Il labirinto di Conte e l’Italia smarrita

Una classe politica smarrita che ci espone ai pregiudizi anti-industriali». Con queste parole il neo designato presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, è subito entrato nel dibattito pubblico. E lo ha fatto con efficacia. Lo smarrimento e la confusione della politica è sotto gli occhi di tutti e si riflette nelle contraddizioni in cui il governo Conte sembra affondare ogni giorno di più. Il problema non è solo e non tanto l’infinita disputa sul fondo salva-Stati, visto che alla fine l’Italia aderirà non potendo farne a meno; magari con l’ipocrisia di affermare: «Noi non vi faremo ricorso perché ce la caveremo da soli». Frase a effetto ma priva di un contenuto reale, visto che il Pil è nelle sabbie mobili e si prevede una recessione del 9 per cento.

In realtà lo smarrimento della politica riguarda la gestione dell’economia e di un apparato industriale ferito: quella "fase 2" che rischia di finire al centro dei soliti giochi politici, con il risultato di allargare la frattura tra il governo centrale e le Regioni, quanto meno alcune (e non le più povere e marginali).

Del resto, smarrimento è anche sinonimo di paura del prossimo futuro, come accade quando non si sa come affrontare i mesi in arrivo e si teme l’aggravarsi del malessere sociale.

Si potrebbe dire che l’unica fabbrica sempre all’opera in settimane drammatiche è quella che produce i comitati di esperti destinati ad affiancare il premier e i suoi ministri. L’ultimo, il più ambizioso, affidato al manager Colao, è anche il più mediatico, per cui il suo fallimento dovrebbe essere evitato a ogni costo da chi guida l’esecutivo. Ma anche in questo caso il tempo stringe e l’impressione è che nessuno sappia esattamente cosa fare.

Bonomi indica il "pregiudizio anti-industriale" e non si può dargli torto. Nella maggioranza che sostiene Conte l’impronta culturale è data in prevalenza dai Cinque Stelle, un movimento diffidente verso l’impresa e propenso a coltivare l’utopia della decrescita.

Non è un caso se sul blog di Beppe Grillo, che resta la vera figura carismatica del M5S, sia comparsa un’ipotesi di "reddito universale" ispirata alle recenti parole del Papa. Nelle quali Grillo legge l’opportunità di superare di slancio le regole del "mercato del lavoro" — cioè la base dell’economia occidentale — e qui trova il consenso di esponenti della sinistra radicale, come Fratoianni. Ma c’è un risvolto politico che colpisce.

Questi sono, come sappiamo, i giorni in cui maggioranza e opposizione litigano intorno al Mes mentre Conte naviga come può, ben sapendo che non potrà rigettare l’accordo europeo e le risorse economiche che si spera verranno (non come eurobond, ma come fondo per la ricostruzione garantito dagli Stati).

Ebbene, mentre qualcuno teme che i 5S siano pronti ad aprire la crisi di governo, ecco che Grillo parla di "reddito universale" e non commenta in alcun modo la strettoia in cui si è infilato il premier. Certo, non lo incoraggia a spezzare l’alleanza con il Pd, della quale il fondatore del movimento è oggi il primo sostenitore. Se ne ricava che Conte andrà al vertice europeo non per rompere, bensì per adattarsi a un’intesa da cui ricavare — giustamente — il massimo per l’Italia.

Si tratterà poi di farla digerire all’ala più intransigente del M5S attraverso qualche argomento convincente. In fondo, restare al governo significa poter applicare le particolari ricette del movimento.

Stefano Folli – la Repubblica – 17 aprile 2020