Il lockdown svedese, un confinamento vivibile

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Si può fare a meno del lockdown? Di fronte al caso svedese, alla sua strategia «non ortodossa» (definizione di Nature) per il contenimento del virus, la domanda diventa pressante. Secondo Anders Tegnell, epidemiologo di Stato dell’Agenzia di Sanità Pubblica e architetto della strategia anti-coronavirus, ci si basa su responsabilità individuale e alcune regole precise sugli assembramenti. Il commento di Dario Ronzoni su Linkiesta.

Lotta contro il Covid 19, la Svezie e' un modello oppure no?

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Il Colle teme che dopo l'emergenza possa aprirsi una crisi al buio

Anche per i politici si avvicina la «fase 2», che nel loro caso significa tornare alle vecchie abitudini: liberi tutti e fine della tregua più o meno ipocrita imposta dall'emergenza. Non a caso le manovre di palazzo sono già ricominciate. Nella maggioranza, Cinque stelle e Pd litigano sul Mes; l'opposizione ritira la mano tesa al governo; tra gli ottimati della Repubblica (tecnici, banchieri, super-manager e grand commis) si aggira inquieto il fantasma del governo di salute pubblica che subentrerebbe qualora quello in carica dovesse collassare. Insomma, non è ancora finito il lockdown e già tornano a circolare i soliti scenari di crisi.
Al Quirinale ovviamente lo sanno, anche perché i segnali di scollamento sono sotto gli occhi di tutti: lo scontro Stato-Regioni, i soldi a famiglie e imprese che arrivano col contagocce, una trattativa europea dall'esito molto dubbio. Si aggiungano i passi falsi del governo e gli eccessi televisivi del premier: figurarsi se Sergio Mattarella non nota tutte queste sbavature. Ma chi lo frequenta esclude che, per quanto Giuseppe Conte possa sembrare in bilico, il presidente arrivi al punto da incoraggiare le congiure ai suoi danni. Anzi, è sicuro che i tentativi di mettere in piedi un «governissimo» vengono seguiti con scetticismo e una buona dose di apprensione.
La deriva grillina Sul Colle c'è enorme stima per Mario Draghi, che la Lega prima detestava e invece adesso invoca come salvatore della patria. Ma davvero si metterebbe in gioco? E se non lui, quale altro jolly pescare dal mazzo? I nomi che circolano sono tutti apprezzati, ma non vengono da lassù. Tra l'altro un governo esiste già, è quello di Giuseppe Conte, forse l'unico che i Cinque stelle sarebbero disposti a sostenere. Se cadesse, i grillini verrebbero ricacciati su posizioni estreme, radicalizzati alla Di Battista tanto per intendersi. Col risultato paradossale che la forza politica più numerosa in Parlamento finirebbe in gran parte all'opposizione. Per dar vita alle larghe intese, il Pd dovrebbe accordarsi direttamente con Salvini. Sulla carta sarebbe possibile, tanto ormai siamo abituati a tutto; in pratica però sembra lecito dubitarne. Al voto con la mascherina Secondo ostacolo a un eventuale governo Draghi: per arrivarci bisognerebbe che qualcuno aprisse la crisi. Ma le crisi sappiamo come cominciano, mai come vanno a finire. E' tutto da dimostrare che dal caos possa emergere una maggioranza vasta e coesa. Manca la capacità di fare squadra, il giusto spirito di unità nazionale: lo dimostra il fallimento della cabina di regia tra maggioranza e opposizione, con il premier che - va detto - ci ha messo del suo. Soprattutto manca una piattaforma comune sul da farsi. Pesano come macigni le posizioni anti-Mes e anti-coronabond espresse da Salvini, che lo rendono improponibile. Un governo con la Lega dentro dovrebbe rinunciare a decine di miliardi di aiuti dall'Europa. Comporre il puzzle dei programmi sarebbe impresa da titani. Con un pericolo che ai piani alti è ben presente: quello di infilarsi dentro il tunnel di una crisi al buio e senza sbocchi. Settimane di consultazioni inconcludenti mentre l'Italia avrebbe bisogno di indicazioni rapide su quando e come ripartire. Per prendere infine tragicamente atto che il «governissimo» della concordia appartiene al libro dei sogni, e dover tornare alle urne a settembre, tutti in fila ai seggi con la mascherina per eleggere un altro Parlamento di quasi mille onorevoli, delegittimato prima ancora di venire al mondo. Un incubo quasi peggio del virus.

Ugo Magri – La Stampa – 19 aprile 2020

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Il bel paese nel pantano della fase 2

Spegniamo per un momento il televisore, stacchiamoci da Internet, dimentichiamo le statistiche del coronavirus – spesso imprecise e non omogenee tra loro – e proviamo ad allungare lo sguardo al di là delle Alpi. Che cosa troviamo? Scopriamo che Vienna ha riaperto il parco di Schoenbrunn dopo cinque settimane di "lockdown", mentre la gran parte dei parchi pubblici italiani è sbarrata e controllata con i droni. La Danimarca fa ripartire asili e scuole elementari, sulla stessa linea si muovono molte regioni tedesche. La Francia ha prolungato all'11 maggio il periodo di "lockdown" ma in quella data riaprirà anche la gran parte delle scuole; in Italia si dibatte se riaprirle a settembre. La Spagna – che ci ha superato nel numero dei contagi – ha riaperto i cantieri edili, in molti dei quali si lavora all'aperto, mentre in Italia sono largamente chiusi.
Parafrasando quanto ha detto il Presidente del Consiglio qualche giorno fa, si può affermare che, nella partita contro il coronavirus, l'Italia abbia giocato un primo tempo buono, forse persino esemplare.
Gli italiani si sono adeguati in maniera inaspettatamente disciplinata alla richiesta del governo di restare chiusi in casa, hanno riscoperto la "civiltà dei cortili", i legami di vicinato e smentito l'immagine di un individualismo esasperato; si sono accorti di poter disporre di un ottimo, spesso bistrattato, personale sanitario. E non solo.
Poi, quando tutti si felicitavano ed è cominciato il secondo tempo, l'Italia ha decisamente rallentato l'andatura; i computer dell'Inps si sono inceppati, sono emersi i litigi tra governo centrale e governi regionali, tra esecutivo e opposizione, sono comparse differenze non da poco all'interno della maggioranza. Siamo diventati il Paese dei ritardi nelle forniture di mascherine e delle schede con i dati di pazienti smarrite sui computer dell'amministrazione; abbiamo ottenuto ampie assicurazioni di sostegno a livello europeo e una parte del mondo politico non vuole accettare gli aiuti perché la loro "etichetta" è sbagliata. Accanto al medico eroico è comparsa la burocrazia indifferente.
Come altre volte nella nostra storia, ce la siamo cavata nell'emergenza e rischiamo di impantanarci nella normalità. In Italia si continua a pensare al contagio mentre in molti Paesi a noi vicini si pensa già al post-contagio. Ecco perché dobbiamo smettere per un momento di seguire spasmodicamente le cifre del giorno per giorno e cominciare a riflettere sui prossimi mesi e sui prossimi anni.
E qui, purtroppo, compaiono i limiti del Bel Paese, a cominciare dalla sua classe politica. La normalità da riconquistare è largamente intesa come un livello a cui ritornare e non come una pedana dalla quale saltare più in alto in un mondo competitivo; i prestiti alle imprese con garanzia dello Stato rischiano di venir considerati più come sussidi per restare in vita che come capitali per impostare un rilancio aziendale e che dovranno essere comunque restituiti come dovranno, dopo l'emergenza, ridursi il deficit e il debito pubblico. Di qui all'estate si gioca la partita del nostro futuro: non quello delle nostre vacanze e del campionato di calcio bensì quello del lavoro dei giovani e della loro qualità della vita, degli investimenti essenziali in infrastrutture, della ripartenza dello sviluppo. E si tratta di una partita che non possiamo permetterci di perdere.

Mario Deaglio - La Stampa – 17 aprile 2020

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