Di Maio si aggrappa ancora alla Via della Seta per non sparire

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“Chi ci ha deriso sulla Via della Seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso salvare vite in Italia”, ha detto l’altro ieri al Tg2 il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Non bastava la diretta Facebook con cui ha atteso il primo volo umanitario proveniente dalla Cina, non bastava la conferenza stampa seduto a fianco dell’ambasciatore cinese in Italia durante la quale si guardava bene di chiarire quanto materiale l’Italia avrebbe acquistato dalla Cina e quanto invece sarebbe stato donato. In una situazione d’emergenza come quella che sta vivendo l’Italia la trasparenza, cioè l’unico punto del programma elettorale dei Cinque stelle, dovrebbe essere un punto fermo della comunicazione. E invece Di Maio, nel suo tentativo ormai quasi grottesco di salire su un palcoscenico politico in questa pandemia, è riuscito a trovare un sistema per giustificare la firma della Via della Seta di un anno fa usando la peggior retorica, quella delle vite umane da salvare. E però la sua vicinanza a Pechino e le sue parole continuano a essere un problema per la credibilità dell’Italia sul piano internazionale e per la coerenza diplomatica. Dicono: sono aiuti, non si mettono mai in discussione gli aiuti. Purtroppo però questa non è una riunione di condominio, e la politica internazionale si fa anche nelle situazioni d’emergenza, con metodo. Di aiuti all’Italia ne stanno mandando anche altri paesi, così come la Cina sta mandando donazioni anche al resto del mondo – quindi la Via della Seta non è in alcun modo collegata con le donazioni. Ieri il presidente Xi Jinping ha parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel, qualche settimana fa aveva avuto un colloquio telefonico anche con il premier spagnolo Pedro Sánchez. Da noi, l’unico interlocutore di Xi resta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quindi non un rappresentante del governo. All’inizio del contagio, quando la situazione sembrava ancora sotto controllo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò, durante la prima di una lunga serie di conferenze stampa notturne, lo stop ai voli da e per la Cina. Una misura ormai ritenuta da più parti inutile, perché metteva a terra i voli ma non permetteva il controllo capillare degli ingressi. Per quella decisione, l’ambasciatore italiano a Pechino ricevette non poche telefonate dal ministero degli Esteri cinese. “L’Oms ha esortato i paesi a evitare le restrizioni sui viaggi, ma alcuni paesi hanno fatto il contrario”, ha detto all’inizio di febbraio la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying. “E’ un comportamento cattivo, esagerato”. Nella stessa conferenza stampa diceva che “un amico si vede nel momento del bisogno”, facendo l’elenco dei paesi che si erano già messi a disposizione per aiutare la Cina: l’Italia non c’era in quell’elenco. La retorica dell’amicizia è la stessa usata da Di Maio quando alcuni paesi hanno iniziato a mettere avvisi di viaggio nei confronti dell’Italia, e se la rivende ora con la Cina: è grazie alla nostra amicizia che ci aiutano. Beh, no. C’è poi un altro problema, che è quello organizzativo. Perché nessuno sa esattamente tutto quello che sta entrando in Italia dalla Cina. Nessuno ha un elenco, un inventario, nemmeno alla Farnesina. I voli cinesi sono liberi dai controlli perché sono tecnicamente “voli umanitari”. Ma dentro a quei cargo ci sono anche gli acquisti effettuati da aziende e cittadini in Europa, acquisti diretti di materiale magari da donare, magari da rivendere. Quotidianamente però l’ambasciata cinese in Italia (la stessa che accusò i nostri parlamentari di aver fatto “un grave errore” organizzando una conversazione in videoconferenza con gli attivisti di Hong Kong) celebra la partenza e l’arrivo degli “aiuti cinesi”, creando (forse di proposito) confusione. Il risultato è che in questa Italia intossicata da anni di antieuropeismo la gente sui social – e c’è molta gente sui social network, in questo periodo di quarantena – vede soltanto gli aiuti cinesi esaltati dal nostro ministro degli Esteri. I media cinesi rilanciano i video dell’inno nazionale cinese cantato dagli italiani in quarantena. La Cina salvatrice, un modo per far dimenticare le sue responsabilità. Ma per devozione e dedizione Giggino il cinese ha superato perfino il suo compare leghista Michele Geraci, il vero China man del vecchio governo gialloverde in questi giorni impegnato in un’opera di convincimento della bontà del “modello cinese”. L’ex leader del M5s esattamente un anno fa – da ministro dello Sviluppo economico – ha posto la firma sull’intesa con la Cina, il famigerato memorandum con il quale l’Italia, primo paese del G7, è entrato ufficialmente nelle grazie propagandistiche di Pechino. Allora Di Maio cercava di convincere i suoi detrattori che si trattasse non di un accordo politico ma di un accordo “puramente commerciale. Con questi accordi ci aspettiamo un riequilibrio della nostra bilancia commerciale con la Cina. C’è troppo Made in Cina in Italia e poco Made in Italy in Cina. L’accordo stipulato ha l’obiettivo di invertire questa tendenza”. Ecco, obiettivo non riuscito, perché a un anno di distanza, a parte le famose arance siciliane, nulla si è visto delle promesse che faceva Di Maio. E non c’entra l’emergenza pandemia: l’export italiano verso la Cina è perfino calato rispetto al 2018, ed è arrivato a 12.992 miliardi di euro. L’import di prodotti cinesi, invece, quello sì, è cresciuto: da 30,8 miliardi di euro nel 2018 a 31.665 miliardi nel 2019. Il pasticciato passaggio di parte del commercio estero dal ministero dello Sviluppo economico alla Farnesina, voluto da Di Maio, ha compromesso ancora di più la capacità dell’Italia di gestire i rapporti commerciali con il colosso cinese. Delle 19 intese istituzionali e le dieci commerciali firmate lo scorso anno, quelle che hanno avuto più successo, a quanto pare, sono quelle che hanno permesso a Pechino la mano libera sulla propaganda in Italia. Anche perché degli altri accordi non sappiamo poi molto: più di un mese fa il Foglio ha chiesto al Mise di visionare i testi delle due intese firmate il 23 marzo dell’anno scorso con l’omologo ministero cinese – quella sulla cooperazione nel settore del commercio elettronico e quella per la promozione della collaborazione tra startup tecnologiche. L’ufficio stampa del ministero ha risposto che “non è nostra abitudine divulgare i testi di intese tecniche”. Trascorsi i trenta giorni dall’invio di una richiesta formale, il ministero non ha ancora risposto: attendiamo fiduciosi.

Giulia Pompili – Il Foglio – 26 marzo 2020

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Il caso del video su un laboratorio cinese Ma gli scienziati: questo virus è naturale

Il Coronavirus creato in un laboratorio cinese nel 2015. Sono circa le 18 di ieri pomeriggio quando questa notizia, diciamolo subito, smentita dai virologi, fa sobbalzare contemporaneamente milioni di italiani collegati a siti d’informazione e chat. La fonte citata è un servizio del TGR Leonardo, il tg scientifico di Rai3, del 16 novembre 2015, in cui il giornalista Maurizio Menicucci riportava una notizia pubblicata dalla rivista scientifica Nature. In particolare veniva raccontato un esperimento fatto nel 2015 in laboratorio da ricercatori cinesi che avrebbero innestato una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars, ricavandone “un supervirus che potrebbe colpire l’uomo”. Nel servizio si dava conto della perplessità della comunità scientifica circa questi esperimenti condotti in laboratorio. Il servizio del TGR curiosamente comincia a circolare contemporaneamente in moltissime chat su Whatsapp, in alcuni casi veicolata da numeri sconosciuti. L’effetto è immediato: si riesumano le teorie complottistiche che sono già circolate dall’inizio della pandemia e che annoverano tra i sostenitori più illustri personaggi come il presidente degli Usa, Donald Trump che chiama il Coronavirus “chinese virus”. Negli stessi minuti le agenzie di stampa battono la notizia di un’interpellanza urgente del capogruppo della Lega in commissione Affari esteri, Eugenio Zoffili, rivolta al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, perché “chiarisca subito con le autorità cinesi l’origine del Covid-19”. Zoffili fa riferimento proprio al servizio (nella foto un frame) riscoperto ieri sui social del TGR Leonardo e chiede a Di Maio di «attivare subito tutti gli accertamenti del caso. La verità deve venire a galla». Una stoccata di Matteo Salvini a Di Maio, il cui rapporto sempre più stretto con la Cina non è passato inosservato. Ci vogliono due ore prima che dalla comunità scientifica arrivino le prime smentite. Categorica quella del virologo Roberto Burioni che su Twitter bolla come “l’ultima scemenza” la notizia del virus creato in laboratorio: «Tranquilli – spiega – è naturale al 100%, purtroppo». Si profonde in spiegazioni anche la curatrice del TGR Leonardo, Silvia Rosa Brusin: «Il pezzo del 2015 si riferiva a un esperimento fatto con fondi americani e cinesi che avrebbe dovuto essere un avvertimento per il mondo. Tra i due virus non c’è parentela». Ma come sempre in Rai le cose prendono subito una piega politica: si scatena il timore che il servizio pubblico possa essere accusato di diffondere notizie false e panico. Ragione per cui il giornalista Menicucci, che pure è in grado di spiegarsi, viene pregato di non farlo. In campo scende il direttore del TGR Alessandro Casarin, di non nascoste simpatie leghiste. Tocca a lui parare il colpo ripetendo una versione che ormai è un mantra: tra i due virus non c’è nessuna parentela.

Antonella Baccaro – Corriere della Sera -26 marzo 2020

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La Morale che divide democrazia e dittatura

Tutti gli esseri hanno un’anima e per suo mezzo sentono, godono e soffrono.

Questa è la vita. E la cultura medievale, che ha ancora pregi e valori per l’umanità di oggi, aveva comunque indicato che cosa fosse la morale e in quali modi l’uomo fosse in grado di reagirvi, rendendola tuttora operativa.

Il piccolo gruppo di favole che la tradizione medievale ci ha tramandato aveva come padre Gargantua e i suoi successori erano guidati da Pantagruel, Panurge e fra’ Giovanni. Vivevano in uno strano mondo: il cielo era diventato in molti punti della sua estensione assolutamente ghiacciato e quel ghiaccio aveva racchiuso gran parte delle parole che spiegano la vita. Il ghiaccio non si poteva leggere e il gruppo di Pantagruel era molto infastidito da questa impossibilità.

Ma ce n’era un’altra, egualmente inspiegabile e altrettanto fastidiosa: grandi strade, velocissime a trasportare qualunque persona e qualunque peso, avevano una loro propria direzione: ci si poteva salir sopra ma non discenderne quando si erano messe in moto e avevano una loro destinazione molti e molti chilometri più oltre. Solo lì si poteva scendere. Al contrario, vi si poteva salir sopra in qualunque punto. Si poteva anche fare a meno delle strade. Ma allora bisognava camminare ed evitare aggressioni molto pericolose.

Questa era la situazione così come la cultura medievale ce la consegnò. Moltissimi non la conoscono o la considerano una divertente favola. Altri, tra i quali mi permetto di collocarmi, considerano le “parole ghiacciate” e le “strade velocissime” come due condizioni d’un mondo che riconosce l’importanza della morale. Dunque, vogliamo chiarirla?

La morale è fatta di cento e cento particolari ma la sua essenza si riduce a una situazione decisiva: distingue il bene dal male.

L’Io distingue e salvaguarda la morale individuale.

Il popolo e lo Stato sono gli strumenti per realizzare la moralità collettiva.

Si tratta in realtà di due soluzioni politiche: una sbocca nella dittatura e l’altra nella democrazia. Questa è l’importanza della morale. Eppure ci sono democrazie che in teoria difendono la libertà ma non giovano a una moralità governante con efficacia per la massa dei cittadini. E allora qual è la soluzione? La storia può suggerirci le soluzioni del problema e ne indica da sempre i possibili risultati.

*** A me capita d’esser molto interessato a queste questioni. Perché nel corso di molti secoli il tema porta guerre e paci, amicizie e inimicizie, cultura e ignoranza. La biografia di ciascuna e di milioni di persone potrebbe essere raccontata narrando il confronto, che non ha tregua, non lascia riposo né respiro, tra l’impulso irrefrenabile dell’animale verso la felicità e il meccanismo cerebrale che gli appartiene. Che è cosa sua dietro a quella fronte. Un meccanismo raffinato, che ha confiscato all’animale una parte dei suoi istinti primigeni e governa attraverso la volontà della quale detiene gli strumenti biologici di trasmissione. Quel meccanismo si ritiene orgogliosamente autonomo e anzi sovrano, identificandosi con la complicatissima figura mentale definita con la parola Io.

Al contrario degli uomini, gli animali l’Io ce l’hanno, ma non lo avvertono.

È opportuno leggere i Pensieri che Blaise Pascal ha scritto su argomenti analoghi a quelli che abbiamo fin qui esaminato. Ecco, ad esempio, una frase che merita d’essere meditata: «Si è miserabili perché ci si riconosce miserabili, ma è essere grandi riconoscere che si è miserabili. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo. Se lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire mentre l’universo non sa nulla. Ma Dio?».

La divinità trascendente entra a questo punto nella questione morale. Scrive Pascal nei suoi Pensieri: «Senza la carità, Dio sarebbe soltanto un idolo. Cristo non è nulla senza la carità ».

Nella sua disperazione verso la morte che su di lui incombe, Pascal sente dentro di sé — e lo scrive — una via di salvezza ed è la Croce e la carità di cui Cristo rappresenta l’incarnazione ed è fonte testimoniale. A 39 anni, l’esistenza di Pascal è minata da un male che i medici non sono in grado di diagnosticare. Lascia la sua abitazione a una famiglia bisognosa e muore dopo pochi giorni a casa di sua sorella dove è stato ricoverato.

Sainte-Beuve in una pagina di grande letteratura con la quale conclude il suo saggio su Pascal, racconta il funerale immaginario di Montaigne. Vi fa partecipare tutti coloro che nel corso del tempo hanno dialogato con lui attraverso il suo libro e nutrendosi del suo pensiero.

In quel funerale immaginario, ci mette Charnon e la signorina de Gournay, Fontenelle e La Bruyère, La Fontaine, Madame de Sévigné, Montesquieu, Rousseau, Molière. Voltaire a parte, nel mezzo. «Il funerale», commenta l’autore di Port-Royal, «non può essere umanamente più glorioso, più invidiabile per l’Io? Tutti conversano del defunto, della sua filosofia che torna in gioco tante volte nella vita. Conversano di se stessi. Nessuno dimentica il proprio debito, ogni pensiero restituisce la propria eco. Chi conducono essi? E dove mai lo conducono? Dov’è la benedizione? Dov’è la preghiera? Io temo che solo Pascal, lui soltanto — se è del corteo — abbia pregato».

C’è di che associarsi a questo finale.

*** La morale perduta è un antico mio libro, ma non è certo quello che voglio qui commentare. La morale usata in certe circostanze si adatta a distinguerle ed esaminarle, ma operando in questo modo noi la usiamo per chiarire alcune questioni con una funzione di secondo grado. La morale, però, va esaminata soprattutto al primo grado. È una finalità, è il centro del discorso. Tutti gli esseri hanno un’anima e l’anima si distingue con la morale. Il Dio Unico è il centro del problema e la morale è di fronte a quel Dio o alla sua inesistenza ed è essa che decide per i mortali.

La morale distingue il bene dal male, ma effettua questa distinzione in modo individuale o collettivo. L’Io è la morale individuale. Quella collettiva è rappresentata dal Popolo e dallo Stato. La prima è democratica, la seconda è una dittatura.

Abbiamo oggi tre figure di notevole importanza che con la morale giocano molto abilmente.

Matteo Salvini, che la morale la porta ovunque con sé, ne fa uno strumento della massima importanza, che chiude i porti e le vie d’ingresso. E usa la morale politica per motivare questo suo atteggiamento col quale spera di convogliare verso il suo partito la maggioranza del voto popolare.

È dubbio che Meloni e il suo partito “Fratelli d’Italia” stiano con Salvini ed è altrettanto dubbio che ci stia Berlusconi. Ma il più dubbio di tutti è Matteo Renzi. Salvini gli piace, i Cinquestelle possono perder voti a suo favore. Se c’è un personaggio da lui detestato è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Renzi e Conte: sono questi i veri avversari.

Conte non ha nulla a che vedere con Renzi, ma Renzi viceversa ha molto a che vedere con Conte.

E Di Maio? Ecco un’altra figurina non priva di peso politico. Sta perdendo voti, ma quelli che gli sono finora rimasti hanno aumentato il loro peso e stanno rafforzando la propria autonomia. Non hanno alleanze, anche se a volte dicono il contrario.

La sinistra si è rafforzata e sta raccogliendo voti di gran peso.

La morale della sinistra è evidente: raccoglie gli istinti democratici del Paese e li convoglia verso movimenti di vario peso e nomi di notevole importanza: a cominciare, oltre che da Nicola Zingaretti, da Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Piero Fassino, Marco Minniti, Carlo Calenda e molti altri sindaci e governatori regionali che coltivano la sinistra democratica e giovanile. La morale è decisiva: la sinistra liberaldemocratica coltiva la moralità politica che fu impersonata a suo tempo da Enrico Berlinguer e da quelli che dopo di lui fecero una forza di rilievo del Partito comunista democratico, che oggi è ancora tra le forze storiche d’un passato più che mai proiettato verso il presente e sperabilmente il futuro. Questa è la moralità storica e di questa siamo i sostenitori. Diderot e Voltaire ci tengono buona compagnia.

Eugenio Scalfari – la Repubblica – 1 marzo 2020

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