L'Europa paghi i nostri debiti. Risposta: non se ne parla

I nostri leader si sono stufati di lasciare i riflettori ai virologi e agli statistici, le decisioni ai comitati scientifici, la gestione delle emozioni nazionali a papa Bergoglio e al Presidente della Repubblica. Sono stanchi anche di ostentare sentimenti di solidarietà bipartisan che non provano, sobrietà verbali che non appartengono al loro lessico quotidiano: solo così si spiega la solitaria accelerazione di Giuseppe Conte sul “decreto poveri” con conseguente rivolta dei sindaci del centrodestra contro il medesimo, l’improvviso impennarsi della vis polemica nelle dichiarazioni di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche i battibecchi istituzionali tra Francesco Boccia e Attilio Fontana a proposito dell’efficienza delle Regioni e il ritorno del tam-tam sull’uscita dall’Europa. Il commento di Flavia Perina su Linkiesta.

L'Unione Europea diffida dell'Italia. Non a torto...

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Le piazze, Corbyn e il vuoto

Un mare di Sardine per accerchiare il Capitone, come a sinistra chiamano il nemico numero uno, Salvini. La metafora ittica ha preso il posto dell’antica e bucolica botanica fatta di ulivi, querce e margherite. Ma l’ambizione è sempre quella dei movimenti di sinistra: dimostrare nelle piazze la propria capacità di resistenza alla destra, nonostante rovesci elettorali, divisioni politiche, incertezze programmatiche. Ogni generazione dà il suo tributo di giovani alla causa, perché, per quanto se ne dica, destra e sinistra non sono affatto morte, vivono ancora nel cuore delle persone, non sono più ideologie ma stati d’animo, modi di intendere la vita, talvolta addirittura differenza antropologica. Eccoli dunque i ragazzi del 2020, che prendono il testimone dai ragazzi del 2002, i mitici girotondini, e sono anche più simpatici, autoironici, e meno incazzosi di quelli che stavano con Nanni Moretti (che però riappaiono anche qui, attempati ma sempre combattivi, come Daria Colombo a Milano e Paolo Flores d’Arcais a Roma, perché in piazza non ci sono solo giovani sardine ma anche stagionate sarde reduci di mille battaglie).

Il messaggio che vogliono lanciare è chiaro: c’è un popolo che si mobilita spontaneamente e che non si sente rappresentato dalla leadership politica della sinistra, capace di riprendere bandiere abbandonate come l’antifascismo, ora e sempre resistenza, Bella ciao come inno ufficiale e l’anpi che risponde «presente».

E il messaggio è arrivato: in 113 città hanno tenuto riuscitissime manifestazioni, e piazza San Giovanni ieri l’hanno riempita, una roba che ormai riesce solo alla Cgil e alla destra di Salvini+Meloni. È in ogni caso un bene: più gente fa politica e meglio sta la democrazia. L’effetto maggiore l’hanno forse prodotto a Bologna, dove hanno scosso un popolo di sinistra che sembrava depresso e rassegnato alla sconfitta nelle prossime elezioni regionali, e che ora pensa che forse si può ancora fermare Salvini sul Panaro: «Odio gli indifferenti», diceva Antonio Gramsci, opportunamente citato ieri in piazza. Ma è proprio questa funzione gerovital che indubbiamente esercitano su una sinistra anziana e debilitata a nascondere dentro di sé l’effetto collaterale, la controindicazione che finisce spesso per ottenere il risultato opposto, e a farla invecchiare ancor di più. Perché il cuore del loro messaggio è più radicalizzazione, più ideali, più intransigenza. È questo che chiedono ai partiti, ai quali contestano di non essere abbastanza «tosti» nel contrastare l’avversario, che vincerebbe dunque non per la forza delle sue idee, ma per la debolezza di quelle altrui. Insomma: più sinistra per battere la destra.

È una specie di imbuto logico in cui molto spesso finiscono i partiti progressisti: di fronte alle difficoltà sono portati a credere che l’errore non sia nelle loro idee, ma nella poca enfasi con cui le sostengono. Il riflesso condizionato che porta a dire: se Salvini chiude i porti noi dobbiamo dire che li apriremo tutti; se le cose non vanno in Europa noi dobbiamo dire che è perché ci vuole più Europa. Così non rispondendo alle preoccupazioni di chi è andato a destra, e che si dovrebbe recuperare, ma solo rincuorando quelli che restano, e sempre resteranno, a sinistra. Nel tentativo di riscoprire una mitica anima del passato, si rischia perciò spesso di perdere ulteriormente contatto con l’elettorato di oggi, e di fare la fine di Jeremy Corbyn e del suo programma, così vintage, così anni 70, che gli elettori l’hanno trattato esattamente come trattarono quello: bocciandolo.

È la sindrome che porta la Spd a cambiare continuamente leader tentando di spiegarsi perché arretra continuamente, e gli ultimi li ha scelti così a sinistra che di più non si può, senza però effetti rigeneranti. Oppure è la tentazione dei democratici americani di battere la destra radicale di Trump con un radicalismo liberal uguale e contrario, nonostante la ripetuta lezione della storia ci dica che quando il populismo di destra incontra il populismo di sinistra, vince il populismo di destra. Santori e le sardine risponderebbero a questo punto che non sono e non saranno mai un partito, dunque non devono preoccuparsi di fare programmi di governo. Tentando di riscoprire una mitica anima del passato, si rischia di finire come il Labour

Però sono i loro stessi seguaci e ispiratori che gli chiedono adesso, dopo la piazza, una piattaforma politica per rifondare la sinistra. Il filosofo Flores d’arcais ne ha proposta ieri una facile facile: «Realizzare la Costituzione».

L’altro punto debole delle sardine (o forte, perché è la ragione stessa del loro successo) sta nel fatto che sono un movimento di opposizione all’opposizione. I girotondi, diciotto anni fa, si mobilitarono contro il governo Berlusconi e in particolare contro una legge, la Cirami, considerata una norma ad personam e un’offesa allo Stato di diritto. I giovani di oggi invece non si mobilitano contro il governo, che anzi li incoraggia con lo sguardo compiaciuto del premier Conte, il quale li ha addirittura invitati a Palazzo Chigi (Sala Verde?). Si mobilitano contro il capo dell’opposizione per prevenire che diventi il capo del governo. E questa non è una posizione facile da tenere a lungo per chi vuole essere un movimento di protesta.

Fare la lezione ai giovani è sempre un esercizio irritante, oltre che vano, e temiamo di esserci cascati anche noi con questo commento. Ma il fatto è che scrivevamo le stesse cose anche nel 2002, quando si pensò di mettere fuori gioco Berlusconi con la piazza e Berlusconi invece uscì di scena solo nel 2011, nove anni dopo, e neanche quando cadde la sinistra ne raccolse i frutti, perché fu bruciata dall’esplosione grillina alle elezioni del 2013. La politica democratica è certo partecipazione, condivisione, comunicazione, mobilitazione, tutte ricchezze che i movimenti portano con sé. Ma alla fine è soprattutto consenso elettorale, e quella è un’altra faccenda. Fu proprio per segnalare ciò che un vecchio e saggio riformista come Pietro Nenni inventò lo slogan più conosciuto e meno meditato a sinistra: «Piazze piene, urne vuote».

Antonio Polito – Corriere della Sera – 15 dicembre 2019

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I veri numeri del salva-Stati

Cosa spinge alcuni politici a usare termini mai utilizzati prima, come «alto tradimento» (Salvini) o «sangue degli italiani» (Meloni), per una vicenda come il fondo salva-Stati?

Da un lato la risposta è ovvia: è un tema che evoca paure e rabbie profonde, con tutti gli ingredienti che già fecero la fortuna dell’impresa di Fiume un secolo fa, e poi di Mussolini: le altre potenze europee che ci umiliano, i nostri politici che ci svendono allo straniero, la plutocrazia internazionale che ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Ma non è solo opportunismo: molti, e forse in parte gli stessi politici, ci credono veramente. Semplificando molto, sono due i punti più roventi della polemica.

Il primo: "Il Mes è servito e servirà solo per salvare le banche francesi e tedesche". Per Salvini queste hanno ricevuto il 95 per cento dei fondi per la Grecia; per l’onorevole Borghi (Lega), in un intervento alla Camera in luglio, queste hanno ricevuto 60 miliardi dall’Italia. Il secondo: "L’Italia paga per aiutare gli altri ma non potrà accedere ai prestiti se ne avrà bisogno".

In realtà, il contributo netto dell’Italia alle banche francesi e tedesche fu di meno di 3 miliardi, un ventesimo dei 60 miliardi di cui parla Borghi; e l’Italia può accedere ai prestiti più importanti del Mes. Non solo, ma è facile mostrare che proprio il Mes che vorrebbero Salvini e Meloni farebbe ciò che essi giustamente criticano: utilizzerebbe i soldi del contribuente per ripagare in pieno tutte le banche.

Tra il 2010 e il 2015 l’Eurozona fece due prestiti alla Grecia (il terzo intervento ha riguardato solo minimamente le banche). In totale, 206 miliardi (inclusi 10 miliardi del Fmi) che il governo greco utilizzò per acquistare il proprio debito detenuto da vari creditori, per pagare interessi, per indurre i creditori ad accettare la ristrutturazione, e per ricapitalizzare le banche domestiche.

Escludiamo le risorse affluite a creditori pubblici, alle banche greche; e alle banche fuori dell’Eurozona. Rimane un aiuto alle banche dell’Eurozona di 56 miliardi, e a quelle francesi e tedesche di 36 miliardi: il 17 per cento degli aiuti totali, non il 95 per cento di cui parla Salvini.

Per i trattati, l’Italia è "responsabile" al massimo per il 18 per cento dei prestiti Mes, quindi l’aiuto italiano alle banche francesi e tedesche fu di 6,5 miliardi. Ma anche le banche italiane detenevano titoli greci, e hanno beneficiato per circa 8 miliardi, di cui Francia e Germania sono "responsabili" per quasi la metà. L’aiuto netto dell’Italia alle banche francesi e tedesche è stato quindi meno di 3 miliardi (i dettagli di tutti questi calcoli in un mio contributo a lavoce.info).

I 56 miliardi alle banche dell’Eurozona sono comunque troppi. Sono il frutto soprattutto del primo prestito del 2010, che ripulì i bilanci delle banche del debito greco a spese del contribuente. Nel 2012 l’Eurozona decise di far pagare anche alle banche il costo dell’intervento, con la ristrutturazione del debito greco. Ai critici dell’operato passato del Mes questo dovrebbe piacere, eppure essi continuano a criticare il nuovo Mes perché prevede (come il vecchio, peraltro) la possibilità di ristrutturare il debito, e obbliga a estrarre dalle banche stesse tutte le risorse possibili prima di utilizzare soldi del contribuente per aiutarle. Insomma, proprio Salvini e Meloni di fatto vorrebbero usare i soldi del contribuente per ripagare in pieno tutte le banche.

Veniamo alla seconda critica: "L’Italia paga per aiutare gli altri ma non potrà accedere ai prestiti se ne avrà bisogno". Il Mes può fare tre tipi di prestiti. Per i casi meno gravi c’è la ormai famosa "linea di credito precauzionale", per cui è necessario rispettare certi parametri di bilancio e altre condizioni (al contrario di quanto molti credono, tutto ciò era già nel vecchio Mes, anche se non nel trattato, ma nelle linee guida di applicazione). Al momento, l’Italia non soddisfa almeno una di queste condizioni; ma neanche la Francia e forse la Germania le soddisfano tutte e, strettamente parlando, sarebbero tagliate fuori! Ma gli altri due tipi di prestiti, molto più importanti, non sono sottoposti a queste condizioni e sono accessibili all’Italia.

Certo, tutti e tre i prestiti richiedono che il debito del Paese sia "sostenibile" (anche questa clausola c’era già nel vecchio Mes, anche se ancora una volta per due tipi di prestiti bisognava leggere le linee guida di applicazione per scoprirlo). Ma "debito sostenibile" non significa affatto che debba essere sotto il 60 per cento del Pil, come credono in molti: se fosse così, solo Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda e Slovacchia potrebbero accedere ai prestiti. È perfettamente possibile che oggi la Commissione (cui, al contrario di quanto hanno scritto molti, spetta ancora l’ultima parola in materia) giudichi il debito italiano sostenibile.

Questi sono i numeri e i fatti. Non mi illudo che servano a molto, ma non fa bene lasciar passare tutto.

Roberto Perotti – la Repubblica – 4 dicembre 2019

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