Unità nella diversità

Unità nella diversità

Il 25 marzo 1957, 60 anni fa,  vengono firmati a Roma il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) e il Trattato della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM). Già nel 1950 è l’anno di una coraggiosa dichiarazione del ministro degli esteri francese Robert Schuman, ispirata da Jean Monnet, che nel 1951 porta alla firma, a Parigi, del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Per la prima volta in un accordo internazionale si utilizza il termine “comunità”. Il 1985 segna l’inizio della dinamica presidenza della Commissione da parte di Jacques Delors, che dura 10 anni. Nel 1986, con l’Atto Unico Europeo, si completa il mercato unico che amplia i poteri del Parlamento, fa valere per determinate materie il voto a maggioranza e stabilisce la cooperazione europea in diversi nuovi ambiti. Successivamente la Convenzione di Schengen nel 1990 propone di abolire i controlli alle frontiere, mentre con il Trattato di Maastricht del 1992 si pongono le basi per una integrazione più stretta impostata su tre pilastri: l’unione economica monetaria, la politica estera e la giustizia ( inclusa l’immigrazione) affidati alla cooperazione intergovernativa. Al vertice europeo di Copenhagen del 1993 si discutono i criteri di adesione degli ex Paesi comunisti del blocco orientale. Poco più tardi nel 1997 il Trattato di Amsterdam rafforza i tre pilastri e si occupa degli ostacoli al rafforzamento del mercato unico, della sicurezza e dell’adeguamento delle istituzioni. Sotto la Presidenza di Romano Prodi (1999-2004), la Commissione prepara l’ampliamento dell’Unione ai Paesi dell’Est  Europa e l’introduzione dell’euro. Il Trattato di Lisbona del 2007 modifica i precedenti trattati (1957 e 1992), il Trattato viene rinominato Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). La Comunità Europea diventa Unione Europea, con ampliamento delle competenze comunitarie e il superamento della ripartizione in pilastri; la Carta dei diritti fondamentali viene allegata al Trattato; vengono recepite alcune disposizioni fondamentali riprese da quella che avrebbe dovuto essere la Costituzione dell’UE e vengono indicati i valori fondamentali dell’UE da proporre a chi intenda aderirvi.

 La strategia Europa 2020, varata dalla Commissione 10 anni prima per favorire una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva, è imperniata su cinque obiettivi: occupazione, ricerca e innovazione, cambiamento climatico ed energia, istruzione, sradicamento della povertà. I risultati non sono stati sempre pari all’attesa, specialmente in materia di povertà.  Anche le politiche di coesione territoriale con il tempo sono diventate una preoccupazione centrale. Chi è espatriato nel Dopoguerra, spesso carico di bisogni, ha acquisito ben presto la coscienza di poter contribuire dal basso alla costruzione dell’Europa. Nel Dopoguerra a lasciare l’Italia sono state 200.000 persone l’anno, in prevalenza verso i Paesi europei. Negli ultimi anni sono ripresi i flussi migratori, superando le 100.000 unità nel 2016. Tra i 35 milioni di migranti residenti nei Paesi dell’UE, un terzo è costituito da comunitari: gli italiani (1.954.931 secondo i dati Eurostat) insieme ai romeni, sono la comunità più consistente. La libera circolazione consente ai cittadini UE e ai loro familiari di stabilirsi in tutti gli altri Stati Membri e di esercitarvi un’attività su una base di parità con gli autoctoni: dopo 5 anni di residenza si acquisisce il diritto di soggiorno permanente. I regolamenti per il coordinamento dei regimi di sicurezza sociale hanno completato la tutela di chi si sposta all’interno dello spazio comunitario. Questo istituto giuridico, realizzato per la prima volta nel 1958 e successivamente perfezionato, consente la compensazione tra domanda e offerta di lavoro su scala europea, garantendo benefici sia ai diretti interessati che alle imprese. Si tratta della normativa specifica rivelatasi fin dall’inizio come la più avanzata nel mondo, che ha conferito la dovuta dignità ai lavoratori migranti. Per garantirne una corretta applicazione è stata determinante l’azione della Corte di Giustizia, attraverso le sue pronunce sui rinvii pregiudiziali, così come è stata utile l’attività di tutela svolta dagli istituti di patronato presenti nei principali Stati Membri. Il progetto Erasmus ha il compito di incrementare nei giovani l’innovazione e l’inclusione sociale con l’aumento delle competenze spendibili sul mercato del lavoro europeo e nazionale, sviluppando nel contempo il sentimento europeista. Per il settennio 2014-2020 sono stati stanziati 14,774 miliardi di euro. Nel biennio 2014-2015 gli studenti e i tirocinanti che vi hanno preso parte sono stati 291.400 (per il 61% donne), in provenienza da 33 Paesi (di cui 5 non comunitari). L’aumento, pari a 100 volte rispetto al 1987, sarà di circa il 20% nel successivo biennio. L’età media dei partecipanti è di 24,5 anni e il tempo medio di permanenza all’estero di 5,3 mesi. Il Paese preferito è la Spagna (42.537 studenti accolti nel biennio 2014-2015), seguito da Germania (32.871), Regno Unito (30.183), Francia (29.558) e Italia (21.564). La Francia è prima per numero di partenze (39.985), seguita da Germania (39.719), Spagna (36.842) e Italia (31.051).

Nel Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli con Eugenio Colorni ed Enrico Rossi, si legge che “un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto […] contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Anche Alcide De Gasperi, capo del Governo italiano, pone non solo al suo Paese questo dilemma: “Ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti fra Stato e Stato, l’avvenire della nostra Europa, l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’unione? O volete il mito della propria bandiera?”. Esperienza e competenza, primato della politica, solidarietà, attaccamento alla propria nazione senza pregiudizio dell’europeismo sono state le parole chiave dei pionieri del processo di integrazione europea. Non si può dimenticare Jacques Delors, per due mandati presidente della Commissione all’insegna del motto:“La competizione che stimola, la cooperazione che rafforza, la solidarietà che unisce”. A lui è dovuta una lucida analisi dell’attuale fase di stallo:“All’inizio il progetto è nato sulla scia dell’entusiasmo del dopoguerra, ma si è poi trasformato in un qualcosa di elitario, concentrato sulla parte economica”. Serve nuovamente il supporto della politica, la politica che sappia partire dal basso, non calata dall’alto con direttive e regolamenti che spesso diventano il vero ostacolo al processo d’integrazione. Bisogna recuperare la dimensione sociale del progetto europeo, promuovere il significato di cittadinanza europea attraverso il motto dell’Europa “Unità nella diversità”, è una risorsa che deve ritrovare i valori fondanti per poter continuare a crescere.

Isabella De Leonardis