L'euro compie vent'anni

Il fatto è che l’incompletezza dell’unione monetaria fornisce ormai da anni uno straordinario e pericoloso alibi ai governi nazionali, soprattutto quando dimostrano di non essere in grado di proporre un disegno coerente per il futuro del proprio paese. Quando ci si trova in difficoltà, è facile prendersela con l’Europa. E il problema è, appunto, che l’Europa non si dimostra all’altezza della sfida. E allora la protesta rissosa, proprio perché animata da un problema autentico, alimenta la convinzione “sovranista” a fare da soli, senza Europa. Il commento di Andrea Terzi sul sito lavoce.info

 

Le basi fragili di quest'euro

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I problemi non risolti sul tavolo del governo Conte

I due partiti a trazione Di Maio-Salvini hanno subito un inaspettato smacco. O meglio dire, era nelle previsioni un calo dei consensi, ma non nella misura di una disfatta. Una Caporetto così non se l’era certo immaginata il segretario del M5S.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta facendo da tappo sulle pretese dei due vice presidenti del Consiglio. Sul deficit hanno fatto marcia indietro. Di dimissioni del presidente del Consiglio, paventate, non si fa più cenno. Lo stesso dicasi per il ministro dell'economia Tria. Di andare al voto prima delle elezioni europee del prossimo maggio non si parla. Ma i problemi restano. Anzi, si fanno ogni giorno più complicati da affrontare e risolvere.  Gli accordi del giugno 2018, tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, cominciano a traballare. Quando, poi, a fine settembre il gerente del movimento penta stellato si è affacciato sul balcone di Palazzo Chigi, urlando che “questo governo” aveva abolito la povertà con l’approvazione del Def per il 2019, innalzando l’asticella del deficit al 2,4%. Naturalmente nessuno ci ha creduto. Oggi i due baldi governanti italici si stanno rendendo conto che c’è l’Europa, c’è la legge di bilancio e che deve tenere conto delle nostre carenze, delle nostre difficoltà che vengono da lontano. Molto lontano. Queste manovre durano per lo meno dal 2008. In questi anni si sono alternati governi ispirati dal Quirinale, con regia Giorgio Napolitano. Nel 2010 ci sono stati i cosiddetti “responsabili”, da Domenico Scilipoti ad Antonio Razzi, Catia Polidori e altri che si sono assunti il compito di sostenere artificialmente, quasi con respirazione bocca a bocca, l’esanime esecutivo Berlusconi, consentendogli di sopravvivere ancora per qualche mese. Nell’estate dell’anno seguente c’è stata la richiesta di Bruxelles di provvedimenti non più rinviabili una serie di riforme. Draconiani Riproponiamo la lettera dei due governatori della Bce, Trichet (uscente) e Draghi (entrante). Da quel fatidico 7 agosto 2011 hanno inizio i drammi italici:

“Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.

Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali».

Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Francoforte / Roma, 5 Agosto 2011”

L’Italia nel frattempo ha cercato di ottemperare alle richieste della Bce, conniventi lo stesso ex premier Silvio Berlusconi, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e oggi il governo Conte. I quali ultimi si sono alternati a Palazzo Chigi senza che il popolo italiano lo avesse voluto “con un voto chiaro”. Con le elezioni. Che sono state rinviate quasi sine die, fino al febbraio del 2013. Poi c’è stata la pantomima della rielezione di Napolitano al Colle, con tutto quello che è seguito. La legislatura ha ultimato il suo corso. Il Paese è stato chiamato a votare. L’esito  stato funesto per tutti coloro che hanno dato il proprio contributo a che la situazione precipitasse nell’abisso più profondo. Il 4 marzo hanno vinto Cinquestelle e Lega. A loro il compito di portare il Paese fuori dal caos in cui è precipitato. Dopo sei mesi di governo, qualche dubbio sorge. Tenendo conto dei sondaggi elettorali che vendono la Lega in forte crescita ed il M5S i decisa caduta. Ecco perché Luigi Di Maio insiste sull’assicurare la tenuta su alcuni punti qualificanti del suo programma di governo: il reddito di cittadinanza si farà. Costi quello che costi. E nel frattempo, lo spread (il costo del denaro per chi lo prende in prestito è più elevato) vola a livelli assai preoccupanti, il debito pubblico non cala, anzi sale ogni minuto di 31.000 euro. Fate voi il calcolo di cosa significa non assumere ancora provvedimenti (che piacerebbero tanto all’Unione europea) per tagliare la spesa pubblica che è arrivata a livelli monstre. E la manovra dell’esecutivo sta andando in direzione contraria. Il debito pubblico (che pagheranno i nostri figli) continuerà a crescere. Già con i governi Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni abbiamo constatato l’aumento del debito che nel 2012 era di 1.900.000 e adesso sfiora i 2.350.000 miliardi di euro. Segno che le politiche adottati negli ultimi 7 anni non hanno dato gli esiti auspicati da Palazzo Chigi. Anzi, la situazione si ulteriormente deteriorata. Non c’è da stare tranquilli. E dall’anno venturo non ci sarà più l’ombrello del Quantitative Easing. Anzi, Mario Draghi sloggerà dalla Bce e, molto probabilmente, la poltrona verrà occupata da Jens Weidmann, non proprio una colomba. Buio fitto nell’orizzonte del Belpaese. Auguri al governo del cambiamento.

Marco Ilapi, 17 dicembre 2018

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Governo, in pole Mario Draghi?

Le responsabilità dello stallo della situazione politica attuale sono attribuibili a molti soggetti. In primis allo stesso Quirinale. Poi all’ex presidente Giorgio Napolitano. Quindi a Pierluigi Bersani. Per passare a Silvio Berlusconi, inventore di Forza Italia, agli stessi Matteo Salvini,  Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Un calcio negli stinchi va sferrato alla stessa Corte Costituzionale, perché avrebbe dovuto intuire che il Rosatellum sarebbe stata la pietra tombale per la fragile democrazia italica. Cerchiamo di spiegare perché.

Sergio Mattarella non avrebbe dovuto apporre la sua firma su questa pessima legge elettorale. Tutti concordano su questo giudizio, eccezion fatta per il suo autore, il piddino Ettore Rosato. Il motivo che avrebbe potuto consentire al Colle di rimandare la legge al  Parlamento è che questa non era un “parto” delle due Camere, bensì del pensatoio facente capo a Palazzo Chigi. . Per di più è stata apposta sul provvedimento la questione di fiducia. Scelta inammissibile dal puno di vista costituzionale. Il presidente ha accettato supinamente il Rosatellum e deve risponderne.

Giorgio Napolitano. L’ex inquilino del Colle ha manovrato, nel sotterraneo, fin dall’ormai lontano 2010, quando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, piuttosto esangue per la fuoriuscita dei finiani, è stato inopinatamente salvato dai cosiddetti responsabili, gli Scilipoti, i Razzi, le Catia Polidori e altri. Oggi si invocano nuovamente aiuti da novelli responsabili. E’ un dramma. Il ritorno alle urne è l’unica soluzione per navigare in acque più tranquille. Napolitano avrebbe dovuto sciogliere le Camere a mandare tutti a casa. Non lo ha fatto e occorre ammettere che ha politicamente sbagliato. Ha assunto una decisione che non gli competeva. Secondo errore ne 2011, allorquando ha nominato senatore a vita il grigio professor Mario Monti, scalzando Berlusconi da Palazzo Chigi e insediando in suo luogo il bocconiano. Il centrodestra per anni ha gridato al colpo di stato. E di ragioni ne aveva.  Si ricordi la storiaccia dello spread pervenuto alla quota siderale di 574, sinistramente manovrato da una finanza speculativa sempre in agguato. Si sappia che re Giorgio aveva allertato Mario Monti fin dalla presedente estate, tant’è che in un’intervista aveva anticipato che se le condizioni lo avrebbero richiesto, non avrebbe detto “no” al Colle. Gli stessi parlamentari nel 2013 quando hanno supplicato Giorgio Napolitano (una volta bocciata dai 101 franchi tiratori la candidatura al Quirinale di Romano Prodi) a farsi rieleggere alla presidenza della Repubblica. Altro grave errore di Napolitano avere nominato dei saggi per formulare proposte di riforme costituzionali che hanno partorito il classico topolino. Tempo perso, inutilmente, a danno del paese. Cioè di tutti noi. Come è stato sbagliato incaricare Matteo Renzi, consentendogli di fare le scarpe ad Enrico Letta, messo sotto accusa per non essere stato in grado di impostare un vero processo di riforme istituzionali. Tutti ricorderanno il messaggio del neo segretario del partito democratico, Matteo Renzi, rivolto all’inquilino di Palazzo Chigi “Enrico, stai sereno” e la successiva pugnalata alla schiena. Napolitano connivente. Inaccettabile in una democrazia compiuta. Si può capire che fatti di queste genere capitino in un regime autoritario. E veniamo all’enfant prodige della politica nostrana, il toscanaccio Matteo Renzi. E’ stata davvero straordinaria la  sua operazione di conquista del potere. Il boy scout di Rignano sull’Arno ha, a suo tempo, candidamente  confessato che già da tre anni il suo gruppo meditava di contendere la leadership del partito democratico a Pierluigi Bersani. Operazione conclusasi con grande successo, visto l’esito delle europee dello scorso maggio. I commentatori si chiedono dove vuole arrivare l’ex sindaco fiorentino. Molti hanno dubitato delle sue capacità di guidare un esecutivo che possa tirar fuori il Paese dalle secche della violenta crisi economica che l’ha colpito. E purtroppo dopo l’esito del referendum costituzionale del 2016 e, soprattutto, a seguito delle ripetute dèbacle elettorali nelle amministrative che negli anni si sono tenute. Nei primi mesi del 2014 si era ancora in luna di miele con l’elettorato, ma di fatti concreti ancora nemmeno l’ombra. Molte (forse troppe) promesse, rimasta sulla lavagna luminosa di Matteo a Palazzo Chigi. E’ vero che aveva dato avvio al processo delle riforme costituzionali, di una pessima legge elettorale, il famigerato Porcellum,  approvando l’abolizione delle province (che in realtà stanno sopravvivendo anche se con risorse limitate),  ha intrapreso (pur con colpevole ritardo) la riforma del lavoro con il jobs act, pur incontrando resistenze un po’ da ogni parte,da destra come da sinistra. Legittimamente ha stravinto le primarie del partito democratico, battendo Cuperlo e Civati. Insediatosi a Palazzo Chigi spodestando il povero Enrico Letta, appunto dopo avergli detto “Enrico, stai sereno!...), dimostrando una spregiudicatezza insultante. Ha stretto il patto del Nazareno con l’avversario storico del suo partito. Quel Silvio Berlusconi che non aveva ( e non ha) la benché minima intenzione di scomparire dalla scena politica italiana, tenendo la catena al collo dil leader della Lega Matteo Salvini. Non siamo negli Stati Uniti, né in Gran Bretagna e nemmeno in Francia, dove gli sconfitti alle elezioni vanno  a casa. Questo Berlusconi che dopo avere sdoganato la destra di Gianfranco Fini venti anni fa, adesso la vuole affossare definitivamente. Lui è stato il più grande sostenitore di Matteo Renzi. E vorrebbe ancora rifare un altro patto del Nazareno con il Pd. E’ lui che riuscirà nel miracolo di riconsegnare il centrodestra all’irrilevanza politica. A meno che non capisca una buona volta che è il caso di farsi da parte. Come hanno fatto Enrico Letta e Pierluigi Bersani a sinistra, lasciando spazio ai giovani emergenti. Errori poi, ne hanno commessi sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini. L’uno pretendendo lo scranno di Palazzo Chigi per sé, l’altro per non essersi liberato di un ingombrante Berlusconi. La Lega non può mettere nell’angolo l’ex Cav,, perché alle elezioni si sono presentati come forza di coalizione per governare il Paese. Ora, siccome la Lega ha avuto maggiori consensi rispetto a Forza Italia, ecco che è scattata la regola della premiership nel centrodestra. Appare di tutta evidenza che Salvini è il futuro della coalizione e Berlusconi il passato. Ad oggi il divorzio non appare pensabile, ipotizzabile. Salvini aspetta lungo il fiume che passi la nottata. Ha fatto sa la massima di Mao Tze Tung “Siediti sulla riva del fiume e aspetta. Prima op oi vedrai il cadavere del tuo nemico passare”. Sembra che tutti congiurino per portare a Palazzo Chigi nel novembre del prossimo anno l’attuale governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Ebbene, se Di Maio e Salvini non troveranno la quadra l’Italia sarà, a breve riconsegnata nelle mani di un altro Mario. Non Monti. Questa volta Draghi. In ultimo la determinazione del Quirinale, stanco delle liturgie partitiche, di dare comunque un esecutivo all’Italia, chiamando personalità di alto profilo per traghettare il Paese verso inevitabili elezioni che potrebbero addirittura tenersi in estate. Cosa mai accaduta prima e che potrebbe scombiccherare i programmi ed i progetti un po’ di tutti i partecipanti alla lotta politica. Dal rottamatore Renzi all’ex steward Di Maio, al guerrafondaio (per via delle sue ruspe) Salvini, all’incandidabile (per via della sentenza di condanna definitiva per evasione fiscale) dell’ex Cav. Berlusconi. Che bella compagnia! E gli interessi dell’Italia? Calpestati. Ancora una volta.

Marco Ilapi, 8 maggio 2018

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