Assalto al potere della truppa di Casaleggio

L’assalto al Potere da parte dei Casaleggio avvenne un giorno di inverno del 2004. L’illuminazione di Gianroberto, fondatore del Movimento Cinque Stelle, fu quella di applicare la teoria delle reti per descrivere il social network delle società quotate in borsa: l’obiettivo era dimostrare come poche persone fossero presenti in più consigli di amministrazione con il risultato di un mondo chiuso e viziato da un conflitto di interessi evidente e distorsivo. Quel database venne utilizzato innumerevoli volte dall’altro fondatore, Beppe Grillo, nelle sue intemerate contro Telecom, Parmalat e gli scandali piccoli e grandi, veri o presunti, che di lì in avanti coinvolgeranno aziende, banche, multinazionali. Il commento su Linkiesta.

I conflitti di interesse dimenticati dei pentastellati di Casaleggio

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La vittoria dei pentastellati, gli altri partiti li inseguono

Giusto in questi ultimi due mesi si sta realizzando pienamente proprio il progetto originario, il fine ultimo che il fondatore, Beppe Grillo, ha più volte indicato ai suoi fedeli: quello di un Movimento destinato a «biodegradarsi», ma solo dopo avere «fertilizzato» con le sue idee l’intero campo politico. Un movimento destinato dunque a scomparire non perché sopraffatto dagli altri, ma per il motivo diametralmente opposto. Le consideazioni  di Francesco Cundari su Linkiesta.

I grillini hanno contaminato tutte le altre forze politiche

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Conte 2 farà meglio del Conte 1?

Non c’è pace per il nostro capo del governo. Giuseppe Conte ha immaginato, giustamente, di averla sfangata con la sua giravolta di 180 gradi. All’approvare tutte le determinazioni, ma proprio tutte, di un esecutivo con tangente decisamente orientata verso destra, grazie alla prevalenza, al predominio di Matteo Salvini e della Lega, tant’è che alle elezioni europee il consenso popolare è andato soprattutto a Salvini, mentre il M5S ha denunciato un pericolosissimo dietro-front, tanto da mettere in discussione, all’interno del movimento, la leadership del suo capo politico, oggi ministro degli esteri, Luigi Di Maio. “Giuseppi” Conte a stare a Palazzo Chigi ci ha preso gusto. Gli piace e certamente ritiene di essere in grado di guidare la baracca governativa meglio di qualunque altro politico che si aggira dalle parti dei Palazzi del Potere. Nicola Zingaretti non lo infastidisce, perché ha già altre preoccupazioni sul suo capoccione. E’ governatore del Lazio deve affrontare molto probabilmente una mozione di sfiducia che presenteranno i suoi oppositori del centrodestra in regione Lazio. Altra grana, la guida di un partito democratico ormai allo sbando, stante la defezione di una sua componente, affluita alla corte di Matteo Renzi. E poi c’è da considerare che moltissimi elettori non sono davvero entusiastici delle modalità di riconquista delle ambite poltrone governative. Fino a qualche settimana fa, nei corridoi sia di Palazzo Madama che di Montecitorio, si sosteneva che la cosiddetta attraversata del deserto da parte dei democratici sarebbe stata lunga, faticosa e irta di insidie. E che per anni non avrebbero toccato palla, stante il vento in poppa che soffiava impetuoso a vantaggio dell’imbarcadero salviniano. L’incidente di percorso, causato dall’inopinato comportamento del capo leghista, il suo non ritirare la sua delegazione al governo (fatto che avrebbe accelerato la crisi e, assai probabilmente, convinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a sciogliere le Camere) ha concesso al M5S, in primo luogo, ed al partito democratico, in seconda battuta, di rinserrare le fila e di mettersi immediatamente d’accordo per formare un nuovo esecutivo assai anomalo, affidandone il commando proprio a quel “Giuseppi” Conte che fino a qualche ora prima, in particolare, il pd aveva aspramente criticato per tutti quei provvedimenti che in 14 mesi di governo aveva avallato e sottoscritto. Zingaretti aveva sempre sostenuto che doveva esserci una svolta, con il cambiamento del personaggio Conte (quante volte abbiamo sentito parlare di discontinuità da parte de segretario piddino?) alla guida del governo da formare insieme ai prima detestati grillini. Stranamente, anche il pd ha fatto una bella giravolta a 180 gradi. I suoi elettori hanno ben capito quel che, in queste settimane, è successo. Non credo che tutti accettino le modalità di riconquista delle chiavi di accesso alle poltrone che contano da parte del pd zingarettiano. I più avrebbero preferito nuove elezioni, con un serio confronto su piattaforme elettorali alternative, non questo pasticciaccio che sa davvero di una manovra di palazzo. In questo il centrodestra ha ragioni da vendere. Non si può accusare il capo dello stato di essere il responsabile di quanto è accaduto. La Costituzione parla chiaro. In parlamento si  trovato un accordo per formare una nuova maggioranza. Ma lo sconcerto c’è ed è di tutta evidenza. L’accordo è stato trovato per cercare repentinamente di mettere nell’angolo la Lega di Matteo Salvini.Il gioco, per adesso, è riuscito, ma certamente il miracolo di un accordo che possa dirsi duraturo tra il Pd a guida Zingaretti ed il M5S a guida Di Maio (e questo è il sogno sia di “Giuseppi” Conte, che così potrà continuare a tessere le sue fila in più direzioni, sia del governatore del Lazio, sia del capo politico dei pentastellati). In questi giorni c’è inquietudine tra i grillini, con il “Giggino” piuttosto arrabbiato con l’avvocato pugliese, perché ha la sensazione che voglia fargli le scarpe. Lui, proprio lui, che lo ha inventato capo del governo gialloverde, oggi giallorosso o giallo fucsia, proiettandolo per di più sulla scena internazionale. Una curiosità, un particolare, quasi insignificante, ma che ha il suo peso specifico: Di Maio, capo politico dei Cinquestelle non ha mai incontrato personaggi di rilievo sul piano internazionale, “Giuseppi” Conte, grazie al suo ruolo di capo del governo italiano, sì. L’avvocato si è guadagno la ribalta che conta, ha partecipato e partecipa ai vertici con i capi di stato e di governo di Stati Uniti, Francia e Germania, Di Maio, invece, deve accontentarsi di essere “teleguidato”, giusto che, adesso, è stato destinato alla Farnesina, al ministero degli Affari Esteri, dalle feluche italiche. Lui che con l’inglese ed il congiuntivo non ha molta dimestichezza. Conte, in ogni caso, deve stare attento a non fare il gradasso. Per ora sembra godere della fiducia degli italiani, però un suo partito ancora non ce l’ha. Se lo deve letteralmente inventare. E il momento elettorale si avvicina. La prossima settimana è turno della piccola Umbria, poi sarà il turno dell’Emilia Romagna (test assai più ricco di significati) e Calabria. Quindi Toscana e le altre regioni. Nel 2020 ci sarà l’abbuffata di poltrone che contano. Il Pd ed il M5S vorranno fare a parte del leone. Come? Spartendosele. Infine, nel 2022, ci sarà l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e, l’anno dopo, le politiche. I partiti si preparano per tempo per non arrivare impreparati al redde rationem. Per gli italiani il prossimo i 2020 non sarà un anno bellissimo. In specie se non calerà la pressione fiscale e se non saliranno i salari. Molti osservatori sostengono che il Conte 2 non ha il coraggio necessario per affrontare e risolvere i problemi del Belpaese. Gli imprenditori chiedono a gran voce interventi che favoriscano la crescita del Pil, da troppo tempo in fase depressiva. “Giuseppi” gli stupisca. Non cerchi di enfatizzar il suo ruolo e non si azzardi a dire che il 2020 sarà  anno bellissimo perché gli elettori si ricordano della sua frase di giugno sul 2019 che, decisamente, un anno proprio bellissimo non  è stato. Anche se lui ha certamente fatto”bingo”.

Marco Ilapi, 19 ottobre 2019

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