Piddini disorientati e le amministrative si avvicinano

Le elezioni locali non sono mai soltanto locali, figuriamoci quando gli elettori sono chiamati a scegliere il sindaco di capitali come Roma e Milano e di grandi città come Bologna, Torino e Napoli. Mai come questa volta però, almeno dai tempi di Gianfranco Fini candidato a Roma nel 1993, il significato del voto potrebbe avere una rilevanza nazionale. Il commento di Christian Rocca su Linkiesta.

Il Pd deve decidersi chi condurre all'altare!

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Pd e Forza Italia, partiti allo sbando

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dice un vecchio adagio.  E sembra proprio così. Il partito del rottamatore non sa più che pesci prendere. Adesso viene affidato al grigio funzionario Maurizio Martina, il quale ben poco riuscirà a fare. I buoi sono scappati dalle stalle e nessun demiurgo riuscirà nei prossimi settimane-mesi ad invertire la rotta. I guai del partito democratico vengono da lontano ed i protagonisti che hanno determinato il crollo dei consensi sono piuttosto noti. Si pensi a quel che è accaduto quando il presidente della Repubblica Napolitano ha sbalzato dal cadreghino Berlusconi sostituendolo con Mario Monti. Il Paese sarebbe dovuto andare immediatamente al voto anticipato e così il partito democratico, allora guidato da Pierluigi Bersani, avrebbe conquistato Palazzo Chigi senza colpo ferire, vista la condizione comatosa dell’ansimante governo Berlusconi. E invece … Quindi, primo colpevole della crisi dem è proprio Giorgio Napolitano, con le sue trovate mirabolanti. La democrazia ha vissuto un periodo (lungo) di sospensione. Fiaccato anche l’esecutivo Monti, che, si vuole ricordare agli smemorati, ha goduto dell’approvazione di quasi tutti i partiti rappresentati a Montecitorio e a Palazzo Madama, eccezion fatta per la Lega  Nord, si è andati alle urne nel febbraio del 2013 con la presenza ingombrante della new entry del professore bocconiano che, a torto, presumeva ormai di poter raccogliere, con la sua Scelta Civica i consensi di vasti strati dell’elettorato deluso sia da centrosinistra che dal centrodestra. Non è andata davvero così. O meglio, ha raccolto una messe di voti importante ma che non ha saputo capitalizzare. Monti avrebbe dovuto evitare di commettere l’errore di scendere in campo e ritagliarsi per sé il ruolo di riserva della Repubblica. Sarebbe stato certamente eletto al Quirinale. Le cose sono andate diversamente. Il movimento montiano è rapidamente evaporato come neve al sole e i parlamentari di Scelta Civica sono trasmigrati nelle file del Pd (Andrea Romano, Carlo Calenda, Stefania Giannini, Pietro Ichino, Linda Lanzilllotta, Gianluca Susta,  Alessandro Maran, Ilaria Borletti Buitoni e Irene Tinagli). Tanti i  volta gabbana nella storia italiana. Ad aiutare il Pd renziano, con risultati catastrofici, vista la fine che ha fatto gli esecutivi Letta-Renzi-Gentiloni. Per non ricordare la rielezione al Colle del vecchio Napolitano (cosa mai accaduta prima in Italia che un inquilino del Colle bissasse il mandato), gli insulti di questo ai parlamentari ammutoliti, la corsa alle riforme imposte dall’Unione Europea, l’aver sprecato un anno e più per lavorare ad una profonda (forse un po’ troppo …) riforma costituzionale che poi non è andata a buon fine per colpa esclusivamente dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro delle riforme Maria Elena Boschi. Si pensi anche all’affossamento della candidatura al Quirinale di Romano Prodi da parte dei 101 parlamentari dem (qualche osservatore delle cose del Palazzo ha anche suggerito che è stato lo stesso Renzi a causare lo smottamento delle truppe dei democratici, chissà …). Un altro errore macroscopico è stato compiuto dai parlamentari neofiti del M5S, con quel drammatico testa a testa tra il duo Bersani-Letta e i capigruppo dei Cinquestelle Crimi e Lombardi. Tutti ricordiamo. Come sarebbe stata l’Italia oggi, con Mario Monti o Romano Prodi al Quirinale, e non l’incartapecorito Giorgio Napolitano che, si intuiva (sarà per l’età piuttosto avanzata), che non aveva più voglia né desiderio di stare al Colle un minuto oltre la scadenza naturale e che ha accettato perché supplicato dai 945 parlamentari della Repubblica. Tant’è che si è ritirato ben presto a vita privata (come senatore a vita, però, e pagato da noi) dopo avere constatato che l’esecutivo di Enrico Letta non mostrava la capacità di fare le riforme richieste dall’ Europa (si ricordi la lettera di Trichet e Draghi dell’agosto del 2011), il buon Giorgio Napolitano ha individuato nel sindaco di Firenze Renzi, nel frattempo diventato segretario del partito democratico, la persona adatta per guidare un governo che, sotto la guida di Enrico Letta, visibilmente annaspava nel pantano. Mesi dopo sono arrivate le europee, il boom del 40,8% che ha ringalluzzito il boy scout di Rignano sull’Arno, le proposte choc di Matteo di cambiare, alla sua maniera, il volto dell’Italia. Operazione che, purtroppo, è abortita, nonostante gli sforzi delle sue truppe. Quindi l’esito nefasto del referendum del 4 dicembre 2016 che ha comportato l’abdicazione a favore di Paolo Gentiloni, con tutti i suoi fedelissimi rimasti, però, ben abbarbicati alle seggiole governative. Come a dire, a Palazzo Chigi è stato piazzato un fantoccio tele-diretto da Rignano sull’Arno.  Si provi a sostenere il contrario. L’inconcludenza dell’esecutivo, il tirare a campare di andreottiana memoria, il ricorrere con una frequenza mai vista al voto di fiducia, l’uscita dell’ala bersaniana dal partito che ormai era diventato renziano (era nato il PdR, insomma), l’appoggio da parte del gruppo d Denis Verdini, hanno fatto il resto. Il partito democratico non esiste più da diversi anni. Dal 40,% è precipitato al 19%. Tutto questo Renzi ha fatto. Non c’è da meravigliarsi che a raccoglierne i cocci sono stati quelli del M5S. Non è che a Silvio Berlusconi sia andata meglio. Anche lui ha commesso una serie impressionante di errori. Aveva il Paese in pugno. Ha governato senza un’opposizione tra il 2001 ed il 2006. Nel 2006, con Prodi a Palazzo Chigi, c’è stato il regalo di Mastella che ha, di fatto, consentito a Berlusconi di rientrare nella partita governativa. Una maggioranza schiacciante del centrodestra nel 2008 grazie al Porcellum di Calderoli (46,8% contro il 37,5% di Walter Veltroni, allora segretario dei dem). Tutto questo vanificato a causa dell’arroganza del potere vuoi, prima, di Silvio Berlusconi che nel tempo è riuscito a bisticciare con Marco Follini, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, Angelino Alfano, facendo naufragare il suo progetto politico. Quindi se Atene piange, Sparta non ride. Si potrebbe affermare se Berlusconi piange, Renzi non ride. L’Italia, purtroppo, ha una classe politica incapace di affrontare i problemi del Paese. Che sono il debito pubblico pazzesco, la corruzione che non si riesce a debellare, la burocrazia che la fa da padrona, la giustizia che non funziona, le tasse troppo alte, il lavoro cha manca. In questo contesto, non c’è da meravigliarsi che a farne le spese siano stati i due partiti storici, i democratici e Forza Italia, ex Pdl, ed i consensi siano stati intercettati dalla Lega di Matteo Salvini e dal Movimento Cinquestelle di Beppe Grillo. L’orizzonte si fa scuro. Che farà Sergio Mattarella? Seguirà gli esempi del suo predecessore? Speriamo di no. E’ preferibile il ritorno alle urne. Con una legge sul modello che ha consentito, nella Francia, ad Emmanuel Macron di insediarsi all’Eliseo e governare il suo Paese. Si deve introdurre un sistema maggioritario a doppio turno anche per le elezioni politiche. Altrimenti non se ne esce

Marco Ilapi, 21 marzo 2018

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Crollo del Pd, rinascita del mago di Arcore

Matteo Renzi ha realizzato un vero e proprio capolavoro. E’ riuscito nell’impresa titanica di far resuscitare un uomo politico che è stato defenestrato in malo modo dal Parlamento: Quest’uomo è Silvio Berlusconi. Non pago di questo suo “straordinario” successo, ha addirittura ridimensionato le chance elettorali del partito che è stato chiamato a guidare. Con l’avvento del ragazzo fiorentino alla segreteria, nel dicembre del 2013, è riuscito anche a ridimensionare il pacchetto di consensi elettorali dei demokrat che gli aveva consegnato il predecessore Pierluigi Bersani, tant’è che da più parti si teme che da primo partito che era nel 2013, passi ad essere il terzo, dopo il raggruppamento destrorso formato dal trio Berlusconi-Salvini-Meloni ed il M5S guidato da Luigi Di Maio. Non c’è che dire. Un vero disastro. In un altro periodo storico Renzi sarebbe stato cacciato dalla segreteria a furor di popolo rosso. Oggi non si usa più. Per converso non è che al centrodestra siano tutte rose e fiori. Ogni giorno che passa non la smettono di litigare. Chi la vuole in un modo, chi la pensa in maniera del tutto opposto. Si pesi al contrasto sul problema dell’immigrazione, il punto forse di maggior frizione tra i leader forza italiota e leghista. Per non fare cenno ai rapporti con la Commissione Europea, che ormai detta le massime regole di comportamento ai diversi governi con obbligo di legiferare di conseguenza, pena sanzioni che fanno sgorgare il sangue dalle vene italiche. Berlusconi resta favorevole a questo modello di Europa assai poco federale, dove dettano legge i rigoristi riuniti intorno a Frau Merkel, un’Europa che si è dimostrata assolutamente incapace di affrontare i nodi di una crisi economica violenta che ha condotto l’Italia, ma non solo, anche la Grecia, in una recessione da cui stentiamo ad uscire con le nostre sole forze. Forse qualcosina potrebbe mutare con l’avvento del nuovo governo tedesco, perché il ministro dell’economia non sarà più il guardiano dell’austerità ad ogni costo Wolfgang Schäuble,dell’Unione Cristiano Dmocratica, severo censore dei conti italiani (e greci), ma il socialdemocratico Olaf Scholz, che fu braccio destro del centrista Gerhard Schröder ai tempi dell'«Agenda 2010» che rilanciò la Germania. Si spera che faccia altrettanto per il bene di un’Europa federale e non più a trazione germanica. Matteo Salvini ha idee molto diverse sul rapporto che deve intercorrere tra lo Stato-nazione e l’Ue, e così Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Una volta che vinceranno le elezioni, prospettiva assai probabile, i temi sul tappeto saranno gli stessi di oggi. Alto, altissimo debito pubblico (il rapporto debito/Pil deve scendere sotto al linea Maginot del 60%, non una bazzecola per l’Italia state che oggi si stabilizzata sul 132%!), linea del deficit tendente allo zero (lo vuole l’Europa), spending review da rimettere in moto (non so più quanti governi hanno affrontato il problema e nessuno ha dimostrato di poter incidere). E, infine, c’è il problema dell’ondata migratoria che non si ferma. Che fare? Nessuno sembra avere la ricetta giusta per riportare il Paese nel gruppo-guida di questa scalcagnata Unione Europea, dove a dirigere l’orchestra è un uomo che ha governato il Lussemburgo, forte della sua popolazione di nemmeno 600 mila abitanti. Tra le altre considerazioni, un paradiso fiscale nel cuore del’Europa. E nessuno sembra scandalizzarsi. Nel 2014 l’allora presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, avrebbe potuto e dovuto pretendere un atteggiamento di maggiore apertura da parte della Germania e dei Paesi nordici verso i problemi del Belpaese, proponendo la mutualizzazione del nostro gigantesco debito pubblico fissando l’asticella per la costruzione di un’Europa davvero federale sul modello degli Stati Uniti d’America. Aver mandato la Mogherini ad occupare il posto di rappresentante europeo per la politica estera europea non è stata una manovra che ha dato i frutti sperati. Sì, perché la politica estera della Ue non la fa la Mogherini ma i singoli Paesi membri. E Renzi lo avrebbe dovuto sapere. In patria il nostro ha rovinato il Pd, circondandosi di collaboratori accondiscendenti e regalando Palazzo Chigi al centrodestra, Anche Silvio Berlusconi ha combinato sciocchezze inenarrabili, sbattendo fuori dal suo entourage prima Follini, poi Casini, poi Fini, poi Fitto, poi Verdini e il prode Alfano. Per rientrare in partita grazie al Patto del Nazareno e gli incommensurabili errori del segretario Pd Matteo Renzi. Il quale ultimo ha sbattuto fuori dal suo partito Civati, Bersani  e C. per tenersi stretti ex berlusconiani come Verdini e Lorenzin. Della serie, la coerenza non è di questo mondo. Da riflettere, infine, sul triste fatto che a decidere il futuro governo non saranno gli elettori (i quali avranno serie difficoltà di scelta del candidato, non essendo previsto con il Rosatellum il voto disgiunto) ma Sergio Mattarella. Come prima di lui a prendere questa ardua decisione è stato il suo predecessore al Quirinale Giorgio Napolitano. Non c’è male per essere l’Italia un Paese democratico. Ma forse un tempo lontano  lo  stato e non lo è più. Inevitabili nuove elezioni a breve Sempre che il popolo lo richieda. Di questo ho i miei forti dubbi. Visto quel che nel passato recente è accaduto. Napolitano docet. Speriamo che Mattarella non lo segua su questa strada. Secondo alcuni attenti osservatori il Partito democratico rischia di non superare quota 20 %, una soglia disastrosa che metterebbe veramente a rischio la segreteria renziana. Con un risultato addirittura inferiore a quello raggiunto dal Pd di Bersani 5 anni fa. In quell’anno i democratici raggiunsero il  25 %. Sarebbe un risultato così basso per il Pd che darebbe il via alla sempre più probabile riconquista di Palazzo Chigi da parte di un centrodestra tonificato dalle fragilità del progetto di Matteo Renzi e del suo gruppo dirigente. Insomma, ujn fallimento su tutta la linea. Il  40,8 % delle europee di 5 anni fa un nostalgico ricordo.

Marco Ilapi, 12 febbraio 2018

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