Elezioni 2018, consigli dalla storia

«Si parla molto di chi va a sinistra o chi a destra, ma la questione più importante, decisiva,  è andare avanti e andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale>> (Alcide De Gasperi). Per scendere dall’empireo occorrerebbe richiamarsi a don Luigi Sturzo, fondatore del partito popolare italiano. Il sacerdote di Caltagirone sosteneva la convinzione scientifica  come l'interventismo statale in materia economica rappresenti una rovina per lo sviluppo del Paese, assume la portata di idea intorno a cui costruire una proposta culturale-politica complssiva da avanzare alle forze imprenditoriali più innovative». L'antistatalismo di Sturzo, spiega il filosofo veneziano Massimo Cacciari, non è mero anticomunismo ma prefigura l'incontro del capitalismo di libero mercato con «l'ispirazione costante della Chiesa: quella che opera come formidabile riserva escatologica nei confronti di ogni potere politico». Nel suo appello agli uomini liberi e forti, ha scritto: .  L’aver partorito uno «statalismo soffocante», che «soverchiò» lo Stato democratico e facendo sì che «nessun altro paese libero abbia creato tanti vincoli alla iniziativa privata come l'Italia». Illuminante perché scritto nel 1919 . Quasi un secolo è trascorso. Per tornare a noi, possiamo affermare che la coscienza sociale nazionale di cui la Costituzione italiana è figlia, rispecchia un incontro storico di tradizioni politiche: l’ideale individualistico liberale, il personalismo e il solidarismo cristiano, i diritti e collettivismo (istanze ugualitarie) della sinistra.

Il Paese è chiamato a fare memoria particolarmente in questo tempo dei valori ispirati dell’Assemblea Costituente da cui è derivata la Costituzione sviluppata dai maestri sia laici che cattolici del pensiero democratico. Il  presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato in un suo recente  discorso che i valori, le regole e i principi della carta costituzionale rappresentano per «la nostra casa comune>> come affermava Giorgio La Pira: « … costruire questa volta e di fare in modo che vi sia una casa umana, fatta per fratelli, per uomini che cooperano per uno stesso fine, che è lo sviluppo della personalità umana […] perché umana è la concezione della persona quale ho delineato, umana è la concezione del corpo sociale, umana la concezione del diritto che costituisce la volta di questo edificio (costituzionale)>>

La Costituzione garantisce la realizzazione del bene comune al di là di ogni calcolo utilitaristico.

Una conquista del popolo italiano derivato dalla Carta Costituzionale è il diritto di voto universale c se ne comprende il valore confrontandolo con lo Statuto Albertino della Stato Monarchico in vigore dal 1860 sino al 27 dicembre 1947 e nei contesti in cui é negato.

Votare non è un diritto ma un dovere. La consapevolezza di essere cittadini e la libertà sono presenti dove si vivono partecipazione e libertà, l’astensione è una rinuncia al cambiamento-

In queste elezioni votano per la prima volta per la camera 582.000 ragazzi del 1999. Sempre attuali è per questi nuovi elettori un commento di un costituente, Giuseppe Dossetti: «Vorrei dire soprattutto ai giovani : non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948, soltanto perché opera di una generazione ormai trascorsa. La Costituzione americana è in vigore da duecento anni, e in questi due secoli nessuna generazione l’ha rifiutata o ha proposto di riscriverla integralmente […]. Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo palesemente interessati, non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola>>. Naturalmente la carta costituzionale deve essere aggiornata nella seconda parte, come é stata proposto nel referendum del 4 dicembre 2016, ma seduttori fin troppo interessati hanno influenzato la maggioranza degli elettori che non l’hanno approvata. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, basta guardare alla nuova legge elettorale e un aumento di partiti personali. I nuovi politici danno la sensazione che non conoscano né la storia geopolitica né gli scritti dei maestri del pensiero democratico. Benedetto Croce affermava, che per amministrare non era indispensabile solo “l’onestà” ma possedere“competenze specifiche”. P. Francesco Occhetto S.I. in un suo articolo (C.C. n°4024 anno febbraio 2018) scrive: anche il filosofo Paul Ricœur ci ha insegnato a considerare le identità narrative che emergono dal gesto, dalla qualità della parola – se costruiscono o demoliscono, se integrano o dividono- , dal modo di porla, dai progetti realizzati. Non politici perfetti, ma credibili in quel che conta; non ciò che si promette, ma “il cosa” si è realizzato e “come” ci si è formati>>

Nell’attuale campagna elettorale si promettono miracoli senza spiegare bene quale copertura economica hanno, con affermazioni deprimenti, non si parla tanto di programmi ma di chi ha commesso più errori o di persone indagate ecc. senza rispetto per l’avversario politico. Una tirata d’orecchie per questi comportamenti viene da un costituente, Vittorio Foa: Anche negli scontri più duri, in quelli ideali, dovremo capire le ragioni dell’avversario>>

La politica è una missione, quindi bisogna avere consapevolezza di questa realtà. Tutti noi nella cabina elettorale dobbiamo dimostrare maturità, coscienza formata, autonomia e tenere presenti i tre verbi > (card. Gualtiero Bassetti Pres. CEI), come affermava nel secolo scorso Aldo Moro: «la democrazia non è solo espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato>>

 

Massimo Giovedì – Roma – 25 febbraio 2018

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Il dialogo necessario tra Cristianesimo e Islam

«Il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli (Giovanni Paolo II)»

Il Mediterraneo è stato la culla di varie civiltà, sviluppatesi sugli scambi culturali dovuti al commercio, ma è stato anche  la culla di scontri tra popoli della sua area.

Oggi giorno si tende ad ipotizzare uno scontro di civiltà tra occidente e mondo islamico, questa ipotesi analizzata tra altro in un libro di Samuel P. Huntington intitolato “Lo scontro delle civiltà” pubblicato nel 1996, e resa sempre più attuabile dopo 11 settembre 2001 dal terrorismo e dalle varie guerre preventive, può trovare, la non attuabilità, in un dialogo che abbia come suo obiettivo la conoscenza delle varie tradizioni culturali e in un impegno di collaborazione in vista di una pace non armata.

Nel secolo scorso, l’Impero Austro-Ungarico (Stato cattolico) e l’Impero Ottomano (Stato musulmano) sono stati capaci di organizzare la coesistenza tra popolazioni cristiane (maggioranza ortodossa) e musulmane nei loro territori. Naturalmente usando una diversa metodologia e con risultati più o meno positivi. È possibile dunque, partendo da queste esperienze passate costruire un monoteismo personalista basato su un dialogo interculturale, iniziato dal Concilio Vaticano II, che nel 3° paragrafo della sua Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane, esprimeva il suo apprezzamento dell’esperienza religiosa dei musulmani? Si, l’Europa può dare una risposta alla domanda culturale e spirituale, parallelamente però, all’elaborazione di «un modello di dialogo interculturale che valga a distinguere, tra le richieste identitarie dei musulmani, ciò che non è tollerabile (perché in patente violazione dei diritti umani fondamentali), ciò che è tollerabile, ciò che è rispettabile e ciò che è condivisibile (Maurice Borrmans)». Da parte musulmana (che oggi rappresenta il 7% della popolazione europea, e secondo delle previsioni entro la fine del secolo arriverà al 25%) si richiede un superamento dei pregiudizi verso la loro “terra di accoglienza” cioè l’Europa, «tuttora alcuni di loro la considerano “terra di guerra” (dar alharb), dove non dovrebbero vivere perché la loro fede vi è in pericolo, se altri, altrettanto pochi, la considerano “terra d’islam” (dar a-islam), dove dovrebbero attuare la legge coranica (shari’ a) e il suo sistema politico, molti di loro invece la definiscono “terra di armistizio” (dar al-sulh) o di “alleanza” (dar al-‘ahd), pensando giustamente di potervi compiere il loro riti e realizzarvi i propri diritti nel pieno rispetto delle regole della società di accoglienza (Giovanni Paolo II)». È un invito per gli emigrati ad aprirsi verso quel “umanesimo integrale” che Jacques Maritain, sosteneva già nello scorso secolo:« Questo nuovo umanesimo, che non ha misura comune con l’umanesimo borghese, ed è tanto più umano in quanto non adora l’uomo, ma rispetta realmente e effettivamente la dignità umana e rende giustizia alle esigenze integrali della persona, noi lo concepiamo come orientato verso una realizzazione sociale-temporale di quella attenzione evangelica all’umano che non deve esistere soltanto nell’ordine spirituale ma incarnarsi, e verso l’ideale d’una comunità fraterna (…) l’’umanesimo chiede, nello stesso tempo, che l’uomo sviluppi le virtualità contenute in lui, le sue forze creatrici e la vita della ragione, e lavori a fare delle forze del mondo fisico strumenti di libertà. Così inteso è inseparabile dalla civiltà o dalla cultura (Jacques Maritain». Queste riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino, è fare conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Questa linea già seguita nello scorso secolo da Giorgio La Pira, in piena guerra fredda con i convegni su “Il Mediterraneo e la civiltà cristiana” trova un nuovo stimolo di riflessione e di conoscenza oggettiva per evitare un “conflitto delle ignoranze”.. Le riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il divino porta a far conoscere la tradizione cristiana che spesso viene identificata con il relativismo occidentale (ateo e viziato) e  può essere d’aiuto per un dialogo costruttivo.

Maurice Borrmans professore del Pontificio Istituto di studi arabo–islamici in una conferenza tenuta presso l’Università Cattolica di Milano nel 2006 sosteneva: «È urgente, più che mai, che dotti di entrambe le religioni, con esperti delle facoltà di giurisprudenza, studino assieme le ragioni filosofiche e teologiche che fondono i diritti dell’uomo e poi i testi giuridici che ne precisano l’applicazione, il che suppone una ricerca approfondita sulle convergenze possibili tra il diritto naturale e le leggi positive, da una parte, ed i fini (maqâsid) della legge religiosa che i musulmani chiamano shari’a, di modo che possano ravvicinarsi le filosofie del diritto di entrambe le parti».

Massimo Giovedi, storico, Roma, 18 maggio 2016

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