Con il taglio dei parlamentari non si va da nessuna parte

Marco Damilano direttore de L'Espresso: ''Questo referendum 2020 sul taglio dei parlamentari mi sembra abbia lo stesso valore: si vota su un aspetto in apparenza marginale e scontato, portare i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, e con tutti i principali partiti schierati ufficialmente per il Sì a un cambio della Costituzione che è stato votato dal 97 per cento dei deputati nell’ultima votazione della Camera. Fino a qualche settimana fa il referendum sembrava un passaggio scontato: chi avrebbe potuto immaginare che qualcuno si sarebbe opposto a una scelta così banale? Ecco il primo merito di chi come noi si è schierato per il No. Senza qualcuno che dicesse No, il referendum sarebbe passato in silenzio, i sostenitori del Sì non hanno fatto campagna elettorale. Il taglio del 36,5 per cento dei parlamentari, il cambio della Costituzione, sarebbe stato approvato con un plebiscito, senza discussione. Uno scenario da brivido''.

Referendum, i politici hanno grande paura della crescita del No

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Dubbi e perplessità sull'aureola che circonda il premier

Momento storico, ineuguagliabile, anzi storico. Non sapeva più quale aggettivo estrarre dal dizionario Davide Crippa, il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, per omaggiare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte tornato vittorioso dall'Europa. Si spellava le mani. Alzava la voce: mai si è visto un presidente del Consiglio così determinato, mai si è visto un passaggio così storico. Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio più amato della Seconda Repubblica, come ha scritto Ilvo Diamanti (Repubblica, 20 luglio), stava lì, nell’emiciclo della Camera, a godersi l’improvvisa comparsa di un ospite a sorpresa. Il culto della personalità nei suoi confronti. Verso Conte e verso il Contismo. Con i suoi profeti sulla carta stampata e in tv. I suoi sacerdoti chiamati a premiare i discepoli e a scomunicare gli infedeli. I suoi neofiti, ansiosi di presentarsi all’altare. E i più tiepidi, da sferzare. L'editoriale di Marco Damilano su L'Espresso.

L'Italia ha da anni dimostrato di non essere capace di fare le riforme

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Fare le riforme. Facile prometterle. Difficile realizzarle

Una storia che l'Italia conosce molto bene. L'ha vissuta durante il secondo dopoguerra, quando il Paese cambiò volto in pochi anni.I 209 miliardi in arrivo per l’Italia sono una occasione straordinaria, ma anche una enorme tentazione di accentramento di potere, per chi ne deciderà l’uso e la destinazione. (...) Il piano Marshall originario fu un’opera collettiva di una classe dirigente riformista, cattolica, liberaldemocratica, motivata da interessi e valori che servivano a indicare gli obiettivi su cui sarebbero arrivati gli aiuti economici. Nell’Italia 2020 c’è il Parlamento in via di disarmo, alla vigilia di un referendum devastante, i corpi intermedi della società civile ridotti a corporazioni di particolarismi e disfatti da decenni di abbandono, una pubblica amministrazione senza orizzonte. (...) Un Piano per le Riforme ha bisogno di riformisti che sappiano scriverlo e poi realizzarlo. E per fare questo non basta neppure il Recovery Fund. Forse servirà davvero rimandare a Next Generation. Il commento di Marco Damilano, direttore de L"Espresso.

Non si fanno le riforme, pochi le vogliono

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