Scontro sulla Nato di domani

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(Grazie all'attegiamento del presidente Usa, il vertice Nato è in confusione, ndr) e questa non è una situazione sopportabile a lungo. Molti sperano che l’anno prossimo Trump non sia rieletto e che il nuovo Presidente americano eserciti una leadership più stabile e sicura. Nulla è meno certo. Non solo Trump ha oggi molte possibilità di essere rieletto, ma non è affatto detto che un nuovo Presidente democratico sarebbe più conseguente e più attento alle preoccupazioni europee. Il commento di Stefano Silvestri su Huffington Post.

Nato in crisi, Erdogan vuole dettare le regole

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I veleni che minano la Nato

Se Emmanuel Macron sperava di evidenziare le carenze della Nato proclamandone la «morte cerebrale», la festa di compleanno dell’alleanza che si apre oggi a Londra gli procurerà un amaro risveglio. Spaventati dall’eccesso dialettico del capo dell’Eliseo, tutti gli alleati, a cominciare dalla Germania, si sentiranno tenuti a celebrare in riva al Tamigi l’ottimo stato di salute del settantenne Patto Atlantico, con il risultato di spingere ancora una volta sotto il tappeto proprio quelle manchevolezze che Macron voleva sottolineare. Persino Donald Trump, che continua ad avercela con gli europei perché «fanno pagare agli Usa il prezzo della loro sicurezza», avrebbe deciso di abbassare i toni e di non ripetere la traumatica esibizione del luglio 2018. Trombe e bandiere al vento, allora? Se così sarà, Macron avrà di che mordersi le labbra per il boomerang diplomatico innescato dalla sua fuga in avanti. Perché in realtà la Nato, settant’anni dopo quell’aprile del 1949 ancora segnato dalla Seconda guerra mondiale, oggi attraversa davvero la sua prima crisi d’identità immersa com’è in un disordine globale che non risparmia i rapporti transatlantici e minaccia il concetto stesso di Occidente. I dissensi tra l’America e la grande maggioranza degli Stati europei si sono moltiplicati negli ultimi tre anni, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca: difesa dell’ambiente, dazi e regole commerciali, disarmo nucleare, Medio Oriente e Iran, sbocchi della Brexit, multilateralismo sono soltanto gli esempi più rilevanti.

A Washington la presidenza Trump ha portato sugli scudi l’ideologia della America First, poco compatibile con una grande alleanza che si vuole tra pari almeno in teoria. In Europa le conseguenze ancora vive della crisi economica del 2008-2009, le ricadute di una globalizzazione non governata che nei Paesi sviluppati ha favorito il declino delle classi medie, e l’instabilità politica innescata da populismi e sovranismi, hanno aperto una fase «di transizione» che non si sa dove debba portare. Non basta. Questa Europa esangue, a dispetto della Nato, nel mondo nuovo si sente insicura. Teme di rimanere schiacciata dalla competizione tecnologica e commerciale tra gli Usa e la Cina, paventa la vicina potenza militare della Russia, vede una somiglianza di intenti tra

Putin e Trump desiderosi entrambi di avere a che fare con singoli Stati europei non più legati tra loro, e così progetta una difesa europea che talvolta manca di realismo ma la cui urgenza tiene banco almeno nella parte occidentale dell’unione. Ai metodi irrituali e alle sfide di Trump, insomma, la sponda europea risponde con paure e confusione.

Proprio per questo il primo passo per rilanciare la Nato, al di là dei compleanni e degli umori di Trump o di Macron, passa da una presa di coscienza chiarificatrice su ognuna delle due sponde atlantiche. La difesa europea è necessaria, merita stanziamenti straordinari e deve puntare alle cooperazioni rafforzate tra chi è interessato. Ma non potrà, nel futuro prevedibile, sostituirsi all’ombrello nucleare Usa. Si tratta piuttosto di creare un «pilastro europeo» nella Nato, capace di agire autonomamente quando necessario. Parallelamente gli europei devono aumentare le spese per la Nato nel suo insieme (l’Italia è in cattiva posizione con il suo 1,2 per cento del Pil a fronte del 2 per cento promesso da tutti entro il 2024, ma Trump, di solito, preferisce prendere di petto la Germania poco più brava di noi). Sull’altro fronte l’America deve riconoscere, perché anche questo ha un prezzo, che dall’Europa le viene una profondità strategica cui non può rinunciare se vuole continuare ad essere grande potenza. La Nato fa bene a scegliere una linea di contenimento della Cina e delle sue ambizioni geopolitiche, ma questa linea deve risultare accettabile per tutta l’alleanza, senza diktat. E opportuno, in aggiunta ai progressi in tema di sicurezza cibernetica, sarà l’annuncio che lo spazio diventa terreno di confronto. Ma non è accettabile (e su questo Macron ha perfettamente ragione) che gli Usa ritirino il loro contingente dal confine turco-siriano e che la Turchia scateni un’offensiva anti-curda in Siria senza che gli altri alleati atlantici vengano avvertiti o consultati adeguatamente.

Proprio qui, con la Turchia che vuole l’approvazione della Nato per le sue gesta in Siria, e che in teoria potrebbe domani dichiararsi aggredita da Damasco, spunta dalla generale ortodossia il più grave dei problemi che insidiano il futuro dell’alleanza: l’inconfessata crisi di fiducia sull’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede una reazione armata di tutti se un solo alleato viene aggredito. Nel ’39 la Nato non esisteva, ma le democrazie occidentali decisero di «morire per Danzica». Oggi esiste l’articolo 5 che anche Trump ha confermato dopo qualche resistenza. Ma saremmo pronti, l’America sarebbe davvero pronta a morire per Tallinn, o per Vilnius, o per Riga, o per Varsavia, scatenando una guerra generalizzata contro la Russia (per stare al copione sul quale la Nato si esercita)? Gli odierni Parlamenti, le opinioni pubbliche, i governi occidentali, seguirebbero l’ormai lontano esempio di Danzica?

Non è un caso che Paesi come la Polonia abbiano voluto e ottenuto la presenza di forze Nato, in particolare americane, sul loro territorio: in caso di attacco russo gli Usa sarebbero costretti a difendere i propri boys, che con la loro presenza creano così un effetto deterrente. Nessuno lo ammetterà, ma proprio le insistenze polacche dimostrano come oggi il cruciale articolo 5 non sia molto credibile.

Il veleno che minaccia la Nato è tutto qui: è il dubbio. Ma il dubbio può tormentare anche un potenziale aggressore consigliandogli prudenza. È per questo che l’alleanza in presunta «morte cerebrale» va sì migliorata, ma resta indispensabile. Per gli americani e per noi europei, in attesa del nostro «pilastro».

Franco Venturini – Corriere della Sera – 3 dicembre 2019

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L’interesse italiano? Cercare alleati in Europa

L'Ue si trova ad un tornante storico; è nata per superare le ferre leggi di gravità politica, risolvendo i contrasti con l'accordo non con la forza. Nel mondo furoreggia la figura del «Capo» delle democrature, ove magari si vota, ma ove mancano, o traballano, i pilastri della democrazia: libera stampa, bilanciamento dei poteri, rispetto di leggi e minoranze. Chi provi a darsi una prospettiva ampia, vede che l’unione Europea è a un tornante storico; essa è nata con l’ardito disegno di superare le ferree leggi di gravità politica, risolvendo i contrasti in una comunità di Stati con l’accordo, non con la forza. Per i regimi autoritari, essa è il grande nemico: mostra che si può essere, insieme, prosperi, liberi, in pace. In tanti la vorrebbero debole, per retrocederla, direbbe il Metternich, a pura espressione geografica, collezione di graziosi ninnoli da salotto. Bisogna invece rafforzarne la coesione, difenderla, farla avanzare: ferma, nel mondo in ebollizione, non può stare. La Russia è una modesta economia ma ha alte ambizioni; soffre la vicinanza di una grande entità politica ed economica, faro per gli oppositori interni del Capo, influente anche su regioni storicamente tributarie di Mosca. Per motivi simili la Turchia oggi non ama la Ue; a lei guarda fiducioso chi vede i propri diritti calpestati dal Capo. Questi se l’intende col presidente Usa Donald Trump, che definisce la Ue una grande nemica; le audizioni per l’impeachment in corso mostrano il suo disprezzo per i checks and balances, essenziali presidi di ogni democrazia. Se sarà rieletto la sua politica, volta a dividere gli europei per avere più forza trattando separatamente con ognuno, otterrà il vero obiettivo: ridurre la Ue all’irrilevanza politica. La saggia Cina non s’espone; altri già s’agitano a suo vantaggio. Un blocco di democrazie avanzate, forte di 500 milioni di persone, è scomodo per tali Capi, è la città scintillante sulla collina, cui guardano le vittime di regimi autoritari; perciò l’azione illiberale dei «Quattro di Visegrád», tendendo a demolire quella città, è il primo rischio esistenziale cui essa é esposta. La nostra Italia intanto si mira l’ombelico, avulsa dalla grande partita geopolitica; si veda come M5S e Lega trattano il Meccanismo Europeo di Solidarietà (Mes). Essi lavorano per il Re di Prussia agendo da «Quinta Colonna» interna contro la Ue: chi senza capirlo, chi consciamente e per qualche rendimento (politico o altro). Il complesso tema Mes, già trattato sul Corriere, ci ricorda che chi persegua risultati seri deve giocare a Bruxelles la sua mano, non buttare la palla nelle tribune degli ultrà. Il nostro grande debito pubblico è il secondo rischio esistenziale per la Ue; potrebbe ulteriormente potenziare il primo. Figlio di inefficienza, evasione fiscale, corruzione, esso pesa sui nostri discendenti, ma spaventa anche chi teme di dover pagare i nostri conti; non basta ricordare che l’Italia non è costata né costerà un euro a nessuno, ma ha contribuito a salvare le banche tedesche e francesi dalla ristrutturazione del debito greco. Sul nostro governo preme una Lega che vorrebbe farci entrare in quel Club quale quinto membro, col grande macigno del nostro debito: sarebbe davvero la fine della Ue. Questa può invece vincere la partita geopolitica sconfiggendo chi vuol corroderla dall’interno, restando unita e dandosi processi decisionali veloci; per dimostrare che la democrazia può essere più efficace della democratura, il cui Capo non si cura di perder tempo a convincere i propri sudditi. Quando la nuova Commissione alfine partirà, dovrà essere il gran comunicatore delle ragioni dell’unione, ricostruendo quella fiducia fra Stati la cui mancanza è oggi il suo tarlo. Ciò perché ovunque, a Londra come a Roma o a Berlino, le classi dirigenti rinfocolano i pregiudizi nazionali, incolpando gli altri per i mali propri. Se manca la fiducia reciproca, ci si affida ai numeri; ciò evita la fatica delle decisioni politiche, difficili poi da «vendere» ai propri elettori. L’Italia non deve abbaiare nel cortile di casa, ma cercare alleati, specie in quella Francia il cui presidente Emmanuel Macron pare il solo leader pronto a spendersi per l’Europa; non a caso egli insiste sul tema, troppo grande per queste note, della difesa comune europea, sul quale va sfidato a fare gesti concreti. Mettere al sicuro i nostri conti è lavoro aspro, ma alla portata di chi si dia un metodo, vi si attenga, lo spieghi ai cittadini. Non farlo toglie peso alle richieste di Mario Draghi per una capacità fiscale dell’eurozona, libera da opportunismi nazionali: disegnarla in modo accettabile da chi ora la esclude, spiegandone però il vero senso a chi creda di poter poi ripartire con la finanza allegra, deve essere il gran compito della nuova Commissione. Solo così potrà dare un futuro alla Ue. Non capirlo, boicottando invece il lavoro del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, sarebbe folle. Sarà compito arduo per una Commissione che ha una maggioranza meno solida del passato, ma se non lo svolgerà la Ue finirà su un binario morto, ove gli sfascia-carrozze presto arriveranno a darle pietosamente il colpo di grazia. Al funerale, gli utili e magari inconsapevoli idioti, porteranno le corone di fiori dei mandanti; è cieco chi non veda il rischio.

Salvatore Bragantini – Corriere della Sera – 27 novembre 2019

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