Anche la Germania della Merkel ha i suoi problemi

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Di tutto ha voglia la cancelliera Merkel, e con lei ancora la maggioranza della Cdu-Csu, piuttosto che di una deriva populista ed estremista in Germania. E tuttavia anche tra i conservatori si litiga e non si  intravedono nuovi leader. Sul fronte dei socialdemocratici è addirittura una Caporetto. A giugno Scholz aveva detto un no fondato categorico a rimpiazzare la dimissionaria Andrea Nahles alla presidenza della Spd («sono vice cancelliere e ministro delle Finanze, sarei totalmente inadeguato»). Ma si è dovuto ricredere per non voltare le spalle al partito: nessun altro esponente di peso si era nel frattempo fatto avanti, per prendere in mano la situazione disastrata dei socialdemocratici, in caduta libera al 13%. Chi si proponeva, come il vice capogruppo della Spd in parlamento Karl Lauterbach o la deputata ambientalista Nina Scheer, chiedeva disco verde a uscire dal governo di grandi intese. Come vuole ormai una sfilza di esponenti socialdemocratici e l’ala giovanile degli Jusos. Nonostante il cortocircuito di una crisi di governo sia un suicidio politico a ridosso delle imminenti e pericolose Regionali. Il commento di Barbara Ciolli su Lettera 43.

Elezioni in Germania, tremano la Merkel e i socialdemocratici

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Pericolo recessione mondiale, grazie a Trump

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«Noi siamo pronti a fare quel che è necessario per sostenere l’espansione, ma la politica commerciale rappresenta una nuova sfida, è un affare che riguarda il Congresso e l’amministrazione, non la banca centrale». Jerome Powell, aprendo ieri l’annuale incontro della Federal Reserve a Jackson Hole, è stato chiaro. Se arriverà una recessione, Donald Trump dovrà prendersela con se stesso non con la Federal Reserve. Mentre parlava, le agenzie di stampa battevano la notizia che la Cina aveva deciso, come ritorsione, di colpire prodotti americani per 75 miliardi di dollari. Il presidente della Fed, dunque, ha detto “il re è nudo”. La guerra dei dazi è il maggior pericolo che incombe sulla economia internazionale.Ma attenzione, non c’è solo questo. Le nubi che s’addensano all’orizzonte sono in gran parte nubi politiche e se arriverà un nuovo crac, sarà a tutti gli effetti una crisi politica non economica. Il commento di Stefano Cingolani su Linkiesta.

Con questi politici (Trump, Johnson, Salvini, ecc.) solo delusioni

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L'Europa non cambia pelle (problemi per Lega e M5S)

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È lecito dubitare che accadrà (l'Europa non è destinata a cambiare pelle, ndr.). Ed è lecito sospettare che l’Europa dei prossimi anni si dimostrerà una potenza lenta. Tante forze la frenano: le sfide al sistema di Polonia o Ungheria, Italia o Gran Bretagna; la riluttanza di molti governi, Parigi inclusa, a condividere i propri poteri. Ma l’elemento d’incertezza nuovo nella stagione che si apre è che questa non è più la Germania che conoscevamo. Il Paese che oggi esprime la guida della Commissione non è più la Repubblica riluttante che prendeva sempre cura di mandare a Bruxelles un personale politico tedesco un po’ opaco o di secondo piano. Questa volta è diverso: Merkel ha fatto passare alla testa della Commissione una persona direttamente riconducibile a sé. Von der Leyen è la sua delfina storica. Fra lei e la Cancelliera non c’è alcun grado di separazione, il successo o il fallimento della seconda si rifletterà sulla prima e soprattutto sul Paese di entrambe. Il commento di Federico Fubini sul Corriere della Sera.

L'Ue cambia pelle. E l'Italia? Sta a guardare

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