Le colpe per le aule silenziate

Attesa per tutto il giorno, la conferenza stampa del premier Conte aveva l'obiettivo, oltre che di spiegare il contenuto del nuovo decreto, di affrontare la questione democratica su cui Mattarella, con il garbo istituzionale che lo contraddistingue, ha sollecitato più attenzione. Si sa: in una situazione di emergenza e in un contesto mai visto prima, il rispetto delle normali procedure è impossibile. Ma proprio per questo è richiesta una maggiore sensibilità da parte di Palazzo Chigi, il ponte di comando da cui partono gli ordini.
E Conte ha cercato di chiarire tutte le questioni aperte.
Lo scontro con le Regioni, soprattutto quelle del Nord, più colpite. La consultazione intermittente con le opposizioni. L'incertezza su alcune disposizioni: fermo delle imprese o no; esercito, con quali compiti, dato che alla fine saranno i prefetti a decidere e i soldati non possono fare i poliziotti. Inoltre, i tempi del blocco, fissato al 3 aprile, ma in un quadro di emergenza fino al 31 luglio. Su tutto, spicca l'inattività del Parlamento, ufficialmente fermo per consentire ai parlamentari di ottemperare alle misure di contenimento del virus, anche se questa non è una spiegazione sufficiente (perché non si convocano, nell'aula di Montecitorio che potrebbe ospitarli rispettando le necessarie distanze, almeno i membri delle commissioni competenti, di volta in volta, in seduta comune?).
Ieri l'ex-presidente del Senato, Pera, insieme a un gruppo di intellettuali, ha firmato un appello per riproporre la necessità di rimettere al lavoro le Camere. Giuristi di opinioni opposte si stanno confrontando per stabilire se sia giusto o no sospendere il funzionamento del sistema democratico, e farlo senza un voto del Parlamento. Anche per questo, Conte ha promesso che andrà in Parlamento a riferire ogni 15 giorni. Caricare su un uomo sopraffatto dalle mille pieghe dell'emergenza tutte le responsabilità di un'evidente mancanza di sensibilità per le liturgie indispensabili della vita istituzionale sarebbe ingiusto. Nel senso che al minimo c'è stato un concorso di colpe con i presidenti delle Camere, gli uffici di presidenza, i capigruppo, che avrebbero dovuto naturalmente sviluppare i necessari anticorpi, per evitare di silenziare il Parlamento.
Per quanto le dimensioni dell'emergenza siano impreviste, e problemi del genere si stiano verificando anche in altri Paesi, un'osservazione va fatta egualmente: l'Italia prima d'ora s'è trovata altre volte in emergenza. Solo per citare dei precedenti, anche la partecipazione alle missioni internazionali di inizio secolo, la crisi petrolifera o il terrorismo, quello internazionale, più recente, e quello interno negli anni 70-80, costrinsero a una temporanea limitazione delle libertà garantite dalla Costituzione. Ma proprio la delicatezza di operazioni come queste richiede un pieno confronto politico a qualsiasi livello. Ciò che finora non è accaduto, o è avvenuto con innegabile - e del tutto ingiustificabile - affanno.

Marcello Sorgi – La Stampa – 25 marzo 2020