Occidente cristiano ed Islam, un problema culturale

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Nel ventunesimo secolo nella civiltà occidentale grazie alla ricerca scientifica si può affermare  che le divisioni dell’umanità in razze non ha nessun fondamento. Infatti i vari colori della pelle sono dovuti alle diverse posizioni climatiche dovuti per la maggior parte all’influenza del sole. Vi è quindi una base biologica comune al novantanove per cento per tutti, uomini e donne.

Purtroppo le divisioni sono presenti sia nelle tradizioni culturali che religiose. Un problema culturale quindi!

Direi di formazione alla libertà e quindi d’istruzione e conoscenza.

L’integrazione di varie culture, specialmente quelle di origine teocratica è molto difficile. Il fondamentalismo religioso è presente sia in Occidente sia in Oriente-

Il cattolicesimo, con il Concilio Vaticano II, si è evoluto e aperto verso nuovi orizzonti nella sue applicazioni che non sono tutt’oggi completate grazie alle resistenze di varie gruppi ecclesiastici e movimenti laici fondamentalisti.

La tradizione umanistica e il magistero derivante dal Concilio, persegue in occidente lo scopo di comprendere ed aiutare il concetto di umano nelle culture diverse dalla nostra. Oggi giorno tale compito sembra più impellente in un mondo più multiculturale e interculturale, il cui futuro sembra sia quello di chiusura  in quanto al suo interno si rafforzano meccanismi i quali hanno come traguardo la difesa delle proprie tradizioni culturali. L’Occidente laico e secolarizzato ha la sensazione di sentirsi minacciato da vari fondamentalismi religiosi tra cui l’Islặm ortodosso (per non parlare di alcune ortodossie cristiane) che nella sua componete aggressiva non facilita la convivenza civile  nel rispetto delle nostre leggi.

Secondo una statistica del Britannica Books of the Year in Europa si constata la crescita di appartenenti alla religione islamica, oggi il 7% della popolazione europea, ma che, secondo le previsioni, entro la fine del secolo arriveranno al 25%. Appare, per contro, in diminuzione il numero dei fedeli nei vari cristianesimi.

Un musulmano emigrato nei paesi occidentali, deve fare un grande sforzo per rimanere fedele alla sua tradizione religiosa nel conformarsi e, nel contempo, accettare la modernità e l’umanesimo integrale sviluppatosi nell’Occidente, specialmente quando deve adattare le sue pratiche e quindi le credenze indotte dal confronto con la modernità. Un esempio per capire: la posizione della donna nella realtà islamica. In realtà questo confronto tocca i fondamenti della sua fede, dalla esegesi del testo sacro al problema del rituale che i ritmi dei tempi moderni mettono in crisi.    

Un musulmano formatosi nelle scuole islamiche considera  un occidentale di fede cristiana: i testi scolastici e i catechismi dei Paesi del Maghreb contengono dei materiali che offendono i sentimenti religiosi di credenti non musulmani, la morale e la storia delle altre religioni vengono presentate in modo erroneo. In conseguenza di questa formazione egli  risulta essere molto virulento verso i cristiani (questo tipo di insegnamenti sono presenti in alcune piccole Moschee in Occidente). Siamo accusati di essere miscredenti ed empi, perché secondo il cristianesimo Dio ha un figlio, Gesù, che non è un suo servitore. Inoltre l’Islam, i cristiani hanno falsificato il Vangelo, perché negano a Muhammad la qualità di Books of the YearBooks Sigillo dei profeti (alcuni studiosi affermano che conobbe il cristianesimo della Chiesa etiopica durante il suo esilio in Abissinia e non quello derivante dal Concilio di Calcedonia cioè quello di Roma).  La fede musulmana afferma: il Profeta  è l’ultimo e definitivo annunziatore (nel Corano) della rivelazione di Dio. Vi sono molti immigrati del Maghreb, giunti ormai sono alla seconda generazione, che hanno le stesse convinzioni del genitori sia sulla libertà religiosa, di coscienza e sulle donne. In uno dei suoi articoli (C.C. anno 160 n 3813) padre Giuseppe De Rosa S.I. scrive: “…Il fatto poi che il Corano parlasse male dei cristiani respingesse, come “falsificazione”e deviazioni, le più essenziali verità della loro fede, accusandoli del peccato più grave che si potesse commettere - l’associare a Dio un uomo, che era Gesù, e in tal modo il monoteismo assoluto - non favoriva un dialogo sul piano religioso, ma al contrario creava un clima di profonda avversione nei confronti dei cristiani, dichiarati miscredenti, empi e impostori. in realtà, c’è nel mondo islamico una profonda ignoranza del cristianesimo”

Alcuni lettori credo che non siano informati sul trattamento dei cristiani nel Maghreb:  , mentre i cittadini del Paesi Islamici, e tutte le persone immigrate godono di tutti i diritti costituzionali in vigore nei paesi Occidentali, al contrario in alcuni paesi Musulmani:>

L’integrazione e specialmente il diritto alla cittadinanza (per non ripetere l’errore dell’Imperatore Caracalla nel 212 d.c. con l’editto “Constitutio Antoniniana”) dovrebbe tener conto sia della conoscenza storica e filosofica (es. umanesimo ed illuminismo) dei Paesi Occidentali e della educazione civica dei richiedenti, ma soprattutto  delle diverse culture, che le popolazioni indigene locali dovrebbero conoscere attraverso una divulgazione scolastica, per evitare  rivolte e scontri di civiltà. Nella cronaca contemporanea vi sono dei segni tangibili di situazioni sopra citate. I nostri legislatori dovrebbero tener presente per le popolazioni islamiche il principio di reciprocità cioè pretendere  che venissero attuati nei loro paesi i documenti firmati che sono usciti dagli incontri tra cristiani e musulmani sulla liberta di coscienza, sulla libertà religiosa e che le donne hanno le stesse opportunità degli uomini.

L’Europa può dare una risposta alla domanda culturale e spirituale, parallelamente però, all’elaborazione di «un modello di dialogo interculturale che valga a distinguere, tra le richieste identitarie dei musulmani, ciò che non è tollerabile (perché in patente violazione dei diritti umani fondamentali), ciò che è tollerabile, ciò che è rispettabile e ciò che condivisibile (Maurice Borrmans)».

Massimo Giovedi, 25 ottobre 2017

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Il dialogo necessario tra Cristianesimo e Islam

«Il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli (Giovanni Paolo II)»

Il Mediterraneo è stato la culla di varie civiltà, sviluppatesi sugli scambi culturali dovuti al commercio, ma è stato anche  la culla di scontri tra popoli della sua area.

Oggi giorno si tende ad ipotizzare uno scontro di civiltà tra occidente e mondo islamico, questa ipotesi analizzata tra altro in un libro di Samuel P. Huntington intitolato “Lo scontro delle civiltà” pubblicato nel 1996, e resa sempre più attuabile dopo 11 settembre 2001 dal terrorismo e dalle varie guerre preventive, può trovare, la non attuabilità, in un dialogo che abbia come suo obiettivo la conoscenza delle varie tradizioni culturali e in un impegno di collaborazione in vista di una pace non armata.

Nel secolo scorso, l’Impero Austro-Ungarico (Stato cattolico) e l’Impero Ottomano (Stato musulmano) sono stati capaci di organizzare la coesistenza tra popolazioni cristiane (maggioranza ortodossa) e musulmane nei loro territori. Naturalmente usando una diversa metodologia e con risultati più o meno positivi. È possibile dunque, partendo da queste esperienze passate costruire un monoteismo personalista basato su un dialogo interculturale, iniziato dal Concilio Vaticano II, che nel 3° paragrafo della sua Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane, esprimeva il suo apprezzamento dell’esperienza religiosa dei musulmani? Si, l’Europa può dare una risposta alla domanda culturale e spirituale, parallelamente però, all’elaborazione di «un modello di dialogo interculturale che valga a distinguere, tra le richieste identitarie dei musulmani, ciò che non è tollerabile (perché in patente violazione dei diritti umani fondamentali), ciò che è tollerabile, ciò che è rispettabile e ciò che è condivisibile (Maurice Borrmans)». Da parte musulmana (che oggi rappresenta il 7% della popolazione europea, e secondo delle previsioni entro la fine del secolo arriverà al 25%) si richiede un superamento dei pregiudizi verso la loro “terra di accoglienza” cioè l’Europa, «tuttora alcuni di loro la considerano “terra di guerra” (dar alharb), dove non dovrebbero vivere perché la loro fede vi è in pericolo, se altri, altrettanto pochi, la considerano “terra d’islam” (dar a-islam), dove dovrebbero attuare la legge coranica (shari’ a) e il suo sistema politico, molti di loro invece la definiscono “terra di armistizio” (dar al-sulh) o di “alleanza” (dar al-‘ahd), pensando giustamente di potervi compiere il loro riti e realizzarvi i propri diritti nel pieno rispetto delle regole della società di accoglienza (Giovanni Paolo II)». È un invito per gli emigrati ad aprirsi verso quel “umanesimo integrale” che Jacques Maritain, sosteneva già nello scorso secolo:« Questo nuovo umanesimo, che non ha misura comune con l’umanesimo borghese, ed è tanto più umano in quanto non adora l’uomo, ma rispetta realmente e effettivamente la dignità umana e rende giustizia alle esigenze integrali della persona, noi lo concepiamo come orientato verso una realizzazione sociale-temporale di quella attenzione evangelica all’umano che non deve esistere soltanto nell’ordine spirituale ma incarnarsi, e verso l’ideale d’una comunità fraterna (…) l’’umanesimo chiede, nello stesso tempo, che l’uomo sviluppi le virtualità contenute in lui, le sue forze creatrici e la vita della ragione, e lavori a fare delle forze del mondo fisico strumenti di libertà. Così inteso è inseparabile dalla civiltà o dalla cultura (Jacques Maritain». Queste riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino, è fare conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Questa linea già seguita nello scorso secolo da Giorgio La Pira, in piena guerra fredda con i convegni su “Il Mediterraneo e la civiltà cristiana” trova un nuovo stimolo di riflessione e di conoscenza oggettiva per evitare un “conflitto delle ignoranze”.. Le riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino porta a far conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) e  può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Maurice Borrmans professore del Pontificio Istituto di studi arabo–islamici in una conferenza tenuta presso l’Università Cattolica di Milano nel 2006 sosteneva: «È urgente, più che mai, che dotti di entrambe le religioni, con esperti delle facoltà di giurisprudenza, studino assieme le ragioni filosofiche e teologiche che fondono i diritti dell’uomo e poi i testi giuridici che ne precisano l’applicazione, il che suppone una ricerca approfondita sulle convergenze possibili tra il diritto naturale e le leggi positive, da una parte, ed i fini (maqâsid) della legge religiosa che i musulmani chiamano shari’a, di modo che possano ravvicinarsi le filosofie del diritto di entrambe le parti».

Massimo Giovedi, storico, Roma, 18 maggio 2016

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L'Occidente deve incalzare il mondo islamico

  • Pubblicato in Esteri

Da anni terroristi islamici seminano dovunque la morte ma l’opinione pubblica occidentale si sente puntualmente ripetere che la loro religione non c’entra nulla. Il più delle volte con l’argomento (evidentemente reputato in grado di chiudere la bocca a chiunque) che, a tal punto il terrorismo islamico non c’entrerebbe nulla con la religione islamica che spesso le sue vittime sono proprio gli stessi islamici. Come chi dicesse che poiché le guerre di religione nell’Europa del Cinque-Seicento vedevano dei cristiani ammazzare altri cristiani, proprio per questo la religione con quella violenza non avesse nulla a che dividere. L'editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera. 

Strage di Dacca, la religione c'entra. Eccome

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