere rivoluzionato dal virus

Le leadership al tempo del coronavirus sono una strana bestia da dominare e la gestione di una fase straordinaria come quella che stiamo vivendo oggi ha introdotto nella grammatica della politica alcune novità che sarebbe stato difficile immaginare appena qualche mese fa. La prima novità riguarda l’ex leader forte della politica italiana, ovvero Matteo Salvini, che da settimane brancola nel buio, intrappolato in una condizione che si trova a metà strada tra un profilo politico incompatibile con la stagione vissuta in questi giorni dal paese, quello del trucissimo citofonatore seriale, e tra un altro profilo incompatibile con la natura stessa del salvinismo, ovvero quello del leader responsabile disposto a mettere la salvaguardia del paese su un piedistallo più alto rispetto alla salvaguardia del consenso. Il salvinismo oggi si trova stretto in un imbuto ed è interessante notare che per uscire fuori da quell’imbuto il leader della Lega sia disposto, come ha fatto ieri, a invocare l’arrivo in Italia di un leader che si trova agli antipodi del salvinismo, ovvero Mario Draghi. L’ex ministro ha speso parole di elogio per l’ex governatore della Banca centrale europea e per le sue proposte contenute nell’articolo pubblicato sul Financial Times, dicendosi fiducioso rispetto a “quello che potrà nascere da questa intervista” (non era un’intervista). Salvini al momento non ha altra strategia se non quella, a proposito di leadership, di sbarazzarsi di Giuseppe Conte, la cui popolarità nei giorni della gestione della più grandi crisi mai vissuta dall’Italia dal Dopoguerra a oggi è schizzata alle stelle, più del 70 per cento di gradimento, e se però la strategia seguita da Salvini coincide con la strategia già immaginata mesi fa da un altro Matteo, nel senso di Renzi, per vaccinare l’Italia contro il trucismo salviniano, ovvero un governo Draghi, significa che c’è qualcosa che non va, se per vincere una partita devi entrare in campo vestendo la maglia della squadra avversaria. Si parla di leadership, dunque, e la popolarità della leadership di Conte, che ieri ha rotto l’unità in Consiglio Ue per ottenere dall’Europa ciò che ancora non è riuscito a ottenere, non è detto che sia una garanzia sul suo futuro, chi si paragona a Churchill dovrebbe sapere che fine fece Churchill quando finì la guerra, ed è anzi possibile che la sua popolarità possa diventare un pretesto per mettere i suoi nemici, da Renzi a Salvini passando per Di Maio, sullo stesso fronte quando il lockdown finirà. Le leadership al tempo del coronavirus hanno trasformato in leader deboli i leader forti ma hanno avuto anche l’effetto di trasformare leadership apparentemente deboli in leadership particolarmente forti. Vale per la leadership del M5s, che non è mai sembrata così solida da quando il M5s ha scelto di fatto di non avere un leader. E vale anche per il Pd, i cui sondaggi, da settimane, tendono a essere particolarmente generosi con un leader come Nicola Zingaretti che forse più di altri è riuscito a incarnare perfettamente lo spirito del tempo: polemiche zero, pieni poteri al presidente del Consiglio e silenzio quasi assoluto. Il Pd guidato da Zingaretti, che secondo un sondaggio Ixè si trova a soli 3,5 punti percentuali di distanza rispetto alla Lega (26,5 contro 22,9), è stato il partito più colpito dal contagio del coronavirus, circostanza sfortunata ma che ha fatalmente avvicinato in modo inusuale il partito alle principali paure del paese. In una stagione straordinaria le leadership ordinarie diventano per tutti come dei beni rifugio, eccezion fatta forse per Vincenzo De Luca, la cui leadership non ordinaria, pur non piacendo molto ai residenti del rione Monti, ha tutte le caratteristiche per essere quella adatta a una fase non ordinaria, specie in una regione come la Campania dove avere contagi come quelli della Lombardia potrebbe essere un’ecatombe di dimensioni colossali. E per la stessa ragione, i leader politici che riescono a ottenere più risultati sono quelli che tendono a rivolgersi agli elettori proponendo meno capri espiatori e più soluzioni. Vale, per esempio, per il governatore del Veneto Luca Zaia, che topi a parte è riuscito a mettere su una notevole squadra anche di super esperti grazie alla quale è stato in grado di trasformare il Veneto in un modello di gestione della crisi più efficace rispetto al modello lombardo. E vale in una misura diversa anche per Matteo Renzi. L’ex presidente del Consiglio non gode di una buona popolarità, ma in questi mesi ha dimostrato di essere uno dei pochi in Parlamento ad avere soluzioni strategiche per il futuro di questa legislatura. Lo ha fatto sei mesi fa quando ha contribuito a far nascere un governo europeista al posto di uno antieuropeista. E non è detto che lo stesso schema non gli possa riuscire nei prossimi mesi, quando l’Italia, dovendo affrontare una fase eccezionale della sua storia, potrebbe avere bisogno di quello che Renzi suggerisce da tempo, ovvero una leadership eccezionale come quella di Draghi. Per il momento forza e coraggio. E per il domani poi chissà.

Claudio Cerasa – Il Foglio – 27 marzo 2020

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Eurobond con cura

Ora che la Bce ha fatto la sua parte, tocca ai governi. Oltre alla scelta degli strumenti migliori per sostenere l’economia e il sistema sanitario, la sfida per la politica fiscale è trovare il giusto equilibrio, tra due rischi contrapposti: essere troppo timidi e non fare abbastanza, versus compromettere la solvibilità degli stati nel lungo periodo. La sfida è particolarmente difficile per il nostro paese, data la dimensione del debito. Gli interventi annunciati dalla Bce evitano che il costo del debito diventi troppo alto, ma non risolvono i problemi di sostenibilità nel medio periodo. E la sostenibilità non può essere trascurata se, come è molto probabile, il nostro debito sarà presto vicino al 150 per cento del reddito nazionale.

Molti pensano che l’emissione di Eurobond per finanziare le spese eccezionali legate all’epidemia sarebbe un passo risolutivo. Non c’è dubbio che titoli emessi dalla zona euro, ad esempio dal Mes o da altra istituzione europea, e sostenuti dalla capacità fiscale congiunta di tutti i paesi dell’Eurozona, avrebbero importanti vantaggi. I singoli paesi sarebbero meno riluttanti a spendere, perché consapevoli di potersi finanziare senza difficoltà; il costo del nuovo debito sarebbe eguale per tutti i paesi, a vantaggio dei paesi più indebitati; nascerebbe un nuovo strumento finanziario privo di rischio; i paesi dell’Eurozona sarebbero spinti verso una maggiore integrazione politica. 

Tuttavia l’emissione di Eurobond avrebbe anche un inconveniente non trascurabile per il nostro paese. Inevitabilmente, questo strumento finanziario sarebbe senior (cioè a rimborso privilegiato), rispetto ai titoli di stato nazionali, che quindi diventerebbero ancora più rischiosi. Cioè, non solo gli Eurobond non risolverebbero il problema della sostenibilità del nostro debito, ma potrebbero anche aggravarlo. Per affrontare in modo davvero risolutivo l’emergenza economica, il passo da compiere è un po’ più lungo. Gli Eurobond dovrebbero essere irredimibili, avere un tasso di interesse molto basso, ed essere acquistati dalla Bce. Naturalmente dovrebbe trattarsi di un’emissione speciale, e i governi potrebbero usarla esclusivamente per finanziare spese sanitarie e altri provvedimenti specificamente legati all’attuale emergenza economica. Una misura di questo tipo sarebbe quasi come la manna dal cielo. Gli stati potrebbero finanziare l’espansione fiscale senza mettere a repentaglio la solvibilità dei conti pubblici: ad esempio, un’emissione pari al 10 per cento del reddito nazionale con un tasso allo 0,5 per cento avrebbe un costo annuo per interessi di solo lo 0,05 per cento del reddito, una percentuale trascurabile. Essendo irredimibili, i titoli non contribuirebbero neanche ad aumentare il rischio di crisi di liquidità sul debito nazionale al momento del rinnovo. La creazione di moneta corrispondente all’acquisto dei titoli da parte della Bce non creerebbe inflazione in questo momento di grave recessione. Né verrebbe pregiudicata la credibilità della Bce nel controllo dell’inflazione in futuro, perché la Bce sarebbe sempre libera di rivendere i titoli sul mercato quando avesse l’esigenza di ridurre la liquidità. L’emissione di titoli irredimibili a basso tasso di interesse è stata suggerita anche da Mario Monti in un recente articolo sul Corriere della Sera, con riferimento però solo all’Italia. Tuttavia un’emissione nazionale non avrebbe il sostegno della Bce, che invece è cruciale per assicurarsi che i tassi di interesse siano davvero bassi a fronte di un importo rilevante. E l’importo dovrebbe davvero essere intorno al 10-15 per cento del reddito nazionale, perché questo potrebbe essere l’ordine di grandezza del sostegno fiscale necessario. E’ pura fantascienza (o fanta-economia)? Può darsi. E’ probabile che l’opinione pubblica del nord Europa non sia pronta a un svolta così radicale nell’assetto finanziario dell’Eurozona. 

Un sondaggio fatto in Germania a novembre 2019 dall’Istituto Allensbach riscontrava che, a giudizio del 72 per cento degli intervistati, il maggior pericolo per la coesione dell’Unione europea era, indovinate cosa? Non l’immigrazione, né la diseguaglianza, bensì l’eccessivo debito pubblico in alcuni paesi. Tuttavia, l’ipotesi di un’emissione speciale di Eurobond è entrata nelle discussioni politiche europee, anche grazie all’impulso di Italia e Francia, e non si può escludere che a un certo punto essa diventi realizzabile. Se così fosse, è fondamentale insistere che siano titoli irredimibili e acquistati all’emissione dalla Bce. Altrimenti potrebbero poi non essere così risolutivi come oggi appaiono a molti.

Guido Tabellini – Il Foglio – 20 marzo 2020

Guido Tabellini - Il Foglio - 20 marzo 2020

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I conti (sbagliati?) di Conte

Gira una certa aria di felicità a sinistra, in questo fine anno. Complici le sardine e Giuseppe Conte. Delle buone ragioni e delle speranze che le prime hanno generato non c’è molto da aggiungere alle tante lodi. Misterioso rimane invece, almeno ai miei occhi, il fatto che Giuseppe Conte sia diventato un fattore ispirazionale per le forze democratiche. In punta di forchetta istituzionale il ruolo che ricopre è del tutto legittimo: i premier nel nostro sistema vengono nominati, non eletti direttamente. Ma in termini di sostanza politica, dopo quasi un decennio di polemica feroce (da parte delle opposizioni, ma poi ampiamente condivisa dalla sinistra) sulla lunga serie di premier scelti dal Colle o rimpastati con accordi interni ai partiti, senza ritorno alle urne, come si sia poi arrivati a un Conte che non ha mai partecipato a nessuna elezione, e non ha mai nemmeno visto da lontano una qualche forma di  vita politica, rimane per me incomprensibile. Il commento di Lucia Annunziata su Huffington Post.

Dal Conte 1 al Conte 2, la guerra per Palazzo Chigi

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