L’equità perduta

Con la drammatica evidenza che solo le grandi crisi danno alle cose, l’epidemia in corso ci sta mostrando in piena luce l’Italia delle ineguaglianze. Tra le tante quelle che in queste settimane sono apparse più insopportabili e quindi degne della maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica e dei pubblici poteri mi sembrano le seguenti (l’ordine non è indicativo della loro importanza).

1. L’ineguaglianza scolastica. Nel generale compiacimento per la didattica a distanza attraverso la rete che in queste settimane ha sostituito la didattica d’aula grazie agli sforzi meritevoli di tanti insegnanti, è rimasto tuttavia in ombra un dato drammatico: e cioè che più di un terzo (un terzo!) degli alunni non ha potuto fruire di tale didattica o perché sprovvisto di un computer (alcuni erano dotati al massimo di uno smartphone, vale a dire di un dispositivo assolutamente inadatto alla bisogna) ovvero perché sprovvisto di un collegamento internet casalingo. Inutile dire che questo terzo comprende i figli delle famiglie più disagiate, delle famiglie abitanti nell’Italia meridionale e i giovani immigrati: cioè proprio quei soggetti che più hanno bisogno della scuola, il cui avvenire dipende in maniera decisiva dalla possibilità di conseguire un livello d’istruzione adeguato. Il tutto, si direbbe nella massima indifferenza del ministero dell’istruzione che evidentemente conosce da anni tale situazione ma in tutto questo tempo ha proseguito imperterrito a concionare di «digitale», a promuoverne la diffusione nelle aule, senza accorgersi che così stava solo approfondendo il fossato tra le classi sociali in un ambito cruciale e dunque promuovendo l’ingiustizia.

2. L’ineguaglianza del sistema sanitario. Per due o tre settimane abbiamo vissuto nel timore che l’epidemia dilagasse al Sud, convinti che ciò avrebbe significato una strage a causa dell’assoluta carenza del sistema sanitario locale. Si può continuare ad accettare una simile situazione? Quel che è certo è che l’obbligo di assicurare a tutti i cittadini condizioni minime eguali di assistenza medica è stato finora largamente inevaso, come dimostra la differenza nella speranza di vita (alcuni anni!) tra Nord e Sud. E ciò vale anche se i responsabili politici della sanità lombarda e piemontese avrebbero certo fatto meglio a frenare a suo tempo le loro smanie privatistiche e a compiere scelte più ragionate, qualche settimana fa, a proposito dei ricoveri di malati Covid-19 nelle residenze per anziani. Ad assolvere comunque l’obbligo di condizioni eguali di cui dicevo sopra avrebbe dovuto pensarci lo Stato, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato: che cosa? Anche lo strumento del commissariamento del sistema sanitario locale, adoperato ad esempio nel caso della Calabria, non ha dato alcun esito apprezzabile. Il commissariamento evidentemente non basta, è necessario pensare a qualcosa di più incisivo, ad esempio approntare strumenti di penalizzazione per le classi politiche regionali incapaci e inadempienti. Ad esempio, se oltre un certo limite il disservizio sanitario comportasse una riduzione dei larghi emolumenti previsti per consiglieri e assessori regionali si può essere certi che le cose migliorerebbero all’istante.

3. Tutto ciò rimanda a una delle cause principali dell’ineguaglianza italiana quale è venuta formandosi e/o crescendo negli ultimi vent’anni: al sistema regionale. La verità è, infatti, che in barba ai principi sanciti nella prima parte della Costituzione e invocati ad ogni passo dalla nostra instancabile retorica ufficiale, le modifiche volute dalla sinistra al titolo V della Carta hanno molto contribuito a quell’ineguaglianza. In due modi: da un lato sottraendo competenze e poteri allo Stato centrale e dunque limitando assai la portata di una sua eventuale azione perequativa o compensativa, dall’altro consolidando in misura sostanziale il divario Nord-sud. In generale — come si è visto in queste settimane — la confusione/ sovrapposizione delle competenze tra centro e periferia, la possibilità che un sindaco o un governatore — perfino in un’emergenza così grave e generalizzata e senza consultare alcuno — si metta a dettare norme di salute pubblica permessi o divieti nel proprio comune o nella propria regione, costituisce di per sé un concreto fattore d’ineguaglianza tra i cittadini nonché di debolezza per tutto il Paese.

4. Infine, ma certo non meno grave delle precedenti, oggi si è visto come in Italia esista una fortissima ineguaglianza nella protezione del lavoro. In pratica, specialmente nell’agricoltura e nei servizi un grandissimo numero di addetti vive in una condizione di precarietà che riguarda non solo la retribuzione, il pagamento dei contributi sociali, l’ orario, ma soprattutto la possibilità di un minimo di condizioni di sicurezza circa le modalità stesse del lavoro. Ora, se è vero come regola generale che difficilmente la democrazia sopporta alla lunga un livello troppo alto d’ineguaglianza, sarebbe bene non dimenticare che ciò è tanto più vero quando, come nel caso dell’epidemia attuale, l’ineguaglianza tende a farsi clamorosa e a tradursi direttamente per le persone in una più immediata possibilità di morire. In una situazione del genere le tensioni sociali che ne conseguono possono arrivare facilmente a un punto di rottura. Proprio di questo genere di cose, mi sembra, dovrebbe occuparsi in qualche modo il «gruppo di lavoro» per la ricostruzione costituito qualche giorno fa dal governo, sebbene l’indeterminatezza dei suoi compiti, il numero eccessivo dei suoi componenti e la loro eterogeneità sembrano destinarla a essere più un microcnel adeguatamente lottizzato che un organo veramente operativo. L’unico elemento di fiducia è la sua presidenza, affidata a una persona di grande valore, ma soprattutto di carattere, come Vittorio Colao. L’Italia ha più che mai bisogno, un disperato bisogno, di persone di valore e soprattutto di carattere. Speriamo bene, dunque.

Ernesto Galli Della Loggia - Corriere della Sera – 17 aprile 2020

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L'Europa inaridita

  • Pubblicato in Esteri

Via via che si aggrava la crisi prodotta dalla pandemia di coronavirus, il collante che teneva insieme la costruzione europea viene meno. Certo, decretare oggi la fine dell’unione non è nelle intenzioni di alcuna autorità responsabile, non da ultimo perché tale fine avrebbe un solo e immancabile risultato: quello di travolgerci tutti, Germania e Olanda comprese. Ma ogni volta i contrasti tra i vari Paesi appaiono più netti, le discussioni più aspre, i compromessi più difficili e più labili. Sotto l’urto dell’elemento tragico che avevamo pensato di avere allontanato per sempre dalla storia, perlomeno dalla «nostra» storia, e che invece è di nuovo presente con l’attuale epidemia, è tutto l’insieme di idee, di valori e d’interessi che fin qui hanno rappresentato il cemento della costruzione europea che si sta sfaldando. Ma non è vero che ciò dipende dal fatto che il collante di cui sopra sarebbe stato costituito soprattutto se non esclusivamente da motivazioni economiche, di cui l’euro avrebbe rappresentato l’apoteosi. Non è vero, insomma, che l’Europa vacilla perché è stata esclusivamente un’Europa dell’economia e della finanza, un’Europa a cui è mancata la necessaria anima politica. Un’anima politica infatti l’Europa l’ha avuta e ha anche cercato in vari modi di coltivarla. È stato il cosmopolitismo. L’idea cioè del primato dell’universalità in tutte le sue possibili declinazioni. L’universalità della pace, delle libertà personali per tutti come della libertà dei traffici e delle transazioni, della giustizia e dei diritti — di ogni diritto, di un sempre maggior numero di diritti — di una sempre più larga trasformazione di ogni facoltà in un diritto. Un paradigma cosmopolita in tutti i sensi espansivo dunque (anche territorialmente: non a caso perfino i confini geografici europei rimangono a tutt’oggi indefiniti), ma al tempo stesso tendenzialmente smaterializzato, politico ma in senso assai debole, com’è destino di ogni cosmopolitismo. S’iscrivono in questa prospettiva l’adozione di principio del liberismo economico e il restringimento della sfera statale. Smaterializzazione significa anche l’assenza al proprio interno, anche in caso di estrema urgenza, come stiamo vedendo oggi, di qualunque strumento politico concreto di tipo coercitivo: perfino dello strumento di questo tipo che è in certo senso rappresentato dal principio di maggioranza (com’è noto nell’unione tutte le decisioni di rilievo richiedono l’unanimità). Proprio questa è la scommessa che l’Europa oggi sta perdendo: la scommessa che il cosmopolitismo potesse essere un collante adeguato a una costruzione che almeno nelle intenzioni si concepiva come un corpo politico sia pure in fieri. Ma ogni cosa indica che la smaterializzazione cosmopolitica implica necessariamente la spoliticizzazione: che su una dimensione fredda come è quella del cosmopolitismo si può è vero fondare l’astrattezza di un corpus giuridico e di una serie di trattati, ma non si può con essa accendere il fuoco della politica. L’universalismo va bene per stabilire dei diritti non per prendere decisioni. E senza la decisione, cioè senza il cuore della politica, i diritti stessi sono destinati a deperire o a restare fin dall’inizio lettera morta. Non è un caso se per divenire un’operante realtà storica i diritti individuali dell’universalismo liberale hanno avuto bisogno d’incontrarsi e per così di dire di sposarsi con l’idea e la realtà della nazione e dello Stato nazionale, vale a dire con la più calda fra tutte le dimensioni della politica. Senza la quale, c’è da scommetterci, quei diritti sarebbero rimasti appesi al niente delle buone intenzioni. Ma se il collante del cosmopolitismo giuridico mostra tutta la sua fragilità, dove può rivolgersi allora l’Europa per trovare un’anima politica? Sarebbe sciocco presumere di poter dare una qualunque indicazione in proposito. Ciò che invece mi sentirei di suggerire è perché la sua ricerca stenta tanto, perché la politica sta diventando per l’unione come per tutte le élite del continente un terreno impervio dove l’una e le altre non sembrano capaci che di offrire prestazioni tutto sommato miserevoli. Il perché sta a mio giudizio nell’inaridimento delle due fonti che da sempre hanno alimentato in Europa la dimensione della politica e che non sono state sostituite da nulla: la religione cristiana e la cultura classica, per lungo tempo intrecciate in un unico, peculiare, percorso formativo. Nell’esperienza occidentale la politica è sempre stata debitrice verso la religione delle sue categorie fondamentali: non a caso si parla comunemente da parte degli studiosi di una vera e propria «teologia politica». In questo continente insomma — ma in generale in tutta l’area della civiltà occidentale — per le forme del potere, per i suoi modi e le sue regole nonché per l’azione sociale, per i valori e gli obiettivi di questa, per la politica nel suo insieme, il retaggio giudaico-cristiano ha rappresentato nel corso dei secoli un formidabile deposito d’ispirazione e d’imitazione. La nostra idea di monarchia e di nazione così come il liberalismo, la democrazia, l’idea di rivoluzione, il socialismo, il comunismo, insomma tutto ciò alla cui luce si è svolta l’intera vicenda politica europea fino alla seconda metà del Novecento, è inconcepibile senza tale retaggio. Dal suo canto la cultura classica, le antiche vicende della Grecia e di Roma, hanno non solo fornito in gran numero gli esempi, ogni volta quasi il prototipo, dell’agire politico coniugato nei suoi modi più caratteristici (l’ambizione, la virtù, la corruzione). Ma è stata dalla cultura classica e insieme da quella religiosa, da queste due decisive dimensioni del passato e del nostro legame con esso, che nel corso della loro storia gli europei hanno anche personalmente tratto la scala dei propri valori, l’insieme delle disposizioni psichiche, emotive e ideali, che nelle più diverse circostanze li hanno orientati personalmente ai modelli della virtù individuale e del bene collettivo. Modelli che si sono rivelati così decisivi nel definire il rapporto del nostro continente con la politica, tanto intenso quanto fecondo. C’è bisogno di dire quanto oggi la fonte religiosa e quella della cultura classica appaiano inaridite, disertate dalle coscienze e perfino dalle conoscenze dei più? Da qui dunque la domanda se sia solo per un caso che proprio in coincidenza con tale abbandono si manifesti la drammatica impotenza politico-ideale della costruzione europea. Se sia solo per caso che oggi ci manchi qualsiasi pensiero forte, qualsiasi visione lungimirante, qualsiasi volontà generosa e grande. Da anni, mentre il vecchio paradigma cosmopolitico naufraga, l’unione è alla ricerca di un «ubi consistam» politico. Ma non lo trova perché alle spalle della sua ricerca, ormai, sembra esserci solo un profondo vuoto.

Ernesto Galli Della Loggia – Corriere della Sera – 7 aprile 2020

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Un canale Rai dedicato ad arte e cultura

  • Pubblicato in Cultura

Leningrado 1941, ’42,’43. Per 900 giorni dura l’assedio dell’antica San Pietroburgo, che ora porta il nome del capo della rivoluzione, da parte delle armate naziste. Solo una sottile, labilissima, linea di comunicazione la collega saltuariamente al resto del Paese. Nella città manca tutto. Quel poco che c’è serve alla difesa e solo alla difesa. Mancano specialmente il cibo, le medicine, il combustibile per il riscaldamento. Imperversa la fame più atroce. Ogni giorno, per tre anni, i morti si raccolgono a migliaia: alla fine solo tra i civili saranno poco meno di un milione. Ma nel mezzo della disperazione e pur fatta segno a bombardamenti continui Radio Leningrado non cessa di trasmettere. Anima la popolazione, la informa, la rincuora, la tiene insieme. E a un certo punto, nel momento più buio dell’assedio, una sua giovane redattrice, una poetessa che da poco è stata miracolosamente rilasciata dalla Ghepeù, Olga Berggol’c, ha un’idea che si rivela straordinaria (ne scrive nel suo interessantissimo Diario proibito, pubblicato da Marsilio): leggere integralmente ai microfoni della radio l’iliade. In faccia alla furia della Wehrmacht alzare il verso di Omero, allo strapotere del male opporre la forza del bello. E così per giorni e giorni, nei rifugi, sotto gli Stukas, la gente di Leningrado resterà incollata ai ricevitori ad ascoltare le imprese di Ettore e degli Atridi, l’ira di Achille. A riceverne coraggio e volontà di vita, la forza di resistere. Non credo che Pupi Avati abbia mai saputo di tutto ciò. Ma gli artisti non hanno bisogno di sapere: intuiscono e capiscono; e comunque da quanto ha scritto ieri sulle colonne del Giornale mi verrebbe da dire di sì. Ha proposto infatti che in un tempo di dolore e di speranza come l’attuale la Rai modifichi i suoi programmi — basterebbe, aggiungo io, che utilizzasse un canale specifico, Rai 5 o Rai Cultura — per riversarvi tutto quanto di grande e di bello le arti, il cinema la musica, il canto, il teatro, hanno prodotto nei secoli e di cui i suoi archivi sono strapieni. Pupi Avati ha ragione, presidente Foa. Oggi come non mai abbiamo bisogno di cose alte e profonde, ed è anche per questo che ci serve un servizio pubblico.

Ernesto Galli Della Loggia – Corriere della Sera – 24 marzo 2020

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