I partiti in confusione totale sulla legge elettorale

L’anno è iniziato con la sentenza della Corte costituzionale sulla richiesta di referendum abrogativo della legge elettorale vigente e con la proposta di nuova legge elettorale del presidente della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati. La richiesta referendaria, caldeggiata dalla Lega, mirava alla soppressione dei collegi plurinominali. La proposta del presidente della Commissione affari costituzionali, che ha l’appoggio delle forze ora al governo, va nella direzione opposta, della soppressione dei collegi uninominali (con clausola di sbarramento del cinque per cento e con il cosiddetto diritto di tribuna per le forze politiche minori). Le riflessioni del prof. Sabino Cassese sul Corriere della Sera.

La legge elettorale che nessun partito vuole (e che piacerebbe agli italiani)

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Dal maggioritario al proporzionale, l'inganno nelle urne

In passato i piani di guerra approntati dagli Stati Maggiori si rivelavano spesso un fallimento. Si basavano sull’erronea presunzione che la guerra futura sarebbe stata uguale alla precedente. La politica fa errori simili. Per esempio, in Italia si continua a usare il termine «schieramento» (di destra e di sinistra) per prefigurare la dislocazione delle forze politiche alle prossime elezioni e dopo. La parola «schieramento» dovrebbe invece essere abbandonata. Essa vale solo per l’età ormai conclusa in cui erano in vigore, per le elezioni nazionali, leggi maggioritarie o quasi-maggioritarie. Nella (luminosa?) epoca della proporzionale che ci si dischiude davanti non ci saranno schieramenti: varrà il principio «ciascuno per sé». Le considerazioni del prof. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera.

La nuova legge elettorale non risolverà i problemi dell'Italia

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Porte aperte al proporzionale

Un vecchio alfiere del sistema maggioritario, Arturo Parisi, ha salutato la sentenza della Corte Costituzionale come «la fine di ogni illusione». È possibile che questo signore non più giovane, politologo di fama e già braccio destro di Prodi ai tempi dell’Ulivo, sia diventato un seguace di Salvini? È credibile che la sua amarezza nasca dal rimpianto per l’insuccesso di Calderoli, autore di un quesito giudicato «eccessivamente manipolativo»? Qualcuno lo ha insinuato, ma è facile capire che le cose non stanno così. Parisi e con lui vari fautori del maggioritario — probabilmente anche nel palazzo della Consulta — stanno solo dicendo addio a una battaglia durata, tra alti e bassi (compresi parecchi errori), circa trent’anni e ora terminata in via definitiva. Perché un punto è chiaro: d’ora in poi non avrà più senso proporre altri referendum per cambiare la legge elettorale attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini.

La partita torna in Parlamento e lì rimarrà. Purtroppo l’esperienza insegna che in questa materia le alchimie partitiche non producono buoni risultati. Con l’eccezione del cosiddetto Mattarellum, non a caso figlio della prima stagione referendaria, quando le assemblee legislative recepivano i messaggi dell’opinione pubblica, abbiamo avuto una girandola di sistemi elettorali, alcuni mai applicati e un paio bocciati dalla Corte in quanto incostituzionali almeno in parte. Ora le porte sono spalancate affinché Camera e Senato rimettano mano alla legge Rosato — in vigore ma con scarsa soddisfazione generale — e lavorino per sostituirla. Sul tavolo c’è una prima intesa tra Pd e Cinque Stelle per tentare di far approvare un modello interamente proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento. Senza dubbio la sentenza di ieri semplifica sulla carta una forma di restaurazione in stile prima Repubblica, ma poi bisogna vedere in concreto cosa accadrà.

Il proporzionale, certo, diede sostanza al sistema politico per oltre quarant’anni, tuttavia quella Repubblica non esiste più da tempo insieme ai partiti che la incarnavano. Tornare all’antico sulla spinta della Corte, sia pure con un quorum fissato al 5 per cento (ma reggerà nel dibattito?), rischia di essere un’operazione un po’ fuori contesto. E in ogni caso non può essere appaltata alle sole forze della maggioranza giallorossa, tutte propense a una formula in cui nessuno vince del tutto e nessuno perde davvero. Viceversa, se il quesito pro-maggioritario fosse stato ammesso, il Parlamento avrebbe potuto evitare la consultazione approvando una nuova disciplina, ma con il vincolo di assorbire qualcosa dello spirito referendario.

Ci si domanda inoltre se e quanto la scelta dei giudici può allungare la vita della legislatura. S’intende che non sarebbe rispettoso insinuare che la Consulta decide con il bilancino della politica, così da favorire o danneggiare questo o quello. Resta il fatto che il referendum sulla legge elettorale, affiancato a quello sul taglio dei parlamentari, avrebbe caricato di senso la primavera. Forse avrebbe incanalato le tensioni e la conflittualità verso un approdo alternativo alle elezioni anticipate. Ora invece la pressione resta priva di sbocchi e questo potrebbe favorire strappi improvvisi e non prevedibili a favore del voto anticipato.

Più che mai diventano centrali le urne del 26 in Emilia-Romagna.

Stefano Folli – la Repubblica – 17 gennaio 2020

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