A Dogliani il festival dei media: uno sguardo sull’Europa

L'Europa è ancora nel nostro futuro? Non è facile riunire su di un palco ben sei direttori delle principali testate nazionali per un dibattito su questo tema e sugli argomenti più caldi dell'attualità politica, economica, sociale italiana edeuropea. Ci sono riusciti gli organizzatori del Festival della Tv e dei nuovi media di Dogliani il 4 maggio scorso, intervistati dal Sarah Varetto, responsabile dei servizi informativi per l’Europa di SKY.

L'incontro tra i direttori Lucia Annunziata (Huffington Post), Marco Damilano (L'Espresso), Luciano Fontana (Corriere della Sera), Maurizio Molinari (La Stampa), Fabio Tamburini (Il Sole 24 Ore), Mario Tarquinio (Avvenire), Carlo Verdelli (la Repubblica) è stato moderato da Sarah Varetto, recentemente nominata News Projects Development Continental Europe del broadcaster di Sky. Si è animatamente discussoper sull’Europa a tre settimane dal voto. Grande interesse nel folto pubblico partecipante nella città del dolcetto DOCG Dogliani.

La prima riflessione sollecitata dalla conduttrice è stata:

Il mutato atteggiamento nei confronti dell’Europa, dagli inizi ad oggi.

Da quando vi era una corsa ad entrare a far parte dell’Unione, alla situazione attuale in cui c’è chi si si esclude perché si sente escluso, secondo Damilano (“L’Espresso”) il problema è stato quello di considerare la democrazia e l’Europa come un dato acquisito e i diritti e i doveri non sono stati vissuti come una battaglia quotidiana.

Ma l’Europa ha delle responsabilità in tal senso?

Per il direttore del “Sole 24 ore” (Tamburini)siamo stati abituati a sentirci l’ombelico del mondo, mentre oggi rassomigliamo all’Impero romano nella sua fase di decadenza, stretti fra Usa e Cina che si contendono la leadership mondiale in economia e in politica. E anche se l’UE non è condivisibile per tanti aspetti, non dimentichiamo che rappresenta ancora il mercato più ricco del mondoeche unita ha le capacità di recupero. Quanto all’Italia, siamo ancorai migliori nell’artigianato, anche se con la palla al piede dell’enorme debito pubblico, per il quale non riceveremo sconti ulteriori, nemmeno dai sovranisti.

E che cosa aspettarci, allora, dai sovranisti, contrari sia alla solidarietà economica che a quella nei confronti dei migranti?

Per Lucia Annunziata (“Huftington Post”) per battere i sovranisti, che non sono nemmeno riusciti a costituire una lista comune per le prossime elezioni, si deve votare non sotto il segno di “Europa o morte”, ma per soluzioni compatibili col suo sviluppo. L’Europa, infatti, si è già “disfatta” (Brexit, Francia e Germania in crisi) grazie anche agli errori sin qui compiuti: smantellamento della NATO, disimpegno in Medio Oriente, errata visione dell’Africa, vista solocome  terreno di competizione fra Paesi europei.

Da un’inchiesta del “Corriere della Sera” risulta che la maggior parte degli Italiani è a favore dell’Unione Europea: che significa?

Per il direttore Fontana ciò significa che gli italiani sono più “scafati” dei loro uomini politici, i quali hannovia via dimenticato le loro dichiarazioni anti- euro e anti-Unione. Del resto, l’attuale predominanza franco-tedesca è anche il frutto del nostro debito pubblico (ricordiamo che 100 punti di spread in più ci sono costati 8 miliardi di interessi in più!) e delle nostre continue richieste di flessibilità (conseguenza: altro debito!). Così, invece di dar via ad opere pubbliche bloccate si continua con interventi di sussidio, per dare poi la colpa alla Commissione europea.

A che cosa ha portato la globalizzazione non controllata?”

Risponde Verdelli direttore di Repubblica”: la crisi ha portato ad un odio della gente nei confronti del “mercato”,, ad una visione dell’Europa coincidente con l’euro (vista solo come una maestra che bacchetta), ad una reazione emotiva di rifiuto per il mancato miglioramento tanto atteso dal processo di unione degli Stati, invece di accusare i governo senza credibilità.

Ma vi sono anche altre questioni aperte, come l’aumento delle diseguaglianze e l’immigrazione…

Sappiamo bene, osserva Tarquini, direttore di “Avvenire”, che i governi italiani hanno barattato il problema dell’immigrazione in cambio della flessibilità. Già oggi 800.000 immigrati potrebbero avere la cittadinanza… Il problema è che in Italia è venuto meno lo sguardo solidale verso l’immigrazione; per questo, che cosa possiamo aspettarci in tal senso dall’Europa? Si tratta di una guerra economica, che divide le nazioni. Ma vi è una speranza ancora: i giovani (17/35 anni). Da una recente inchiesta, infatti, risulta che il 40% crede nelle istituzioni europee.

E le elezioni europee diventano terreno di scontro…

Certamente, per la vulnerabilità del sistema, afferma Molinari, che con il suo quotidiano segue da vicino le questioni di politica estera. Si tratta delle “interferenze maligne” da parte di attori esterni, che attraverso i social hanno influenzato, oltre al cosiddetto russian gate,  il referendum per la Brexit, le recenti elezioni tedesche e quelle catalane (il 70% sono risultate essere russe). Oltre alle interferenze, i pericoli vengono, come si è già detto, dalle diseguaglianze e dai migranti. L’unica risposta possibile ai sovranisti che le cavalcano sono i “Diritti”: sociali (lavoro, formazione, qualificazione), civili (per i migranti, insieme ai doveri), e anche “digitali” (vd. difesa copyright) trasferendo quelli che sono i nostri diritti dalla realtà al mondo virtuale.

Chiediamoci, allora, se l’Unione Europea sarà in grado di incrementare i diritti

Premesso che l’attualeclasse dirigente europea, paragonabile ad un “cimitero degli elefanti”,  ha gestito la fine di un modello politico-economico (dalla Brexit alle misure per la Grecia), per l’Annunziata non ci sono molte speranze in tal senso; infatti dalle elezioni uscirà una malferma coalizione, sotto attacco per conflitti interni.

Si sta assistendo, quindi, ad una vera crisi della leadership europea?

Il grosso problema sta nella crisi della classe dirigente, incapace di prospettive a medio e lungo termine, sempre alla rincorsa d soluzioni tampone. In quella italiana, poi, si è assistito ad un abbassamento: “io” (politico) sono uguale a “te” (popolo), mentre -sostiene Fontana (“Corriere della Sera”) - il politico deve essere migliore di me. Occorre, anche in occasione di queste elezioni europee, ripartire dall’aggregazione, dal confronto e dalla formazione dal basso.

E l’inadeguatezza economica come la pagheremo in concreto?

Tamburini invita ad accendere la speranza, a superare la crisi delle classi dirigenti (non solo politiche, ma professionali, imprenditoriali, ecc.), a ripartire dalle competenze nella consapevolezza che siamo ancora i migliori per fantasia, intelligenze, creatività nonostante la produttività e l’ingegno dei cinesi e degli americani.

Ma, lo spirito di demonizzazione della classe dirigente da qualche parte è partito?

La politica valeva sempre di meno, osserva Damilano, solo pronta a rispondere alle necessità immediate, all’inesorabilità, dimenticando che funzione della politica è la “scelta” e non la soluzione “tecnica” dettata dal pragmatismo puro. Oggi il governo sostiene di agire in nome del popolo(indefinito), di non essere né di Destra, né di Sinistra, in una eterogeneità dei fini. Bisogna invece ripensare le categorie politiche, che non possono essere quelle del secolo scorso, ma in grado di confronto e di scelta. L’altra questione, prima citata, è quella dei giovani, dai quali può iniziare la “resistenza”, come sembrano anticipare le risposte ai gravi omicidi, in Polonia  (l’elezione del sindaco di Danzica) o in Slovenia, con l’elezione di una donna europeista alla Presidenza.

Pertanto, può nascere una nuova generazione di europei?

Finora, secondo Tarquinio, i sovranisti hanno offerto una percezione distorta della realtà, grazie anche ai media che possono far leva sulle tendenze negative che ci sono nelle persone; quindi, responsabilità anche dei giornalisti (classe dirigente del Paese), i quali hanno dato spazio agli slogan dei politici sulle prime pagine, offrendo una informazione sommaria, a bocconi (vd. i 600.00 irregolari, che poi si sono rilevati essere 90.000, una volta contate le donne di pelle bianca, che stanno nelle nostre case e che non ci fanno paura). Le paure non vanno ingigantite, ma affrontate e semmai consolate. Forse, con le elezioni si avrà un quadro più frammentato, ma lo scossone potrebbe far ripartire gli Stati Uniti d’Europa.

E chi andremo a eleggere?

Per Molinari i sovranisti hanno in comune la ricerca di identità (come nel Nord Est), la volontà di riappropriarsi delle proprie radici (e le rappresentanze più forti sono in Paesi appartenenti all’ex impero austro-ungarico). Questo è il vero pericolo: potremmo ritrovarci Salvini antieuropeista aa guidare l’opposizione nel nuovo Parlamento. E, aggiunge Verdelli, proprio i Paesi sovranisti, che hanno ricostruito le loro economie grazie agli aiuti dell’Unione europea, ora la vogliono distruggere. Inoltre, poniamo attenzione ad un altro pericolo: una vera e propria mutazione genetica delle destre, sempre più estremiste, in diversi stati europei, che potrebbero entrare s fsr parte del nuovo Parlamento!

Clara Manca, 10 maggio 2019

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Le ragioni del populismo

 

Un confronto intellettuale veramente unico nel suo genere è stato offerto sabato 4 maggio a Dogliani dal Festival della tv e dei nuovi media. In un affollatissimo padiglione, cinque direttori di giornali hanno discusso di populismo: Maurizio Molinari (La Stampa), Mario Calabresi (la Repubblica), Luciano Fontana (Corriere della Sera), Claudio Cerasa (Il Foglio), Tommaso Cerno (L’Espresso). A far da moderatore è stato chiamato dai giornalisti stessi (con applausi di incitamento da parte del pubblico) Enrico Mentana, direttore del Tg La7.

Per Molinari, il termine “populismo” ha assunto un’accezione negativa e si coagula intorno a proteste come il voto a Trump, la Brexit, il 40% dei voti contro i partiti tradizionali nelle elezioni francesi o la sconfitta della riforma costituzionale nel referendum italiano, che è stato un “no” al governo. Ma perché tutto ciò?

Siamo senz’altro in un periodo di transizione e di accelerazione, in cui le diseguaglianze stanno aumentando. Queste sono frutto della globalizzazione: le sacche di povertà prima erano concentrate nel Sud del mondo, ora assistiamo ad una redistribuzione della ricchezza, che penalizza il ceto medio (specie in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, punte della globalizzazione). Ebbene, da parte dei partiti tradizionali non vi è stata una misurazione, né una comprensione del fenomeno, che se non affrontato aumenterà la protesta, e di conseguenza il  populismo.

Cerno ha posto l’attenzione sul fenomeno della democrazia rappresentativa. Tale tipo di governo, basato sul principio della delega fra chi elegge e chi è eletto, oggi è  in pericolo, perché sostituito da una democrazia populista, in cui il rappresentante vuole rassomigliare al popolo rappresentato: si pensi alle dirette dei congressi del PD in streaming, mutuate dal Movimento 5 Stelle, stile Grande Fratello o al “Matteo risponde” di Renzi.

Secondo Fontana, il populismo, con i suoi movimenti di protesta e la ricerca di un leader (che da noi possono essere Grillo o Salvini ), è un fenomeno che si presenta sempre nei momenti di crisi. Non a caso ai nostri giorni si assiste ad un disfacimento delle istituzioni, ad una contrapposizione fra esclusi e favoriti, ad un senso di tradimento da parte dell’establishment nelle fasce più deboli. E tali movimenti populisti di protesta, secondo Mentana, sono fra loro speculari nel loro modo di agire: centralità dei sondaggi nelle loro scelte; eliminazione della rappresentanza dei corpi intermedi (es. sindacato); uso del web; uso di categorie, come l’antieuropeismo.

Certamente, precisa da parte sua Cerasa, il populismo è una forza antisistema,  tanto da creare una forma di trasversalità fra persone di posizioni politiche opposte. In comune, tali movimenti hanno la sfiducia negli esperti, secondo il motto “1 vale 1” (il video dei Pills “La clinica dell’onestà”  è una satira esilarante del M5S e del principio che i professionisti devono contare come noi, applicato ad un ospedale …).

Per Fontana si deve riflettere sull’arroganza intellettuale della classe dirigente, distante da ciò che succede realmente nel mondo, come la mancata percezione dell’impoverimento della classe media da parte delle istituzioni europee.

Oggi, ha aggiunto Molinari, si assiste all’indebolimento non solo dei partiti tradizionali e della rappresentanza delle istituzioni, ma degli stessi Stati nazionali, che si trovano ad affrontare  tre fattori sovrapposti, strutturalmente nuovi:  l’impoverimento di nuovi soggetti; l’insicurezza; i migranti. Rispetto a qualche tempo fa, non c’è più una categoria precisa di poveri; sono famiglie, studenti, lavoratori a basso reddito, precari … per cui è difficile trovare una risposta adeguata alle nuove povertà. L’insicurezza si intreccia con i problemi posti dall’immigrazione, mai così veloce e in misura tanto massiccia (impoverimento e guerre islamiche): la guerra ai nostri valori, l’attacco alla nostra cultura, la minaccia alla sicurezza. Ebbene, i movimenti populisti offrono la “protezione” davanti alle minacce, ma …. senza risposte concrete.

Nei movimenti populisti la leadership, nota Cerasa, invece che presentarsi come guida delle masse, si fa guidare dai followers. Fenomeno sostenuto dai social, nei quali  si formano delle “tribù”, ciascuna con le sue simpatie, all’interno delle quali ognuno cerca conferma alle sue sicurezze, senza voler vedere i fatti fuori; così si forma la “post-verità”, che altro non è se non una bugia che si trasforma in verità perché diventa virale.

Un modo per prosciugare questi populismi? Calabresi  crede che non basti “rovesciare il tavolo”, ma che si debba ripartire dai cittadini. E, ha aggiunto Fontana, fare in modo che i politici – i veri responsabili come i direttori sanitari per un ospedale – abbiano una buona formazione culturale, professionale e progettuale…

Clara Manca

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