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I tanti, troppi, incarichi di Malinconico PDF Stampa E-mail
Martedì 10 Gennaio 2012 14:44

La parabola Il suo curriculum va dalla fine della Prima Repubblica al governo di Romano Prodi. Carlo Malinconico ha giocato, correttamente, d'anticipo. Appena saputo che per lui si sarebbero 

Carlo Malinconico (Fotogramma)
schiuse le porte del governo di Mario Monti si è affrettato a dimettersi da tutti gli incarichi. E non ne aveva certamente pochi, l'ex presidente della Federazione degli editori. Contemporaneamente presidente dell'Audipress, consigliere di amministrazione dell'Agenzia Ansa, di Autostrade per l'Italia e di Atlantia, la holding che controlla le stesse Autostrade. Ma anche amministratore della Malinconico e associati. Il 7 novembre il timone della sua società di consulenza aziendale è passato nelle mani della sua signora Grazia Graziani, con la quale aveva trascorso diversi weekend nell'esclusivo resort di Porto Ercole, il Pellicano di Roberto Sciò. Nella foto Carlo Malinconico

Soggiorni pagati da Francesco De Vito Piscicelli, noto alle cronache per essere colui che la notte del terremoto in Abruzzo «rideva» al pensiero degli affari che la ricostruzione avrebbe garantito, per fare un favore, ha detto egli stesso ai giudici, ad Angelo Balducci, come gli era stato chiesto dall'appaltatore Diego Anemone. Comunque la si metta, un brutto scivolone per uno che adesso ha incarichi di governo. Il suo curriculum è lungo come la Quaresima. Le sue relazioni sono a 360 gradi.

Con l'ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci, successivamente indagato con Anemone per gli affari della Cricca, i rapporti erano fraterni. Almeno a giudicare dalle intercettazioni telefoniche pubblicate dal Fatto Quotidiano da cui è scaturita la vicenda del Pellicano. Ce n'è una, per esempio, nella quale Malinconico parla con «Angelo», che chiama per nome, di «una spintarella». Un segnale «un po' da Oltretevere», spiega meglio un terzo partecipante a quella conversazione della mattina dell'8 maggio 2008, Calogero Mauceri detto Lillo. «Oltretevere» sta ovviamente per il Vaticano, dove il Gentiluomo di Sua Santità Angelo Balducci ha ottime aderenze. A che cosa sia potuta servire la «spintarella», non si sa.

Si sa invece che qualche giorno fa Mauceri, dirigente di Palazzo Chigi (lo era anche all'epoca dei fatti) è stato nominato capo del Dipartimento degli Affari regionali. Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg, questo è il suo nome completo, ha 61 anni, è avvocato ed è stato consigliere di Stato. Discende dalla nobile e antichissima famiglia albanese di Giorgio Castriota, eroe nazionale nella guerra contro i turchi. Più modernamente, nemmeno lui si è mai tirato indietro davanti a una sfida nella pubblica amministrazione, nei cui meandri si muove come pochi. Titolare della cattedra di diritto dell'Unione Europea a Tor Vergata, è l'unico italiano a essere diventato ordinario grazie a un meccanismo a dir poco curioso.

Una leggina, poi abolita, che consentiva agli insegnanti nominati dal ministro del Tesoro alla Scuola superiore di Economia e Finanze di transitare automaticamente nei ruoli dei professori universitari. Al Tesoro c'era stato fra il 1995 e il 1996, con Lamberto Dini. Capo dell'ufficio legislativo, esperienza che aveva già provato nel 1990 alle Partecipazioni statali, durante l'agonia della Prima Repubblica: ultimo governo di Giulio Andreotti. In seguito, si sarebbe aperta per lui la stagione delle authority, all'Antitrust e all'Autorità dell'Energia. E Palazzo Chigi, fino ad arrivare al vertice dell'amministrazione. Segretario generale, una potenza assoluta. Aveva fatto il suo nome per quell'incarico il ministro per l'attuazione del Programma Giulio Santagata.

C'era il governo di Romano Prodi e l'attuale sottosegretario vantava già una fiorente attività professionale. Che inevitabilmente, però, rischiava di entrare in rotta di collisione con il ruolo istituzionale. Come accadde. Lo studio Malinconico aveva avuto l'incarico di rappresentare Autostrade nel contenzioso che si era aperto a Bruxelles. La questione era pelosa, anche perché il governo, di cui Malinconico era al servizio, si era opposto alla cessione di Autostrade alla spagnola Abertis. Con la concessionaria autostradale c'era dunque in corso un pesante conflitto. E infatti Prodi, quella faccenda, non la digerì affatto. Nell'ottobre del 2007 fu la volta di un'altra singolarissima vicenda.

Il costruttore Edoardo Longarini, nome noto alle cronache di Tangentopoli, aveva attivato un arbitrato per il vecchio piano di ricostruzione di Macerata chiedendo allo Stato 70 milioni di euro. La clausola era nel contratto e il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro era con le spalle al muro. Nominò come proprio arbitro l'avvocato dipietrista Domenico Condello. Longarini designò invece l'ex amministratore di Autostrade, Vito Gamberale. I due arbitri di parte nominarono quindi di comune accordo come presidente del collegio il nostro Carlo Malinconico. Una scelta, si disse, «di garanzia». Ma che non mancò di sollevare inevitabili polemiche. Anche perché un segretario generale di Palazzo Chigi nelle vesti di arbitro in una controversia privata ancora non si era visto. Un paio d'anni dopo, per la cronaca, Malinconico entrava nei consigli di Atlantia e Autostrade.

- Corriere della Sera - 10 gennaio 2012

 

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