Chi comanda nel Palazzo? Grillo, Casaleggio o Conte?

«Confido nell’autorevolezza, intuito e volontà unitaria di Grillo», ha detto la settimana scorsa al Fatto quotidiano Goffredo Bettini, autorevole esponente del Partito democratico e tra i principali teorici dell’alleanza giallorossa, a proposito dei rischi che lo scontro interno al Movimento cinque stelle provochi una crisi di governo. «Casaleggio contro Grillo», titolavano ieri tutti i giornali, commentando l’intervista a Fanpage di Davide Casaleggio, favorevole alla consultazione degli iscritti chiesta da Alessandro Di Battista e brutalmente stoppata dal comico due settimane fa. Il commento di Francesco Cundari su Linkiesta.

Il governo italiano nelle mani di un comico, bisogna ridere o piangere?

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La piccola Italia da Roma a Bruxelles

Nella serata in cui l'Eurogruppo approda a un modesto risultato, si può misurare quanto sia limitata la capacità dell'Italia di essere ascoltata sul piano internazionale. La battaglia per gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) era già persa da giorni, ma si è voluto farne la bandiera di una sorta di sfida al resto dell'Unione che è finita in un nulla di fatto. In sostanza con un rinvio delle decisioni ai capi di Stato e di governo, ma su una base poco propizia alle posizioni italiane. L'intesa con la Francia – e anche questo era prevedibile –, lungi dall'essere un patto di ferro, come a Roma qualcuno ha voluto far credere, sembra vedere il ritorno di Parigi al rapporto privilegiato con Berlino. E ora, una volta che Angela Merkel ha di nuovo e in via definitiva escluso qualsiasi strumento volto a rendere comune il debito dei singoli Paesi, per l'Italia si tratta soprattutto di evitare l'isolamento. Perché questo è e resta il vero rischio all'orizzonte dopo che per giorni si è detto «no al Mes, sì ai coronabond», garantendo che altrimenti «siamo pronti a fare da soli». Una linea poco prudente in sintonia con i Cinque Stelle, a loro volta impegnati a tagliare l'erba sotto i piedi di Salvini attraverso un "sovranismo" grillino in discreta continuità con il "sovranismo" di destra del governo Conte 1. Resta da capire se sul piano elettorale questa strategia riuscirà a trasferire un po' di opinione pubblica ostile all'Europa nei ranghi dei 5S (e in parte, chissà, del Pd che tace e sembra acconsentire). Ovvero se alimenterà con nuovo carburante il nazionalismo di Salvini, le cui fortune elettorali – a dar retta ai sondaggi – sembrano in declino. A differenza di Giorgia Meloni. Non solo. La paralisi dell'Europa ha fatto subito riemergere un istintivo provincialismo, alimentando polemiche di corto respiro utili a misurare la statura politica dei protagonisti. È singolare, ad esempio, che il ministro degli Esteri, Di Maio, si rivolga al governo di Berlino perché prenda le distanze da un articolo della Welt molto sgradevole verso l'Italia. Come se nell'occidente liberale un governo eletto potesse chiudere la bocca a un giornale o anche solo intimidirlo. Ma Di Maio è pure sfortunato. Qualcuno ha ritrovato e subito messo in Rete l'intervento di Beppe Grillo sei anni fa nella sede del Parlamento europeo, nel quale il capo carismatico del movimento diceva a chiare lettere le stesse cose scritte ieri dalla Welt : in sostanza, non date soldi all'Italia perché finirebbero alla mafia a causa della corruzione generale. Quindi Grillo, nel pieno della battaglia anti-casta e anti-politica, usava un argomento esplosivo contro il suo Paese. La Welt usa lo stesso argomento contro l'Italia per dar voce all'opinione dei suoi lettori contrari a caricarsi pro quota il nostro debito. E Di Maio se la prende con Berlino mentre era stato assai tiepido, giorni fa, nel difendere un giornalista italiano attaccato non da un quotidiano, bensì dal ministero della Difesa di Mosca. Per tornare al Mes, il fondo salva-Stati, l'Italia rischia di intestarsi in modo involontario la crisi in cui si dibatte l'Europa. A meno che non abbia deciso di far esplodere tutte le contraddizioni, che certo esistono, dell'Unione europea. Se fosse così, qualcuno dovrebbe averne valutato le conseguenze. E magari dovrebbe riferirne in Parlamento.

Stefano Folli – la Repubblica – 10 aprile 2020

 

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Un grande bagno di verità

Molti sono pronti ad applaudire ciò che si presenta come novità di successo (ora è la volta delle "Sardine") ma solo con l'intento di conservare il vecchio.

Da anni l’Italia è in attesa di qualcosa di nuovo. Sono anni che aspettiamo qualcuno — un uomo, una donna, un’idea, un partito, un movimento, un governo — in grado di interrompere la girandola del nulla che è diventata la nostra vita politica e di resuscitare lo Stato in via di decomposizione nel quale ci tocca vivere. Qualcuno che sia capace di decidere, di cambiare, di controllare, di sanzionare. Non con il manganello e l’olio di ricino, naturalmente: bensì con gli strumenti di una democrazia governante, che non ci siamo mai curati di apprestare, o che abbiamo lasciato andare in malora, o di cui ci siamo stupidamente spogliati.

L’attesa dura almeno dal 2011, dal naufragio del berlusconismo e dalla contemporanea messa fuori gioco dell’opposizione decretata dal presidente Napolitano non sciogliendo le Camere e negando dunque al Pd la possibilità di succedere elettoralmente al Cavaliere. Data da allora la ricerca di un Messia o in alternativa di un Movimento, di una Rottura sociale che ne facesse le veci. E così ci fu dapprima l’investimento fiducioso sul professor Monti, per sei mesi virtualmente padrone del Parlamento e del Paese. Poi, logoratosi Monti nell’implacabile routine del buropoliticismo italiano, ecco sorgere, impetuosi e anch’essi circondati da mille speranze, Beppe Grillo e i 5Stelle con il «Vaffa» e tutto il resto. Folle, piazze piene, promessa di fare tabula rasa e di aprire tutto come «una scatoletta di tonno», e infine strepitoso successo elettorale nel 2013 bissato e migliorato cinque anni più tardi. Ma subito dopo, alla prova dei fatti, ecco il rapido consumarsi di ogni illusione nella dabbenaggine e nel dilettantismo. Ma ecco, quasi in contemporanea, un’ altra ondata di speranza e di entusiasmo per Matteo Renzi, antesignano di Mattia Santori in rappresentanza della categoria «bel giovane che sa il fatto suo e non le manda a dire». Ancora una volta promesse di cambiamenti radicali, avanti con il merito e l’antiformalismo, con la rottamazione di ogni passato, basta con la gerontocrazia. E di nuovo a riempirsi non più le piazze ma i gazebo. Ma di nuovo però, com’è come non è, vuoi per i limiti del personaggio vuoi per qualcos’altro, anche stavolta è sopraggiunto immancabile il disinnamoramento generale. Sotto un altro, allora: le «Sardine», appunto. Anche per loro, come sempre, interesse alle stelle e media mobilitati. E anche per loro come già per Renzi e per i 5Stelle un mix di consenso da destra e da sinistra; anche nel caso loro, infine, come in quello dei grillini, il rifiuto virtuoso di essere un «partito», il rigetto esibito della politica lasciata sdegnosamente agli «altri». Dirà il futuro se stavolta con le «Sardine» le cose andranno in modo diverso dalle volte precedenti. Personalmente ne dubito. Per due ragioni. La prima è che il consenso che accompagna puntualmente da anni la comparsa sulla scena italiana di personaggi o movimenti che si presentano come la novità salvifica del Paese, tale consenso, dicevo, ha in realtà molto di costruito, di ingannevolmente artificiale. Esso si spiega sì con l’attesa di un’opinione pubblica (specie di sinistra) sempre più preoccupata ed esasperata per la pochezza dei propri rappresentanti, ma di sicuro ha moltissimo a che fare con l’attenzione sempre parossistica e politicamente simpatetica che a tale comparsa riserva la stragrande maggioranza dei media. Sicché, non appena cessa l’effetto della novità, non appena finisce di andare in onda la milleduecentesima intervista televisiva, non appena comincia a sostituirsi a tutto ciò la grigia realtà quotidiana che dà la vera misura dei protagonisti, allora gli entusiasmi inevitabilmente si smorzano e rapidamente subentrano la delusione e il crollo . La seconda ragione che induce allo scetticismo è ben più importante e riguarda per l’appunto la delusione appena detta. In effetti, al di là delle apparenze tutte le novità comparse negli ultimi anni non sono riuscite per nulla a segnare quella frattura con il passato necessaria per dare il segnale di un’autentica svolta e magari per iniziare a realizzarla. Perché, che cosa è mancato? E’ mancata innanzi tutto la verità. L’Italia ha bisogno che chi vuole governarla le dica la verità, le illustri la situazione in cui ci troviamo per quella che è. Cioè di un Paese che da ogni punto di vista sta perdendo colpi avviandosi se continua così a un declino storico. La quasi totalità dei nostri problemi — in certo senso anche molti dei problemi economici — si riducono sostanzialmente a due, tra loro strettamente intrecciati. Da un lato abbiamo uno Stato paralizzato da un delirio di norme e regolamenti, incapace di fare, spesso inesistente, dall’altro un sistema dei poteri pubblici (parlamento, governo, magistrature) mal concepito dalla nostra Costituzione, non in grado di decidere, sommamente inefficace. E’ qui che bisognerebbe agire avendo qualche idea. Cominciare a rifare lo Stato, rifare le sue amministrazioni, i suoi uffici; dargli poteri effettivi di intervento, di controllo e di sanzione. E non esitare a dotarlo, dove occorre — per esempio contro il cancro della criminalità organizzata che si sta mangiando l’italia — anche di poteri straordinari. E insieme cambiare le regole che presiedono al funzionamento del parlamento, del governo, della giustizia. Ma l’obbligo della verità di cui dicevo non finisce qui. Dovremmo anche riconoscere alcuni errori, a cominciare da quelli gravissimi commessi in tre ambiti chiave, anche questi tra loro intrecciati: la sanità, la scuola, l’ordinamento regionale. Errori commessi a stragrande maggioranza e a nobili fini di riforma, ma che hanno dato risultati talora pessimi, spesso contraddittori, quasi sempre dai costi rovinosi. La"verità dunque, il coraggio di dire la verità parlando al Paese: questo è mancato e ho paura che mancherà anche al nuovo movimento che da ultimo sta raccogliendo gli applausi delle piazze. Perché dire la verità implica fare i nomi , indicare con chiarezza gli interessi grandi ma anche minimi, i gruppi, le corporazioni, le burocrazie, le pratiche di massa e l’abitudine diffusa all’ illegalità, che traggono un quotidiano vantaggio dalla paralisi dello Stato prosperando sul declino del Paese. E poi alle parole far seguire i fatti. Il coraggio della verità manca soprattutto perché in fin dei conti la verità non piace per nulla anche a tanti dei sostenitori del nuovo. Ai molti, ai moltissimi, che sono pronti ad applaudire ciò che si presenta come una novità di successo ma solo con l’intento di montarci sopra per conservare ciò che è vecchio, ovvero che si affretterebbero a scendere non appena dovessero accorgersi che si fa sul serio. La verità, insomma, vuol dire il rischio dell’impopolarità: la quale — lo tengano a mente i nemici di Salvini — anche lessicalmente oltre che politicamente è il contrario vero del populismo. L’Italia è presa in questa alternativa diabolica: per salvarsi ha bisogno di un grande bagno di verità, ma anche il nuovo che da anni compare sulla sua scena preferisce non avventurarsi su questa strada perché teme di rompersi l’osso del collo. Come dargli torto? Molto meglio cullarsi nelle buone intenzioni, manifestare in santa pace contro i nemici del governo, ed ogni sera essere coccolati nei talk show televisivi.

Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera, 23 dicembre 2019

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