I conti (sbagliati?) di Conte

Gira una certa aria di felicità a sinistra, in questo fine anno. Complici le sardine e Giuseppe Conte. Delle buone ragioni e delle speranze che le prime hanno generato non c’è molto da aggiungere alle tante lodi. Misterioso rimane invece, almeno ai miei occhi, il fatto che Giuseppe Conte sia diventato un fattore ispirazionale per le forze democratiche. In punta di forchetta istituzionale il ruolo che ricopre è del tutto legittimo: i premier nel nostro sistema vengono nominati, non eletti direttamente. Ma in termini di sostanza politica, dopo quasi un decennio di polemica feroce (da parte delle opposizioni, ma poi ampiamente condivisa dalla sinistra) sulla lunga serie di premier scelti dal Colle o rimpastati con accordi interni ai partiti, senza ritorno alle urne, come si sia poi arrivati a un Conte che non ha mai partecipato a nessuna elezione, e non ha mai nemmeno visto da lontano una qualche forma di  vita politica, rimane per me incomprensibile. Il commento di Lucia Annunziata su Huffington Post.

Dal Conte 1 al Conte 2, la guerra per Palazzo Chigi

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Ora il Paese merita un’alleanza forte

Ci sarà stato anche «tanto entusiasmo», come aveva giurato Conte all’alba di questo 2019. Ma una cosa è ormai certa: «l’anno bellissimo» vaticinato dal premier non l’abbiamo vissuto.

È iniziato con i sogni sovranisti del governo gialloverde, miseramente spiaggiati sulla battigia del Papeete. Finisce con i singulti riformisti del governo giallorosso, faticosamente abborracciati sui banchi della Camera. E pare già un mezzo miracolo, che un governo nato in corsa e nato male mangi il panettone senza aver fatto danni al Paese. Un governo tra due forze fiaccate e inacidite, che si sono messe insieme per evitare il voto anticipato e il probabile trionfo dell’ultradestra salviniana.

Un governo con molte attenuanti ma senza padre e senza madre: tutt’al più genitori adottivi, prima nemici per la pelle poi congiunti per necessità. Onestamente non ci si poteva aspettare troppo, dalla strana famiglia M5S-Pd-Leu: improvvisata e subito destabilizzata dagli scappati di casa di Italia Viva.

I parenti-serpenti chiudono l’anno come possono. Dovevano osare di più. Ma intanto era importante tagliare almeno i traguardi minimi della fase. Da una parte la manovra taglia-e-cuci, blindata a tappe forzate nel votificio di Montecitorio: pesano le micro-tasse, ma non si parla più di Flat Tax e condoni fiscali, mentre arriva qualche soldo in più in busta paga e più risorse per famiglia e sanità. Dall’altra parte il rituale decreto milleproroghe, approvato "salvo intese" dopo sei ore di battaglia nel fortino di Palazzo Chigi. In queste formule astruse si racchiudono i problemi antichi del non-governo della cosa pubblica, e il metodo escogitato per eluderli. Le "proroghe", innanzitutto: il rinvio ad altra data di ogni decisione, lo scarico delle responsabilità e dei costi su chi verrà dopo. Metà delle misure della legge di stabilità (dal taglio del cuneo fiscale alla Plastic Tax) diventeranno esecutive tra luglio e ottobre del prossimo anno; e le clausole di salvaguardia, orgogliosamente disinnescate sull’Iva per il 2020, sono già state inopinatamente rialzate a 40 miliardi di qui al 2023.

E poi il "Salvo Intese": la formula magica in uso da Monti in poi, per consentire a maggioranze divise di far finta di marciare unite.

"Salvo Intese" il Conte uno ha licenziato 19 decreti, il Conte bis ne ha sfornati 3.

Va così non da oggi: da anni. Ma stavolta sanno anche loro che così non può continuare. Tra i fumosi vertici notturni e le maratone estenuanti in Consiglio dei ministri. La fratricida "guerra per banche" (i sommersi di Etruria contro i salvati di Bari) e le lotte tribali sui conflitti di interessi (dalle fondazioni ad personam tipo Open alle riforme ad aziendam stile Casaleggio Srl). Renzi che tuona contro norme «da Paese sudamericano» (dimenticando che i suoi le hanno accettate in Cdm) e Di Maio che inveisce contro «chi piccona il governo da dentro» (scordandosi che i primi a farlo sono i pentastellati nostalgici del Capitano). Conte che insegue il salvifico «cronoprogramma» (non vedendo che ai cittadini che chiedono pane non devi dare brioche) e Zingaretti che ripete «se cade il governo c’è solo il voto» (non capendo che alla lunga certe profezie si autoavverano).

A occhio e croce, neanche l’anno che sta arrivando sarà bellissimo. Se non cambiamo passo, cresceremo dello 0,6%. Se non cambiamo strategia, il debito pubblico sfonderà il tetto dei 2.500 miliardi, continueremo a pagare un costo sugli interessi esorbitante e a scontare uno spread doppio rispetto a Spagna e Portogallo. L’Italia, nonostante i suoi guai, merita di più. È vero che in superficie resta forte una corrente di stress esistenziale e di rancore sociale. Ma dal Paese profondo sta venendo a galla un deposito di democrazia e di civismo che non si è mai esaurito. Lo certificano le 92 piazze spontanee riempite in un mese dal semplice tam tam digitale di quattro ragazzi bolognesi: giovani inaspettati, che a dispetto dei troppi consigli al veleno delle vecchie élite hanno solo voglia di partecipare e di raccontare un’altra storia rispetto all’odiocrazia fascio-leghista. Lo testimoniano i 32 «eroi di ogni giorno» premiati da Mattarella al Quirinale. Gente normale, che spende la propria vita a occuparsi di quella degli altri. «Furore di vivere», lo chiama il Censis con troppa enfasi. «Ritorno del futuro», lo chiama con più finezza Ilvo Diamanti.

Sta al governo giallorosso, nell’anno che sta arrivando, intercettare e dare risposte finalmente credibili a questa Italia che non si rassegna al declino e al destino. Cinque Stelle e Pd si diano una missione: trasformino la coalizione in alleanza, e il contratto in politica. Alla ripresa, complice il voto in Emilia-Romagna, si capirà subito se ce la fanno o se invece si apre la crisi, sapendo bene cosa c’è dentro l’urna delle elezioni anticipate e cosa c’è sotto il finto vestito moderato di Salvini.

«È st’acqua qua», per dirla in bersanese. Un’acqua in cui nuota di tutto: a destra squali affamati e delfini falliti, a sinistra cetacei sfiatati e tonni inscatolati, al centro diafani plancton che si credono piranha. Ora guizzano anche le sardine, che non vogliono farsi catturare nella rete del "partito" né farsi friggere sulla graticola dei talk show. Invocano un altro mare in cui nuotare. Di Maio e Zingaretti lo cerchino insieme a loro, invece di naufragare da soli nella solita pozza di fiele. Così, magari, avremo un 2020 "decente". Noi ci accontenteremmo anche di questo.

Massimo Giannini – la Repubblica – 24 dicembre 2019

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Proteggere il mestiere della politica dalla repubblica delle procure: è ora di svegliarsi

Il punto in fondo è sempre quello: chi ha il coraggio di ribellarsi di fronte alla progressiva, quotidiana e pericolosa criminalizzazione del mestiere della politica? Due giorni fa, lo avete visto, la procura di Firenze ha disposto delle indagini a carico di uno dei principali finanziatori di Matteo Renzi, l’avvocato Alberto Bianchi, e del suo amico Marco Carrai, entrambi indagati per traffico di influenze e finanziamento illecito ai partiti. Al centro delle accuse c’è il ruolo della famosa Fondazione Open, il motore della Leopolda renziana, che venne creata nel 2012 proprio dall’avvocato Alberto Bianchi (e non solo) per finanziare l’attività politica dell’allora sindaco di Firenze. Il tempo ci dirà, come abbiamo già scritto ieri, se la fondazione renziana può essere considerata una specie di partito occulto finanziato con modalità truffaldine o se invece le attività della fondazione possano essere considerate come semplici attività di sostegno politico (secondo i pubblici ministeri la fondazione avrebbe agito da “articolazione di partito politico” ma in un paese come l’Italia, peraltro sprovvisto da anni di una legge che disciplini i partiti politici, è evidente che decidere cosa sia un partito e cosa non lo sia è un atto che ha a che fare più con la soggettività che con l’oggettività e il perimetro dovrebbe essere definito non dal potere giudiziario ma da quello legislativo). Ci sarebbero buone ragioni per sospettare che l’indagine contro la fondazione renziana abbia solide radici nel grumo dell’antirenzismo maturato negli ultimi anni in Italia (è certamente solo una coincidenza che uno dei pm che indaga sulla fondazione renziana non è solo il pm che ha arrestato i genitori di Renzi, ma è anche uno dei pm che il giro renziano ha contribuito, triangolando con alcuni membri del Csm, a tenere distante dalla guida della procura di Roma) ma ciò che merita di essere studiato rispetto all’incredibile storia dell’indagine sulla Fondazione Open riguarda un tema cruciale per la salute della nostra democrazia: il rischio progressivo di criminalizzare il mestiere della politica e di accettare in modo supino la trasformazione dell’Italia in Repubblica fondata più sulle procure che sul lavoro. 

Di fronte al caso Open si potrebbe essere tentati dal dire che in fondo si stava meglio quando si stava peggio e che il problema del finanziamento alla politica cesserebbe di essere un problema se solo la politica avesse il coraggio di reintrodurre quel finanziamento pubblico diretto eliminato per legge tra il 2013 e il 2014 dal governo guidato da Enrico Letta. Il punto vero da prendere in esame non riguarda però solo il tema del finanziamento diretto ai partiti bensì una patologia molto più grave che ha a che fare con una serie di problemi per così dire strutturali che si trovano al centro di un fenomeno che merita di essere illuminato senza ipocrisia: la demonizzazione di ogni strumento, diretto e indiretto, utile a finanziare il mestiere della politica. Il teorema che guida l’indagine condotta dai pm di Firenze sulla Fondazione Open sembra essere stato costruito per trasformare la storia di Open in un perfetto caso di scuola utile a ricordare che ciò che oggi la procura di Firenze ha scelto di mettere sotto esame non riguarda solo la storia di una fondazione ma riguarda la storia di tutte le fondazioni italiane che in qualche modo cercano di finanziare con fondi privati il mestiere della politica. Utilizzare una fondazione per raccogliere finanziamenti da usare nell’attività politica invece che finanziare direttamente un partito, come ha giustamente ricordato ieri il Post di Luca Sofri in una perfetta sintesi dell’indagine, è una tecnica legale utilizzata da quasi tutti i partiti e da gran parte dei principali attori politici italiani.

Ma essendoci in Italia una legislazione che non specifica nel dettaglio cosa ogni fondazione possa fare con quel denaro (e non essendo, come abbiamo già detto, disciplinato per legge il confine dell’attività di un partito come prescritto invece dall’articolo 49 della Costituzione) capita non di rado che vi sia un qualche magistrato che chieda ai gestori di quelle fondazioni di fare chiarezza sulla base di sospetti non sempre supportati dai fatti. 

La conseguenza di ciò è sotto gli occhi di tutti: con una mano alla politica si tolgono i finanziamenti pubblici e con l’altra si criminalizzano i finanziamenti privati. E il risultato inevitabile di questo combinato disposto non può che essere quello di svuotare progressivamente il mestiere della politica rendendolo sempre più respingente, sempre più pericoloso, sempre più rischioso, sempre più dannoso, sempre più esposto a indagini di ogni tipo, sempre più vulnerabile di fronte ai meccanismi infernali della gogna mediatica e sempre meno adatto a chiunque nella vita abbia qualcosa da perdere (e più il potere legislativo viene indebolito e più saranno le possibilità che questo possa bilanciare il potere giudiziario: è facile no?). La stagione dell’egemonia anticasta non ha portato solo a legittimare ogni tipo di intervento giudiziario contro la casta della politica ma ha portato in diverse occasioni il legislatore a compiere gesti di puro e incomprensibile autolesionismo che hanno permesso di dare ai magistrati maggiore discrezionalità d’azione e maggiori strumenti potenzialmente utili a trasformare teoremi personali in indagini senza prove. E’ stato il governo dei competenti, tra il 2011 e il 2012, ai tempi di Mario Monti e di Paola Severino, a regalare al paese una tipologia di reato fumosa come quella del traffico di influenze, un abominio giuridico che ha creato un reato così generico e così soggettivo tale da aver consegnato ancora più discrezionalità all’azione penale della magistratura. E’ stato il così detto governo degli anticasta tra il 2013 e il 2014 (a guida Pd) ad aver eliminato il finanziamento diretto ai partiti. E’ stato proprio il governo Renzi nel 2015 a introdurre un’altra fumosa tipologia di reato di cui è accusato l’avvocato del renzismo l’autoriclicaggio. E ad aver dato un notevole e ulteriore contributo alla demonizzazione del mestiere della politica è stato anche il governo guidato dalla maggioranza M5s e Lega che ha avuto la buona idea, lo scorso 18 dicembre, di approvare una legge conosciuta con il nome di “spazza corrotti”, che equiparando ai partiti politici tutti gli enti del Terzo settore che abbiano all’interno persone che hanno svolto una qualsivoglia forma di attività politica negli ultimi dieci anni (e prevedendo per questi enti obblighi di trasparenza non previsti per altri enti formati da persone già appartenenti a un qualsiasi ambito della Pubblica amministrazione) ha di fatto trasformato il mestiere della politica in un potenziale veicolo di malaffare. In politica, come direbbe con gioia oggi Piercamillo Davigo, non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti che grazie all’affermazione progressiva della cultura del sospetto possono essere tranquillamente trasformati in colpevoli fino a prova contraria sulla base non di una prova schiacciante ma di un semplice teorema. E Renzi o non Renzi oggi il punto resta sempre quello: chi ha il coraggio di ribellarsi di fronte alla progressiva, quotidiana e pericolosa criminalizzazione del mestiere della politica? Basta un fischio, grazie. 

Giuliano Ferrara - Il Foglio - 28 novembre 2019

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