Unità nazionale. La via è in salita

Risulta chiaro ogni giorno di più che il dramma del virus durerà a lungo. Ieri ha cominciato a circolare una data inquietante: il 31 luglio come fine dello Stato d’eccezione. Ora sarà certo vero, come si è affrettato a precisare il presidente del Consiglio, che si tratta solo di un termine burocratico per chiudere il periodo dell’emergenza. Non significa — Conte è stato chiaro — che il 31 luglio gli italiani saranno ancora nelle condizioni di oggi, ossia obbligati a rinunciare alle libertà fondamentali che segnano lo spartiacque tra democrazia e Stato autoritario. Tuttavia quella data è rimasta nell’aria, giusto per rammentarci quanto sia seria e priva di precedenti la stagione che viviamo. E quanto le prossime settimane saranno all’insegna dell’incertezza. Il che pone alcune questioni di fondo già emerse negli ultimi giorni e ormai ineludibili.

La prima riguarda le smagliature istituzionali provocate dagli errori commessi dal premier. Il quale, va detto, ieri si è sforzato di rimediare. Non sappiamo se dipenda dalle critiche subite o da qualche autorevole consiglio ricevuto, sta di fatto che Conte ieri ha ricucito gli strappi, o almeno si è sforzato di farlo. Sia sul piano della comunicazione sia soprattutto nel rapporto con il Parlamento. Finisce finalmente la bizzarria di un premier che non si pone il problema del passaggio alle Camere, lasciando filtrare che in ogni caso non spetta a lui convocare i parlamentari e scrivere il calendario, bensì ai due presidenti delle assemblee con l’intesa dei capigruppo. Tutto ineccepibile, salvo lo sbaglio di considerare un dettaglio superfluo la relazione tra governo e Parlamento.

Un Parlamento che non è mai stato chiuso, ma nella percezione popolare era come se lo fosse.

Adesso che si è rimediato, vedremo cosa accadrà con i decreti anti-virus, una volta corrette le contraddizioni che hanno reso ancora più confusi i giorni terribili degli italiani. Il che porta alla seconda questione: fino a che punto la maggioranza Pd-5S-LeU è in grado di mantenere la propria coesione nell’emergenza? La debolezza dell’esecutivo non è scoperta di oggi, del resto la crisi costituisce una prova drammatica per qualunque governo, basta guardare a quello che succede a Londra, Parigi e Madrid. Ora però gli scioperi incombenti rappresentano un salto di qualità e adombrano la lacerazione sociale nel Paese già prostrato. Non basta: si ripropone anche il rapporto con l’Europa in forme che potrebbero diventare traumatiche. Il tema del cosiddetto "fondo salva-Stati" (Mes) inasprisce il confronto e richiede ulteriori sforzi di mediazione politica. Ed ecco la terza questione: il confronto tra maggioranza e opposizione di centrodestra dopo il non esaltante incontro di lunedì sera a Palazzo Chigi. In che termini s’intende costruire quel clima di collaborazione o addirittura di convergenza auspicato dietro le quinte dal capo dello Stato? Non è chiaro. La soluzione minima è un normale dialogo nella conferenza dei capigruppo, in modo da accogliere il contributo delle opposizioni sui decreti . La soluzione massima e oggi irrealistica sarebbe un "gabinetto di guerra", ossia un esecutivo di unità nazionale: ma non siamo a quel punto. La terza via potrebbe essere una sorta di "cabina di regia" per mettere a punto i provvedimenti più rilevanti e smussare le tensioni sull’Europa. Una strada impervia ma forse inevitabile a questo punto.

Stefano Folli – la Repubblica – 25 marzo 2020